Francesca Prestia canta e “cunta” la sua Calabria

LAMEZIA TERME Esiste una Calabria misconosciuta, piena di sfumature. Quella della Magna Grecia, della cultura, delle antiche tradizioni. Quella fatta di storie cupe, piene di dolore e sofferenza, che hanno…

LAMEZIA TERME Esiste una Calabria misconosciuta, piena di sfumature. Quella della Magna Grecia, della cultura, delle antiche tradizioni. Quella fatta di storie cupe, piene di dolore e sofferenza, che hanno conosciuto la morte; e storie piene di speranza, fatte di lotte, conquiste e coraggio.
Francesca Prestia è una cantastorie. Una donna che, già da giovanissima, si è impegnata socialmente spaziando e analizzando tematiche sempre importanti. Lei, le storie calabresi, le canta e le “cunta”. A volte accompagnandosi con il suo flauto traverso, altre volte imbracciando la chitarra.

Lei canta spesso le storie di donne in difficoltà, vittime delle ‘ndrangheta. Da cosa nasce questa esigenza?
«Essendo sempre stata vicina alle comunità d’accoglienza, ho sviluppato subito questo tipo di sensibilità, molto forte, che essendo cantastorie, si traduce poi in ballate anche in maniera originale. In Calabria non l’aveva mai fatto nessuno, tranne che per le lotte contadine. Però si tratta di fatti avvenuti molto tempo prima, non corri rischi a parlarne. Io ho fatto una scelta coerente col mio modo di intendere la vita, cioè cantare anche quello che fa male, le ferite di oggi. Sono partita da Lea Garofalo, uccisa appunto dalla ‘ndrangheta: un giorno mi capitò di leggere sul giornale un articolo su di lei e non so cosa mi successe dentro, ma dopo un’ora ero chiusa nel mio studio, dove nacque la “Ballata di Lea”. Un canto straziante, un grido. Perché da donna calabrese ho interpretato quel dolore comune a tutte le donne che vivono questo dramma. Da lì ho deciso di continuare».

A proposito di Lea, ha concluso un progetto nelle scuole, intitolato proprio “Dedicato a Lea”, attraverso il quale i ragazzi hanno scritto, composto e registrato brani per ricordare le donne vittime della mafia. C’è anche un po’ di quest’esperienza nel suo ultimo disco “Mare Nostrum”?
«I brani che ho composto con i ragazzi non li ho poi ri–registrati purtroppo, però con loro mi sento sempre: è rimasto un bellissimo legame e questa è la cosa che più mi piace. Tra l’altro io oltre a insegnare nelle scuole primarie, continuo a girare da cantastorie nelle scuole. Ultimamente sono stata a Bologna, al liceo scientifico Copernico, dove ho cantato a dieci classi; i ragazzi mi hanno fatto tante domande, si sono avvicinati e con una decina di loro siamo rimasti in contatto».

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In Italia aumentano i casi di donne uccise, sfigurate dall’acido, picchiate come se fosse la normalità. Cosa sta succedendo secondo lei?
«Non penso che la situazione sia peggiorata, semplicemente prima c’erano molte cose sommerse. Ora per fortuna si iniziano a conoscere di più queste tragedie. La cosa che preoccupa è che la questione non sia migliorata, perché nonostante ci sia una diffusione delle informazioni maggiore, quello che scatena la violenza sulle donne non è stato ancora scardinato ed è lì che noi dobbiamo lavorare».

Concretamente e praticamente in che modo?
«Sabato scorso sono stata a Reggio, dove una bravissima sociologa ha spiegato i motivi culturali che ancora non permettono la liberazione delle donne. Chiaramente noi da donne dobbiamo fortificarci, essere più consapevoli, ribellarci anche alle forme più subdole di violenza e pretendere il riconoscimento dei nostri diritti. C’è ancora tanto lavoro da fare. I numeri spesso parlano meglio delle parole e ci dicono che ci vengono quasi preclusi quei luoghi di comando, di potere, di organizzazione e amministrazione del territorio. Sembra che l’uomo non intenda lasciar spazio alle donne e questa è la manifestazione della prepotenza maschile. Credo anche che l’uso della pubblicità, i vari film mostrino sempre una donna come oggetto di desiderio. È proprio questo il pensiero da dover scardinare, perché basta poco per trasformare il desiderio in forza omicida».

