Politeama, Luciano Cannito presenta le opere che apriranno la stagione artistica

Tutto pronto per la prima al Teatro catanzarese. Il regista presenta le sue “Cavalleria rusticana” e “Pagliacci”: «Saranno opere semplici e dirette come un tweet»

CATANZARO «Sarà una regia semplice, diretta, priva di concettualismi. Come si addice nell’epoca dei tweet». Così Luciano Cannito definisce la sua direzione di “Cavalleria Rusticana” e “Pagliacci”, le due opere che apriranno domenica la stagione artistica del Politeama. Appuntamento molto atteso in tutta la Regione, essendo ormai il teatro del Capoluogo il luogo deputato per le rappresentazioni liriche. «Tra le opere liriche più famose del mondo Cavalleria Rusticana e Pagliacci – scrive Cannito nelle note di regia – sono in realtà le opere liriche più famose d’Italia. Anzi dell’italianità. Per essere ancora più precisi dell’italianità rurale ottocentesca meridionale che aveva radici culturali antichissime e che è resistita più o meno immutata fino alla prima metà del Novecento.
Probabilmente molti degli archetipi e dei preconcetti sull’Italia e su un certo tipo di cultura sociale italiana, derivano proprio dal successo planetario di queste due opere, avendo lasciato una traccia indelebile nell’immaginario collettivo internazionale, sui concetti di onore, gelosia, religiosità, orgoglio del popolo italiano.
Aldilà dei limiti degli archetipi (o meglio dei preconcetti culturali), è comunque fuor di dubbio che la potenza musicale e drammaturgica di questi due capolavori siano superlative e ormai patrimonio dell’umanità. I temi trattati sono chiari, semplici, assoluti. Cavalleria Rusticana e Pagliacci continuano ad essere eseguite in tutto il mondo perché il loro linguaggio è essenziale, sintetico, puro. Esattamente come i linguaggi dell’oggi: essenziali e sintetici. Lo spettatore non può confondersi, non può distrarsi. Come in un tweet il messaggio arriva chiarissimo: tradimento, vendetta, morte. Che poi se ci pensate è il tweet della tragedia greca (nata tra l’altro in Sicilia), ovvero il messaggio delle paure ataviche degli esseri umani. Le tre parole da esorcizzare. Tradimento, vendetta, morte. Nessuno vuole avere a che fare con queste tre parole e vederle rappresentate in scena ci tranquillizza perché non stanno accadendo a noi. Come il fascino morboso del rallentare per guardare l’incidente stradale nella corsia opposta. La semplicità diretta e priva di concettualismi della mia regia ha seguito pertanto questa stessa linea portante. Ad adempio le prefiche che ho rappresentato nella sinfonia iniziale di Cavalleria sono un po’ il choros della tragedia greca, un po’ legame ancestrale con il mondo matriarcale comune a tutto il Sud del Mediterraneo le cui tradizioni si perdono nella notte dei tempi. E ancora l’esasperata ironia quasi surreale che ho inserito ad esempio nella commedia di Pagliacci, suggella ed amplifica il contrasto assurdo con la tragedia dell’omicidio che accadrà a distanza di pochi minuti. L’ambientazione è quasi filologica, per quanto questa parola possa significare in un racconto di una società rurale del Sud Italia, dove le immagini, i monumenti, le azioni e talvolta anche le parole, sono rimasti immutati per secoli».







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