La marchesa che amò la Sila

«Partì a cavallo di notte. La via scendeva per valli anguste e risaliva rapida. Una nebbia biancastra, attaccaticcia, si distendeva a lembi tra gli alberi. Nel passare in mezzo se…

«Partì a cavallo di notte. La via scendeva per valli anguste e risaliva rapida. Una nebbia biancastra, attaccaticcia, si distendeva a lembi tra gli alberi. Nel passare in mezzo se ne restava presi come da ragnatele. Mi precedeva un uomo della montagna, avvolto nella mantella nera, e mi seguiva un vecchio zio, Luciano Raffaelli-Foresta, signore all’antica, spagnoleggiante come un don Quijote dei briganti. All’alba raggiungemmo i pini, e su su per la costa seguimmo le luci che tingevano le punte degli alberi. Pensavo agli antichi viandanti che erano saliti solitari e non avevano turbato il silenzio. I nostri cavalli lo riempivano di scalpitii, ché il sentiero era diventato aspro e la roccia affiorava». È l’incipit, delicato e avvolgente, di un libro le cui trame, che sottendono uno sguardo appassionato ma rigoroso sulla Calabria dei primi decenni del Novecento, si dipartono dal bosco di Callistro, in Sila, raggiunto, dopo la fuga da Firenze con un bambino malato in braccio, da una donna di venticinque anni (nasce a Firenze nel 1894) durante il biennio rosso.
Quella donna, “bellissima e affascinante”, ritratta nel 1937 dal pittore futurista Gino Severini (c’è anche un ritratto di Guttuso che però non si riesce a scovare), definita da Gabriele D’Annunzio «la Madonna silana» nelle liriche dell’Alcione, ma soprattutto colta, istruita in collegi tedeschi e inglesi, approda, il 1919, nel Gariglione, la secolare “foresta vergine” che piacque a Norman Douglas. Si legge, ed è come sentire la voce suadente della giovane in fuga «dal disfacimento sociale e morale che soffocava l’Italia» e alla disperata ricerca di una “patria” che, all’improvviso, come un destino le si dischiude nella montagna calabrese di cui perdutamente s’innamora: «Così il mio spirito, preso da codesta area, da codesta luce, l’amò d’un tratto, con profonda passione e mi sentii come un errante sperduto pellegrino che infine torna alla sua patria». E ancora: «Eccoci giunti! Piede a terra! Questo è il tuo regno e questo è il castello del quale disponi. Il vecchio signore teneva cavallerescamente la briglia al mio cavallo e con gesti comici mi additava una piccola baracca nascosta tra gli alberi. L’immensa foresta si distendeva tutto intorno e riaffiorava su vari piani dell’orizzonte in cocuzzoli neri e contorni scuri di abeti».

“INTRODUZIONE ALLA CALABRIA” DI MARIA ELIA DE SETA PIGNATELLI L’autrice di un testo fra diario-romanzo (specie i dialoghi con Corrado Alvaro) – saggio, “Introduzione alla Calabria”, iniziato nel 1920, e stampato da “Editrice casa del Libro” di Cosenza nel 1966, si firma Maria Pignatelli di Cerchiara. Omette il suo cognome da nubile, Elia (era figlia di un geniale ammiraglio, il conte Giovanni, inventore delle torpedine da blocco); quello del marito, Giuseppe De Seta, un incidente di percorso subito rimosso dalla sua vita convulsa, visto che di lui, dopo il matrimonio costato all’epoca 50mila lire, si perde ogni traccia; e i titoli di marchesa e di principessa, avendo sposato, in seconde nozze, Valerio Pignatelli di Cerchiara, un capitano degli Arditi e, più avanti, comandante dei “Guardiani ai Labari” che “visse pericolosamente”, si batté a duello con Roberto Farinacci, e morì nel 1965 nella tenuta di Sellia Marina.
È un libro complesso, a tratti ostico ma dalle annotazioni ficcanti, incentrato su una terra a cui la marchesa si avviluppa inestricabilmente. E per sempre, fino alla morte in un incidente d’auto di ritorno da Nicastro nel 1968 dopo aver visitato il castello Normanno.

