Un’inchiesta sull’oppressione clerico-mafiosa nella Locride

LAMEZIA TERME «Leggo che ormai i mafiosi sono padroni del campo, ma ho anche letto questa brutta storia di rifiuti speciali che vi sarebbero stati sepolti e che provocano tumori…

LAMEZIA TERME «Leggo che ormai i mafiosi sono padroni del campo, ma ho anche letto questa brutta storia di rifiuti speciali che vi sarebbero stati sepolti e che provocano tumori e leucemie tra la popolazione. Gente vittima da decenni…». Corrado Stajano parla sempre volentieri di Calabria. Lo ha fatto anche nel luglio del 2014. Dall’intervista concessa all’edizione cartacea del “Corriere della Calabria” è tratto questo virgolettato. Che testimonia l’affetto dello scrittore e l’acume dell’osservatore. Stajano porta ancora con sé i ricordi del tempo passato nella Locride. Ricorda bene le persone conosciute in quei giorni: «Carlo Macrì è ancora procuratore? Uno tosto, combatteva ma non aveva grande aiuto… e Marino? Il presidente Marino? Guido Marino… Un vero galantuomo, venne a deporre a Torino nel processo che don Stilo intentò contro di me. Fece una lezione, ammutolirono tutti… spiegò come operava la mafia e pensare che all’epoca essere mafiosi non era un reato. Fu una sentenza di Marino, ricordo, a mettere in dubbio questa ridicola cosa…».
Ricordi e fatti tornano in edicola e in libreria con “Africo”, che esce in una nuova edizione per Il Saggiatore (190 pagine, 20 euro). Di quell’inchiesta, della sua genesi e delle sue conseguenze, Stajano racconta diffusamente nella postfazione pubblicata oggi, in larghi stralci, sul “Corriere della Sera”. Ne aveva parlato anche con il “Corriere della Calabria”, spiegando che, quando decise di scrivere cosa capitava ad Africo, eleggendo quel centro ad esempio della lotta tra liberazione operaia e oppressione clerico-mafiosa, lo fece seguendo quello che altri prima avevano scritto su Africo.
«Sì, ricordo, in particolare un saggio di Giorgio Amendola sul “pane di Africo” e prima ancora quello che aveva scritto Umberto Zanotti Bianco. Alcuni giovani, e con loro anche vecchi contadini induriti dalla terra, avevano occupato la piazza centrale del nuovo paese, piazza De Gasperi, e l’avevano chiamata “Piazza Rossa”.
 Dall’altra parte, c’erano gli ‘ndranghetisti, i quali non dovevano avere apprezzato che in quella piazza si ballava la tarantella liberata, cioè senza “maestro di danze” a condurre la festa, visto che di solito questo ruolo spettava al capo-mafia di turno.
Gli ‘ndranghetisti attaccarono e i giovani li respinsero. Rocco Palamara è un Peppino Impastato di Calabria. Subisce due attentati, cerca di difendersi, viene arrestato lui al posto dei suoi aggressori ma riesce ad evadere. Dopo anni di violenze rinuncia alla rivoluzione di Africo ed è costretto ad andare via dal paese». La parabola di Rocco Palamara illustra bene lo stato di quegli anni. Chi combatteva era costretto a mollare, abbandonato, in primis, dallo Stato. Con buona pace di Ernesto Galli della Loggia e della pubblicistica che disegna un Sud rassegnato e immobile, pronto a convivere con le mafie. Era il 1979, e “Africo” usciva per Einaudi. Si portò dietro una querela, avanzata da don Stilo e sbarcata davanti al Tribunale di Torino. È quel processo il fulcro della postfazione firmata da Stajano. Le udienze, la corte agguerrita del don calabrese presente a ogni occasione, la testimonianza decisiva dell’allora presidente del Tribunale di Locri Marino: «L’8 gennaio Giulio Einaudi e io fummo assolti con la formula piena: “Il fatto non costituisce reato”. In quei giorni – racconta lo scrittore – i giovani comunisti della costa jonica della Calabria stamparono e appiccicarono ai muri dei loro paesi un manifesto che diceva: “Ogni tanto la prepotenza non vince”. Per me fu una medaglia al valore».







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