I “maledetti” della terra e quell’intollerabile diversità del Sud

Cola, il capostipite di “Un acre odore di aglio” edito da Bompiani, è uomo fin dalla nascita. Un contadino con gli attributi, che non si lascia prendere a calci senza…

Cola, il capostipite di “Un acre odore di aglio” edito da Bompiani, è uomo fin dalla nascita. Un contadino con gli attributi, che non si lascia prendere a calci senza reagire. Vinto, non in quanto a crepare in miseria fosse destinato, ma perché schiacciato dal ricco Generale («e Marchesa la moglie») con annesso stemma nobiliare e dai suoi compari latifondisti, borbonici zompati sul nuovo Stato che a disarcionarli non ci ha neppure provato. Questo romanzo di Mimmo Gangemi spariglia le carte nella narrazione dei senzaterra del Mezzogiorno. È uno spartiacque, splendidamente scritto, con molta letteratura che s’è ingegnata a svilire l’identità dei cafoni meridionali. Spacciandoli per poveracci senz’arte né parte, cui occorreva fornire, nei vari tornanti della storia, un lessico, una ragione d’esistenza. Persino una civiltà, sul presupposto che i contadini non l’avessero. Persino un posto dove farli sedere alla tavola imbandita dall’incipiente sviluppo industriale sfociato nel diluvio dei consumi senza umanità. È quanto è accaduto. Cola, Carmela, Ntonetta, Masi n’anca e tutti gli altri che popolano il romanzo, testimoniano che sono stati fatti fuori con chirurgico dolo politico.

 

COLA “CUZZURRO” E IL DIRITTO AL VOTO: «PERCHÉ MI TOCCA»
Ora che l’habitus mentale dei rassegnati per fatalismo si rivela un falso clamoroso, romanzi come questo di Gangemi, richiamano l’attenzione sulla “catastrofe antropologica”, ravvisabile nel deserto sociale delle aree interne del Mezzogiorno, che ha provocato la messa ai margini del “mondo dei vinti”. È stato un «genocidio culturale» (Pasolini) l’abbattimento e il trapasso cruento dalla civiltà contadina alla modernità. Il contadino che s’affaccia dalla bella copertina del libro, guardando dritto negli occhi chi l’ha raccontato con frode e insolenza, dice esattamente così: sono uomo di carne ed ossa, vissuto in un tempo in cui la povertà era temperata dai valori tradizionali di una comunità coesa, in cui l’individuo era parte di un’economia di mestieri ed attività familiari che consentivano di sopravvivere con dignità. Se, d’ora in poi, vuoi parlare di me, devi scordarti le misericordiose caricature con cui mi hai rubato lingua e gesti. Le duecento pagine del romanzo sono la descrizione di un paesaggio del Sud ancora inesplorato che l’ingegnere Gangemi, maestro nell’arte maieutica, fa venire alla luce con l’originalità a tratti sincopata del linguaggio che lo contraddistingue. Tra «la variopinta folla paesana che accompagna come un coro greco» il succedersi degli eventi, balza, fin dalla prima pagina, il giovane Cola detto “Cuzzurro”. Un personaggio che, immerso nel suo tempo, «mastica veleno». Vacillare, però, dinnanzi alle prepotenze, mai. Soltanto sotto la sferza degli eventi, che gli uccidono i figli dopo che gli anni scorrono tra fame, emigrazione, terremoti, guerre, alluvioni e i giorni del borgo aspromontano si mescolano all’Italia che non rende giustizia ai senzaterra neanche quand’è democratica, si ritrae annerito nei pensieri.