«LA CALABRIA NON È UN PAESE DI MUSICA, MA DI PENSIERO…» Un viaggio in Calabria che esordisce con Pitagora, che fugge da Samo dove «tutto è vecchio e logorato», penetrando, con perizia e fantasia, nella filosofia di una scuola aperta alle donne e che trovò a Crotone la terra gagliarda e l’atmosfera ideale per affermare «che tutto ciò che si conosce ha un numero» e concepire lo «Jeros Logos» trascritto da Theano. Racconta il dromos della Magna Grecia, che da secoli scorre lungo la “106”, si sofferma con ricchezza di note sui valichi dell’Aspromonte, le Serre, la Sila. S’incanta, quando s’imbatte in Gioacchino da Fiore che annuncia «le date del terzo Stato e il regno dello spirito», Cassiodoro, «l’unico romano sopravvissuto alle rovine dell’impero» intento a costruire «il suo emporio mondiale», Murat, San Francesco di Paola, e s’attarda estasiata nel descrivere le “vie della seta” e i viaggi di Federico II.
Un tour che va avanti per anni e che, infine, la spinge a dedurre che «la Calabria non è un paese di musica, ma di pensiero, che, subito, crea formule e regole». Personaggio poliedrico e sorprendente, la marchesa: madre di Vittorio De Seta, “il poeta della verità” che s’iscrisse al Partito comunista nel ’47, regista, di cui fu assistente volontario Gianni Amelio sul set di “Diario di un maestro”, solerte nella messa a fuoco dei “dimenticati” e del cupo realismo di un Sud nobile di miseria. In contatto con Mussolini (amata dagli americani e odiata dagli inglesi che la torturarono), amante del ministro Michele Bianchi, primo segretario del Partito nazionale fascista, ma anche amica di Paolo Orsi, Zanotti Bianco ed Edoardo Galli che la fece primo ispettore onorario per le antichità della Calabria. Decisamente, non un carattere docile. Tantomeno suggestionabile. Per farsi un’idea: stavano andando a Roma, nel 1941. A un certo punto, l’auto si dovette bloccare per l’improvviso abbassarsi delle sbarre a un passaggio a livello. Era notte, avevano fretta. Lei chiese: «Quanto ci vuole?». L’uomo fumava e fece un gesto come per dire «che ne so? Aspetta e basta!». E lei di rimando: «Se non alzi subito le sbarre, ti sparo». E l’auto filò via. Commentò, con il figlio anni dopo, il giornalista americano e agente dell’Oss (il servizio segreto statunitense durante la seconda guerra mondiale) Robert Livingston Pomeroy, che era con lei: «Non ho mai dubitato che l’avrebbe sparato per davvero…».

QUEI NOBILI CATANZARESI «DAI NOMI BUFFISSIMI…» Ciò che si staglia con nettezza, tuttavia, dalle 198 pagine di un libro che andrebbe ripreso da un editore intelligente, è l’amore incondizionato per la Calabria e i calabresi di una toscana tosta e determinata. La sua descrizione dei nobili catanzaresi cui era apparentata, è folgorante. Giunta da sola a Catanzaro marina nel 1919, lo descrive così: «Non c’era dove andare, nulla da mangiare e il paese era in un bagno di luce e di polvere bianca che lo scirocco caldissimo sollevava a polveroni. Sembrava un paese bruciato con le case rabberciate alla meglio. La sporcizia e l’abbandono vi regnavano, tanto che avevano distrutto più del terremoto e disfatto a tal punto da togliere anche la speranza di poter dare un aspetto umano a quei miserabili abitacoli. Ma la gente era bellissima di portamento nobile e cortese. Io non capivo una parola di ciò che dicevano».
ppena giunta in città («sporca, rovinata, sbertucciata»), la giovane toscana s’imbatte nella precarietà del tempo: «Non c’era acqua corrente nella casa e nel cortile dalla fontanella ve n’era per due ore al giorno. Rimasi in estatica contemplazione delle donne in costume che trasportavano i barili d’acqua in testa. Per terra non lavavano mai e ci sputavano spesso: ma nella sala c’erano grandi mobili dorati dove si sedevano signori affabili tutti vestiti di nero. I vestiti erano di pesante lana nera anche con quel caldo nel mese di maggio e si tenevano i guanti di pelle lucida in mano. Si sedevano dritti nelle poltrone con grande sussiego e non si appoggiavano mai e dei servitori senza livrea servivano dei gelati in dei piattini sgocciolanti. I nomi mi sembravano buffissimi, molti avevano l’articolo che non tornava per genere e numero con il sostantivo che accompagnava». 
Ma la scoperta che la gelò, fu che i suoi parenti non avevano intenzione di lasciarla andare in Sila: «La Sila? Voi volete andare in Sila?». Racconta: «Così partii di notte, sola e in gran segreto». Giunse nel bosco di Callistro e la dimora che l’attendeva era una baracca senza tetto: «Fui accolta per due giorni dai pastori e sempre per molti anni fino ad oggi mi consideravano una di loro. Mi insegnarono le sorgive e i guadi degli animali e le scorciatoie, i punti dei pascoli, dei funghi, delle fragole. Quando capirono che amavo i fiori me li portarono sempre». Nacque un amore tra la marchesa e la Sila che si coglie ancora adesso percorrendo i luoghi che l’hanno vista galoppare a cavallo o sul calesse col frustino in mano.

