Giammarco Carroccia, canta Battisti-Mogol, “Emozioni” a Catanzaro – VIDEO

Il Politeama indossa l’abito delle grandi occasioni per ospitare l’evento che fa rivivere musica e parole senza tempo

di Maria Rita Galati
CATANZARO Il palcoscenico del teatro Politeama “Mario Foglietti”, per l’ultimo concerto del Festival d’Autunno edizione 2019, indossa l’abito da sera, quello delle grandi occasioni. Le luci sono brillanti pendenti che si insinuano nel buio di velluto, ci pensano fiati e archi a vestire di intensità un’atmosfera carica di attesa. Il viaggio a ritroso nella musica d’autore conosciuta al grande pubblico grazie anche alla Rai in bianco e nero ci riporta in un attimo agli studi di Gran Varietà, Teatro 10, Studio 1: basta chiudere gli occhi, e lasciarsi cullare dalle note dell’orchestra diretta da Marco Cataldi, mentre nella penombra si staglia l’immagine di un ragazzo “tutto capelli e sorriso”. La suggestione evocativa di una vocalità familiare farà il resto. No, non è Lucio Battisti. Giammarco Carroccia ha la voce sottile come una lama vibrante, e richiama immediatamente alla memoria quella del genio della nostra musica popolare che mescolando il soul e l’r&b a stelle e strisce con la melodia, inventò il beat italiano, consacrandosi all’eternità diventando impalpabile. Ma senza Mogol, il genio della parola, autore di tutti i suoi testi dagli esordi fino al divorzio, avvenuto nel 1980, tutto quello è diventato storia della musica italiana non sarebbe stato possibile.
Il ragazzino che suonava la chitarra, ascoltava i pezzi del suo idolo dal mangianastri della macchina di suo papà, maturando cosi l’amore per Lucio e le sue canzoni, conquista palco e pubblico con “Emozioni. Viaggio tra le canzoni di Mogol e Battisti ”, il progetto che ripercorre la biografia musicale di Lucio Battisti, insieme a Mogol, di cui è stato allievo.
Ma è Giulio Rapetti, il maestro Mogol, la sua aneddotica intima e simpatica, il valore aggiunto di uno spettacolo che vede protagonista prima di tutto il pubblico. Del resto è proprio il maestro che – introdotto e abilmente incalzato dal giornalista Marcello Barillà, pronto e preparato nel fargli da spalla – rimarca “la caratteristica di questi spettacoli è la gente che canta, è coinvolta, si diverte e diventa parte dello spettacolo”.
Dalle “Emozioni” che aprono a con il “Tempo di Morire” che chiude il secondo bis si costruisce un percorso di musica e parole nel corso del quale è difficile rimanere fermi, con le mani e con i piedi. Non ci riesce nemmeno il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, ospite d’onore in terza fila, salutato da Tonia Santacroce, direttore artistico, ideatrice e anima autentica appassionata del Festival che ha ‘sbancato’ anche nell’ultima tappa.
Le visioni costruite dal racconto pacato di Mogol si susseguono: lo vediamo “Seduto in quel caffè” in 29 Settembre, e perso pensando ai fiori del vestito della mamma ne I giardini di marzo: «Io pensavo a mia madre e rivedevo i suoi vestiti/Il più bello era nero, coi fiori non ancora appassiti». «Da piccolo ero stupito che i fiori sui suoi vestiti non appassissero, perché li aveva indossati così tante volte che mi sembrava fosse impossibile non si fossero rovinati», racconta Mogol richiamando alla memoria la realtà di un’Italia povera ma piena di speranza, quella dell’immediato Dopoguerra che non si scoraggia, anche cantando. Esperienze di vita seminate nei testi dove sbocciano canzoni, come quella di un amore inglese finito ancora prima di nascere. «Conosci me/che ne sai di un viaggio in Inghilterra/quel che darei/che ne sai di un amore israelita/perché negli altri ritrovassi gli occhi miei/di due occhi sbarrati che mi han detto bugiardo è finita» . «Un episodio accadutomi realmente – racconta divertito – a Londra dove, appena diplomato ragioniere, a 18 ho vissuto per sei mesi, ospite di una coppia di coniugi molto gentili. Un giorno fui invitato a una festa ebraica e conobbi Sharon, una bellissima ragazza che mi chiese se volevo essere il suo ragazzo, ma quando chiesi perché si preparavano i festoni e lei capì che non sapevo di che festa parlavano, e quindi non ero ebreo, mi disse che non potevamo rimanere fidanzati, perché i suoi figli dovevano essere ebrei». Pensieri e parole che richiamano ad un emozionante passato, quando Gianmarco Carroccia duetta con la sua immagine alle spalle, richiamando il video originale della canzone.
E si continua con Un’avventura, Acqua azzurra acqua chiara, Dieci ragazze, Mi ritorni in mente, Una donna per amico, Respirando La canzone del sole e Io vivrò (senza te), fino a Anima latina – secondo Mogol una delle canzoni più belle della musica contemporanea assieme a Mission di Morricone- e il richiamo ad un altro grande artista come Gianni Bella, interpretando Il patto e Il profumo del mare, due brani intensi composti per lui da Mogol.
Il viaggio continua con La canzone del sole, quando Mogol che ha canticchiato per tutto il concerto lascia il palco tra gli applausi. E si avvia alla conclusione con Respirando, Una donna per amico, Con il nastro rosa, fino agli inevitabili bis con Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi… fino a Il tempo di morire, per rimanere per sempre nel ricordo di una serata senza tempo, come le canzoni del magico due Battisti-Mogol.







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