MGFF, aspettando la masterclass con Peter Webber, Phaim Bhuyan racconta il suo “Bangla”

Al Magna Graecia Film Festival arriva a sorpresa insieme ad Antonio Capellupo il regista di “La ragazza con l’orecchino di perla”

di Maria Rita Galati
CATANZARO – Arriva a sorpresa davanti alla stampa convocata a mezzogiorno per la consueta conferenza stampa di presentazione del film in concorso questa sera, all’Hotel “Perla del Porto”. Semplice e diretto, il regista Peter Webber – conosciuto al grande pubblico soprattutto per il film “La ragazza con l’orecchino di perla”. Componente della giuria di questa VXII edizione del Magna Graecia Film Festival, anticipa in pochi minuti la masterclass in calendario per questo pomeriggio al Complesso Monumentale del San Giovanni. Giornalista, critico cinematografico e questa mattina anche interprete, con poche battute, Antonio Capellupo, ci accompagna nel mondo del regista che ama il cinema italiano e si è ispirato a Luchino Visconti.
«Passo da un lavoro ad un altro, ad una nuova idea, cercando sempre di fare qualcosa di opposto e totalmente diverso rispetto al progetto precedente – ha esordito Webber – ha spiegato – Ho sempre avuto ammirazione per Fellini ma anche per i film di De Sica. Ma se dovessi però indicare un regista che mi ha particolarmente ispirato e segnato in modo unico, direi Michelangelo Antonioni. Lavorando a “La ragazza con l’orecchino di perla” mi sono ispirato, soprattutto visivamente, a Luchino Visconti, al suo Gattopardo. I registi si chiedono sempre come rappresentare al meglio la realtà, quella concreta, quella che stiamo vivendo – dice rimettendo la mascherina -. Non possiamo non tener conto di quello che sta succedendo e di come tutto questo influenzerà il nostro lavoro nei prossimi anni».
Per il già timido e riservato, Phaim Bhuyan giovane attore e regista del film “Bangla”, il quarto in concorso nella kermesse di quest’anno, non deve essere stato proprio facile prendere il posto di Webber al tavolo della conferenza stampa. Ma il talento non gli manca e la vicinanza dell’attrice Milena Mancini lo avrà incoraggiato. Del resto a soli 23 anni, Phaim ha ottenuto l’attenzione del pubblico e della critica trionfando ai Nastri d’argento 2019 nella categoria “Miglior commedia” che negli anni precedenti ha visto la vittoria di capolavori come “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese, “Mine vaganti” di Ferzan Özpetek e “Nessuno mi può giudicare” di Massimiliano Bruno; e nel 2020 il David di Donatello come miglior regista esordiente.
Il film racconta la storia di un giovane ragazzo bengalese di 22 anni, nato in Italia, che vive nel quartiere romano di Torpignattara, uno dei quartieri più popolosi e multietnici di Roma. Passa le sue giornate tra la famiglia (composta da un padre sognatore, una madre molto tradizionalista ed una figlia prossima al matrimonio con un altro ragazzo bengalese), il lavoro da steward in un museo, le visite al suo amico pusher Matteo e la musica, suonando con la sua band Moon Star Studio, composta da tre suoi amici. Con il suo gruppo, a volte suonano in giro per locali ed è proprio durante una di queste serate che Phaim conosce Asia, una giovane ragazza romana della quale si innamora. Ma assieme ai protagonisti di una commedia romantica – che racconta due culture diverse, due modi di approcciarsi all’amore e alla religione in maniera diversa, “una diversa visione politica e sociale del mondo” – si staglia all’orizzonte una terza figura immateriale che ruba lo spazio agli attori principali: ancora una volta è la periferia, con le sue contraddizioni, gli spazi nascosti, un microcosmo che si nasconde ed emerge.
«Non siamo partiti con l’intenzione di fare un film socio-politico, anche se per certi aspetti poi lo è diventato – ha spiegato Bhuyan -. C’è una Roma che viene anche valorizzata, alcuni aspetti positivi delle periferie, sempre tristemente note per problematiche negative».
Di periferia come “laboratorio” e “microcosmo” parla anche Michela Mancini, nel film Marzia, la compagna della mamma di Asia. “I giovani hanno un grande desiderio di raccontare la periferia, che sta diventando a Roma anche un po’ il centro vivo della città; perché il centro vero, storico, si sta un po’ svuotando – spiega l’attrice – Ed è proprio lì che si svolgono le vicende di vita più concrete: la periferia è anche un luogo per certi versi più accogliente, familiare, più aperto alle relazioni e al sentimento, abituato alla diversità. Quella diversità ben incarnata anche dalla famiglia della ragazza di cui Phaim si innamora, che è allargata e si poggia anche sulla relazione omosessuale tra la mamma e il mio personaggio». Una storia che ha interessato e attratto e che, non si esclude possa approdare in seguito ad un sequel che sfoci nella serialità televisiva.
LA TERZA SERATA Tra red carpet e palco nell’area porto, di scena nella terza serata della diciassettesima edizione, condotta da Carolina Di Domenico, ampio spazio è stato dedicato ai talenti made in Calabria. In apertura il comico Enzo Colacino ha portato Giangurgolo, la maschera catanzarese, sul palco del Magna Graecia Film Festival intrattenendo e divertendo il pubblico presente. Successivamente è stata la volta di Ivan Comi che ha presentato il documentario “La magia dei cristalli”, un viaggio magico, interiore e onirico seguendo la luce dei fari della Calabria guidato dalla purezza e dall’innocenza dello sguardo dei bambini.
Il momento musicale è stato segnato dall’esibizione di Paola Iezzi sulle note del suo ultimo brano ‘Mon amour’, canzone pop che racconta il mondo contemporaneo. Alla cantautrice è stata consegnata una prestigiosa targa per l’ impegno nel settore musicale. Grande protagonista della terza serata è stato l’attore e regista Marco D’Amore in concorso al Mgff con il film ‘L’Immortale’. La proiezione è stata preceduta da un toccante video messaggio del magistrato Catello Maresca che da anni lotta contra la camorra. Maresca ha esortato i giovani alla legalità ricordando Falcone e Borsellino e ringraziando tutti coloro che nel quotidiano contrastano la criminalità organizzata.
La serata si è conclusa con il consueto dibattito post proiezione, moderato dal giornalista e critico cinematografico Antonio Capellupo, durante il quale Marco D’Amore ha raccontato il lavoro attraverso il quale ha scavato a fondo nel passato e nella psicologia di Ciro. (redazione@corrierecal.it)





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