A Reggio la prima calabrese di Inside the Chinese Closet

REGGIO CALABRIA Un anno fa, Inside the Chinese Closet di Sophia Luvarà, era reduce dal successo della 66esima edizione del Festival internazionale del Cinema di Berlino. Il documentario di osservazione…

REGGIO CALABRIA Un anno fa, Inside the Chinese Closet di Sophia Luvarà, era reduce dal successo della 66esima edizione del Festival internazionale del Cinema di Berlino. Il documentario di osservazione di questa giovane regista reggina, era rientrato tra i 50 film della sezione Panorama. La difficoltà ingente di allora era – ed è tuttora – trovare un distributore in Italia che volesse portare questo lungometraggio nelle sale. Ieri sera, un accordo tra il circolo Zavattini e il cineteatro Odeon di Reggio Calabria e la Witfilm, casa di produzione olandese che ha finanziato il progetto, le ha permesso di proiettarlo nella sua città. In inglese, sottotitolato in italiano, quella di ieri è stata la prima calabrese, la seconda italiana (la prima proiezione è avvenuta al Biografilm di Bologna nel giugno 2016). «Io intanto per salutarla un applauso glielo farei», presenta così Tonino De Pace, presidente del circolo Zavattini, al pubblico dell’Odeon Sophia Luvarà. Lei rimanda la discussione a dopo la visione del film. In Inside the China Closet l’omosessualità fa da fil rouge a situazioni molto onerose: controllo delle nascite; matrimoni combinati; mercato nero del commercio dei bambini. In una Shangai in continuo sviluppo, la tradizione familiare si scontra con la modernità o, meglio, la necessità di creare una famiglia e avere dei figli. Andy e Cherry sono due omosessuali trentenni che vivono costantemente sotto la pressione delle loro famiglie. Il padre di Andy, vuole che lui trovi una moglie (lesbica) e che abbia con lei un figlio anche a costo di comprarlo, affittare un utero e spendere molti soldi. Benché già sposata con un ragazzo gay e in procinto di divorzio, stessa sorte tocca a Cherry, a cui i genitori propongono soluzioni alternative al parto: compravendita di bambini, magari abbandonati in ospedale. In un Paese come la Cina che non prevede un sistema pensionistico, avere dei figli è necessario più che voluto. «Ho fatto figli perché si prendessero cura di noi – commenta la mamma di Cherry – e lei deve averne perché qualcuno lo faccia con lei». Combinare matrimoni per i figli gay, vuol dire contare su una progenie che possa accudirli in vecchiaia. «Il matrimonio è come la politica», dichiara il padre di Andy. Senza entrare nella vita di questi due ragazzi, Sophia parla con loro in sporadiche occasioni. Dietro la camera, pone qualche domanda, ma molto è lasciato al silenzio che si cela dietro le confessione e i momenti di commozione. In un lavoro costato nove mesi di ricerca nei gay pub e nelle ong, la vita di Sophia si è fusa con quella della gente del posto. «Sono andata a vivere con loro». Dopo la proiezione – in un dibattito aperto col pubblico – sul palco con Sophia, Tonino De Pace e la giornalista Paola Abenavoli, si sono dati il cambio Lucio Dattola, presidente provinciale Arcigay di Reggio Calabria, Mirella Giuffrè, presidente dell’Agedo, associazione genitori di omosessuali e Eduardo Lamberti-Castronuovo, assessore alla cultura e alla legalità della Provincia di Reggio Calabria. «Il pregio maggiore del film credo sia la capacità di fare parlare da sole le immagini», commenta Tonino De Pace. Paola Abenavoli chiede quanto sia stato difficile fare accettare ai genitori di Cherry la macchina da presa in casa. «In quel caso è stato facile perché è stata detta una bugia – risponde Sophia -. Cherry ha detto che eravamo lì per fare un documentario sui gamberetti. Il padre li coltiva in serra e tutto il paesino vive di quello. Non posso più vedere i gamberetti». Risate a parte, girare in Cina non è stato semplice. «Le autorizzazioni non le abbiamo mai avute. Abbiamo fatto una richiesta sottobanco e abbiamo scoperto che non ce le avrebbero mai date. Abbiamo girato senza, il che vuol dire una serie di problemi: in ogni momento avrebbero potuto cacciarci. La casa di produzione si è presa tante responsabilità. Abbiamo cercato di girare con telecamere piccole e ci è andata bene». Per Lucio Dattola «è importante riflettere sull’aspetto dei diritti civili in Cina. L’ordine degli psichiatri nel 2001 ha cancellato l’omosessualità dalle patologie mentali». Qualcuno tra il pubblico chiede se i genitori di Andy abbiano visto il film. Lei dichiara di no, ma che le loro vite sono ben diverse: ora convivono a Shangai con i rispettivi compagni. Andy sta prendendo un bambino negli Usa per 80mila dollari e Cherry ha scelto di non averne. «Quale sarà il tuo prossimo lavoro?», le domanda una spettatrice. «Sto lavorando a un progetto qui in provincia di Reggio, ma non posso dirvi altro. Dopo tanto girare, mi piacerebbe raccontare una storia del posto da cui vengo».

Miriam Guinea
redazione@corrierecal.it







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