“LA TORRE DELLA MARCHESA” DI FRANCESCA SIMMONS POMEROY La nipote Francesca Simmons Pomeroy, in un libro di nostalgie struggenti che racconta la storia di una casa in Sila vissuta soltanto vent’anni (“La Torre della marchesa”), la ricorda: «Per la sua generosità e il rispetto che comandava». Le memorie della marchesa sono incantevoli. Nell’altipiano, «la cui aria contiene della forza radioattiva», tra foreste di faggi, pini e abeti, «mi senti veramente vivere, perché cominciai a scoprire i veri valori delle cose e a capire ciò che importa e non importa. Mi era sembrato di nascere anch’io, e la Sila m’insegnava il valore di quel primo figlio. Tutta la mia vita precedente non esisteva più». C’è, poi, tutta una parte della sua vita per intero calata nella ricerca delle antichità della Calabria che sta appassionando alcuni giovani archeologi e che merita d’essere conosciuta. Da Reggio fino a Taranto, sosteneva, «in due giornate d’automobile, si possono visitare gli scavi di Locri, Caulonia, Roccelletta, Hera Lacinia, Sibari, Metaponto». Scrive: «Tutta la “106” potrebbe diventare un giardino nel quale sorgono le antiche città greche e romane che ridate alla luce costituirebbero la più bella via archeologica del mondo».
Non sono i barbari che impediscono alla Calabria di svegliarsi dal lungo letargo: «La civiltà muore del suo successo. La sfiducia è in noi, è l’abbandono che uccide le cose, non l’invasione dei popoli d’otre Alpi e non le distruzioni dell’esercito imperiale». Ad alcuni suoi interlocutori, che incitati a riscoprire le bellezze della Calabria scuotevano la testa («non v’è più pace, sentiamo una grande stanchezza. come possiamo educare e curare le arti?»), ribatteva indicando l’esempio dei «grandi calabresi che hanno segnato la storia dell’umanità». E tornando, senza tregua, a cercare nei borghi più sperduti dell’Aspromonte («ad Africo emblema della miseria») e tra i flagelli naturali, le antica vestigia di una terra maltrattata, ma dignitosa nelle povertà più indicibili. Andando a Polsi, «dove le mosche turbinavano e gli uomini in stato d’imbestiamento danzavano guardandosi fissi negli occhi con un sorriso ebete», la marchesa cercava, «tra le donne seccagne e dalle facce gialle e terrose, battute dai venti e sciupate dai geli, affaticate dalle salite e discese sdirupate, povere e senza fantasie», gli strapiombi dove un tempo s’erano rifugiati i monaci basiliani che fuggivano l’Oriente, e nelle montagne calabre inseguiva l’orgoglio degli eroi «sublimi di sconfinata potenza» avvolti dal senso di tragedia.