A un certo punto, è entrata in contatto con il mondo greco e con quella lingua, soprattutto…
«Sì, io giro molto in Calabria, incontro tantissime persone. Nella zona del reggino ho conosciuto i paesini dell’area grecanica, dove ho sentito le persone più anziane parlare in questa lingua; mentre a Frascineto ho imparato a cantare in arbereshe. Da lì ho deciso di cantare in queste due lingue in via d’estinzione, componendo appunto ballate in grecanico e in arbereshe. Poi la Magna Grecia ha fatto la nostra storia».

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Perché i giovani non sono interessati a conoscere e rivalutare queste lingue sempre più dimenticate?
«Io mi colloco nella piccola nicchia della musica popolare, amata dai giovani nel momento in cui assistono a un mio concerto, quindi diventa un momento ludico e di svago. Difatti i ragazzi preferiscono la musica pop, reggae, rap: è il linguaggio del loro tempo ed è giusto che sia così. Io sono solo una cantastorie popolare, non mi impongo. Però nella zona arbereshe ci sono dei ragazzi che stanno tentando di proporre il rap, il reggae e il rock in questa lingua e sta funzionando, perché molti comprano i loro cd, vanno ai loro concerti e io ne sono felice. Mentre nelle zone grecaniche per 20–30 anni non è stato parlato il grecanico se non dagli anziani, perché molti giovani si vergognavano a parlare quella strana lingua. Adesso invece hanno aperto delle scuole per reimpararlo e i ragazzi che lo stanno imparando, la stanno a loro volta insegnando ai bambini. Per ottenere dei risultati ci vorrà del tempo, poi dovranno comporre e cantare testi in lingua grecanica, ma secondo me, purché avvenga, si può avere un po’ di pazienza».

Il suo interesse spazia anche fino alle storie dei migranti che partono speranzosi alla ricerca di una vita migliore e troppo spesso incontrano la morte tra le onde impetuose del Mediterraneo. Però ha avuto la fortuna di conoscere Nijat, fuggita in cerca della libertà e scampata alla furia del mare.
«Sì, Nijat adesso è a Roma, si è sposata, ha una bambina bellissima. È riuscita a trovare la sua libertà, a realizzarsi come donna, come mamma, torna almeno una volta l’anno in Africa a trovare la sua famiglia, quindi ce l’ha fatta».

Ecco, quando ha letto la storia di Lea si è immedesimata in quel dolore; ma cosa prova, invece, quando canta e racconta le storie di donne che ce l’hanno fatta?
«Sono felice pensando a loro, perché le conosco personalmente, infatti canto sempre di persone che ho incontrato. Certo, un velo di dolore ce l’ho sempre, perché so che molte sono morte in mare, molte nel deserto e molte non arriveranno mai qui da noi. A quel punto mi impegno ancora di più, perché se l’Occidente capisse che con politiche diverse si diverrebbe più solidali, queste tragedie non avverrebbero. Quindi cerco di impegnarmi per sensibilizzare ed emozionare le persone, ma anche i politici, i giornalisti, gli scrittori per non fare indurire i cuori. Una cantastorie può fare solo questo: emozionare e tenere desta l’attenzione verso questi problemi».

Cosa sta progettando per il futuro?
«Sto già lavorando tantissimo a nuovi progetti. In particolare sto portando in giro per l’Italia uno spettacolo che si intitola “Le donne di Corrado Alvaro”, proprio per ricordare il sessantesimo anniversario della sua morte, perché secondo me è lo scrittore più importante della Calabria insieme a Mario La Cava e ci tengo molto. Poi, sto continuando a raccogliere storie calabresi che faranno parte del mio prossimo cd. Storie curiose, non solo di donne questa volta. Sto raccontando anche una Calabria di contadini, operai, ferrovieri che si sono opposti al fascismo, alla ‘ndrangheta da sempre e hanno lottato per il riconoscimento dei loro diritti. Questo perché si è sempre detto che i partigiani, i grandi scioperi e le rivolte degli operai erano al nord, ma non è così. Per poterlo affermare nelle mie ballate, ho bisogno di fonti; infatti sono affiancata da tanti storici, tanti esperti che mi stanno dando il materiale, i libri da studiare. La storia va raccontata in maniera attendibile, nonostante una ballata duri tre minuti».

È tutte queste cose insieme la Calabria. Contemporaneamente terra di speranza e di dolore, coraggio e paura, vita e morte. Si può scegliere di scappare via e non tornare mai più oppure di restare e continuare a lottare. Si parte dalle cose semplici: una chitarra e delle storie da raccontare.

Carmen Baffi
redazione@corrierecal.it





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