“A ‘Ntinna”, un documentario sulla festa arborea di Martone

Il fusto, rigorosamente di faggio, viene scelto con grande cura. Mentre lo cercano nei loro boschi, valutando attentamente, uno per uno, i tronchi più imponenti, i martonesi però già sanno…

Il fusto, rigorosamente di faggio, viene scelto con grande cura. Mentre lo cercano nei loro boschi, valutando attentamente, uno per uno, i tronchi più imponenti, i martonesi però già sanno che non si parla solo di un albero, quantomeno non di un albero come gli altri. Non è un caso, infatti, se già dalle prime fasi l’oggetto della ricerca viene indicato declinando gli aggettivi al femminile: «Questa è bella, alta e diritta», «quest’altra sarà pronta tra un paio di anni»… Il rituale della scelta dell’albero, pur precedendola, è parte integrante della festa patronale di San Giorgio, durante la quale ogni anno, intorno alla seconda domenica di agosto, per gli abitanti di Martone, paesino locrideo accucciato tra le cime dell’Aspromonte e quelle delle Serre, si rinnova il rito della “‘Ntinna”. A raccontare questa festa popolare, in un documentario che uscirà il prossimo 21 novembre, è Nino Cannatà, regista e scenografo che attualmente sta portando a compimento il progetto “Suoni in Aspromonte”, un film sulla musica e le tradizioni della cultura orale della montagna calabrese dal quale scaturisce il lavoro sulla festa di «Santu San Giorgi».

“A ‘Ntinna – La festa arborea di Martone” (libro + dvd, Squilibri editore), che il Corriere della Calabria ha visto in anteprima (qui il trailer), racconta con un approccio «partecipante» tutte le fasi che attraversa il vero – anzi, la vera – protagonista della festa, quasi più del Santo: il fusto della ‘Ntinna viene cercato, valutato, identificato, tagliato, trasportato in paese (mentre gli anziani raccontano la fatica che un tempo costava tale pratica), issato nel centro della piazza e adibito come un albero della cuccagna per essere poi scalato, conquistato dai più abili. Ma, prima di essere eretta, la ‘Ntinna passa per un matrimonio arboreo celebrato con un suggestivo rituale tradizionale: alla “testa” del fusto di faggio viene unita la cima di un pino, e tutto viene tenuto insieme da dei legacci fatti di rami di castagno. Un’unione simbolica, propiziatoria, costruita con la lentezza e la cura di piccoli gesti che Cannatà restituisce nella loro devota naturalezza.

Come rileva nell’introduzione l’antropologo Antonello Ricci – il cui contributo è affiancato da quello del collega martonese Pino Schirripa –, il lavoro di Cannatà è prettamente descrittivo, etnografico, costruito con il rigore della documentazione scientifica. Ma ha anche una forte, evidente impronta autoriale. Sulla scia del grande Vittorio De Seta, che già alla fine degli anni ’50 raccontò di culti arborei come quello della “Pita” di Alessandria del Carretto, Cannatà entra senza violenza né compiacimento nel contesto collettivo che vuole narrare. A differenza di De Seta, però, l’autore di “A ‘Ntinna” rinuncia alla voce che commenta fuori dal campo e si “limita” al racconto solo per immagini, reso fluido e profondo al tempo stesso da una certa istintività nelle riprese, che finisce per restituire un vero e proprio documento di antropologia visiva. L’autore infatti, senza rinunciare al suo “punto di vista” ma evitando qualsiasi possibile scorciatoia retorica, non racconta solo le fasi di preparazione della ‘Ntinna, non descrive solo come il culto dell’albero si intrecci indissolubilmente a quello del Santo, ma riesce a fermare in video gli attimi frammentati in cui, attraverso le relazioni sociali scaturite dalla memoria e dalla devozione, gli abitanti di un piccolo paese calabrese tornano a sentirsi una comunità. È il culto della tradizione, il rapporto tra l’uomo e l’albero, l’intreccio tra la sacralità della religione e quella della natura, a restituire il senso del collettivo e la percezione che ne hanno gli stessi martonesi.

Così nel documentario di Cannatà non solo le immagini ma anche le sonorità che accompagnano il rituale, anche le vibrazioni delle stesse parole che scandiscono la festa, diventano racconto. Di esodi, migrazioni, abbandoni e ritorni. Di festa e comunità. Senza nostalgia moraleggiante, senza retorica identitaria. Solo racconto di sentimenti, di religiosità dei luoghi.

Sergio Pelaia
s.pelaia@corrierecal.it

copertina a ntinna







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