 

NON UN POPOLO “VINTO” IN QUANTO RASSEGNATO, MA PERCHÉ SCHIACCHIATO DALLA VIOLENZA
Non fa patti con la meschineria popolana che scarica sulle proprie vite la rabbia inespressa al padrone, Cola, più del figlio Peppe, che segna la seconda delle tre generazioni su cui lo scrittore s’intrattiene fino al dolente epilogo, rifugge il chiacchiericcio melenso. E con orgoglio sostiene lo sguardo di chi affama il popolo, fino a dirsi, più per istinto che per convinzione, socialista, da cui il nome dato al nipote in epoca fascista: “Nicola Lenin”. Nel corpo a corpo con chi gli punta il fucile e dispone dei poveracci a piacimento, Cola, a mani nude, non rinuncia al suo status di persona che rivendica il diritto al voto («perché mi tocca!»), se glielo inibiscono. Quando poi spetta a tutti, preso dalla vecchiaia marcita, neppure lo degna. Messo alle strette da forze gonfie di malacreanza che, di volta in volta, s’identificano con il Borbone, i baroni, lo Stato liberale e repubblicano, mai arretra vinto dal pregiudizio, ma segue i suoi pensieri liberi e con rabbia sfida feroci iniquità. Sposa Carmela, che fu del “Generale”, e difende la sua famiglia con gli «occhi pregni d’odio». Quando gli scannano la mula diventa lui mulo e si carica sul groppone i sacchi di ulive. È un romanzo, sia pure, che canta la magia dei mandorli in fiore, dei tordi che migrano, del ritorno delle rondini e della grana sugli ulivi, ma Cola e la sua famiglia, prima di altro, annullano quell’espressione beffarda per un popolo schiacciato con la violenza: «Contadini vinti». In questo, “Un acre odore di aglio”, intendendo il pungente odore di sciagure, prende le distanze da una letteratura gaudente nella descrizione querula dei contadini meridionali e della loro civiltà, che, se cede il passo alle culture che l’hanno soppiantata, non è in quanto geneticamente succube; ma perché, negli scontri sociali che la storia gli ha riservato, è stata sconfitta dalla “ragione delle armi” legittimata da sofismi di cui oggi si percepisce tutta l’aridità. È un romanzo con cui Mimmo Gangemi tratteggia le vicende di una famiglia aspromontana e insieme fustiga le parole d’ordine con cui chi ha succhiato il sangue dei contadini ha tentano di spiegare che l’ha fatto per il loro bene. Non un “mondo di vinti”, un popolo la cui scomparsa è gabellata come inevitabile in quanto non pronto per la modernità, ma “vinti” esattamente come accade a Cola e alle sue speranze, perché sconfitti quando si sono sollevati. Tutte le volte che ci hanno provato ad affrancarsi dai vincoli di un potere violento, sono stati massacrati.

COLA, IL SUPERUOMO SENZA NIETZSCHE
Cola, in questo senso, non è uno scimunito che si gira i pollici e quando “il nuovo che avanza” gli spiega che occorre darsi da fare oppone resistenza. Cola è il Superuomo senza Nietzsche. Che non assurge a queste declamazioni sol perché è un contadino del Sud. Uomo forte, espressione di una collettività a cui non piace lo spreco «per non offendere la miseria», dalle radici ben piantate nella terra, cui suona offensivo il lirismo a secchiate sulla civiltà «dal destino immutabile». Né ha avuto dalla sua parte, pur tenendosi alla larga «dalla mala tentazione delle ominità di cristiano», forze politiche intrepide. Lo dimostra la parabola delle lotte per le terre dal dopoguerra ai primi anni ’50, che ha visto il movimento contadino tradito da chi, anziché la terra promessa, gli ha inflitto l’emigrazione. Dinanzi al fallimento del modello occidentale di modernità e dell’incrinarsi dell’ottimismo storico che ha elevato a totem sviluppo e mercato, il minimo sarebbe un’autocritica profonda. E un bel falò per tanta saggistica che, nella foga di lisciare il pelo ad un’opinione pubblica frastornata da talk e tweet, considera tuttora il Mezzogiorno “una diversità intollerabile”.

 

“Un acre odore di aglio”, Mimmo Gangemi
(Bompiani, pp 201, 17 euro)







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