L’ARCHEOLOGIA E L’AMICIZIA CON PAOLO ORSI E ZANOTTI BIANCO Cercava il mondo antico («la Calabria è terra di grandi alberi che come gli dei hanno radici forti») che la «grossolana modernità» non ha distrutto, e che è sopravvissuto a quel «mostruoso naufragio del paganesimo e quell’orribile cattolicesimo». Si batteva «per alimentare la passione e la fiaccola della storia dell’arte, in una regione che mi ha dato soddisfazioni spirituali e scientifiche indimenticabili», ma sempre avendo nel cuore la Sila dove sognava di realizzare «una città universitaria montana per preparare i giovani alla vita della Nazione». La Sila: «Vasto oscuro altipiano la cui luce contiene raggi ultravioletti. L’unica montagna del centro del Mediterraneo che potrebbe offrire il suo fresco e mitigato clima estivo al turista non solo dell’Italia meridionale. Enorme blocco che sovrasta la Calabria con grandi linee dritte che tagliano l’orizzonte. Cittadella di granito, salda in mezzo al paese dei terremoti, la più antica parte d’Italia, emersa dalle acque del primo caos generale».
La Sila «è bella percorrerla a piedi o a cavallo, accampandosi sotto le tende vicine alle sorgenti fresche e ombrose, come feci a volte con mio padre. Ogni cosa là è piena d’incanti e la vita con i suoi avvenimenti assume un’aria di mito. Le azioni vi si compiono come misteri, e il pensiero diventa religioso. Vi si può vivere a lungo in solitudine e contemplare i vasti orizzonti che si perdono nell’infinito azzurro del mare».

MARINETTI, MISSIROLI E GLI SCATTI DI GHITTA CARROL Sembra l’illusione di un altro mondo su carta, ma non è vero. A un salto dalla costa ionica, salendo dal bivio di Cropani, i paesaggi della marchesa non sono un bucolico miraggio, quell’incanto, a Buturo, è tuttora possibile. La Sila, scampata al pasoliniano «sviluppo senza modernità» che per decenni ha sfracellato, con brutture e sregolatezze edilizie d’ogni spaventevole forma, la costa ionica, offre momenti d’impareggiabile armonia. Ci sono i solitari ruderi della Torre da cui s’avvistano i due mari che ricordano i tanti rapporti di amicizia della marchesa, Filippo Tommaso Marinetti, Massimo Bontempelli, Mario Missiroli. Ghitta Carrel, la fotografa ungherese della borghesia e dell’aristocrazia italiana tra le più quotate degli anni 30, tra cui Maria Josè amica della marchesa, ha firmato numerosi scatti su Maria Pignatelli e i suoi figli. E ricordano le continue partenze della marchesa per Firenze, Napoli, Roma (nella sua casa di piazza Farnese), Palermo (dove fu animatrice della “Galleria Mediterranea”) e, non di rado, le destinazioni rischiose, ben oltre le declamazioni dei futuristi. 
Persino, la si è vista oltrepassare la principale linea difensiva tedesca sul fronte meridionale di Cassino per riferire a Mussolini dell’attività dei fascisti al Sud. La marchesa scrisse un libro, mai pubblicato e misteriosamente disperso, sul fascismo clandestino al Sud. Ci sono cinquanta pagine di rapporto segreto sulle sue azioni rocambolesche del National Archives and Records Admnistration (Nara), prigioniera degli inglesi, messa al muro due volte per finte fucilazioni, ma non cedette. Di lei c’è ancora molto da svelare, negli archivi e fra le pile di  carte di famiglia, ma per capirla, nel suo tempo e nella sua Calabria, vanno accantonate le categorie del bene e del mane e la chiave deformante delle ideologie, sconfitte ma ancora annaspanti.
Quattro figli: Francesco ed Emanuele, piloti pluridecorati della Regia Aeronautica, il primo morto nel ’43 in un tragico incidente aereo; Vittorio, che dal “popolo lavoratore” estrae documentari meravigliosi, e poi Bona, flessuosa nelle camminate silane, più d’altri memoria dei giorni lieti e dei rovesci che scuotono la Torre. Visse liberamente la marchesa. Se però è stata scordata dalle persone che l’hanno frequentata, mentre ancora gli storici brigano per decifrarla, di sicuro non l’ha fatto la grande madre Sila, «gentile e piena di luce», che l’accompagnò vivere, con coraggio e a tratti con spregiudicatezza, le sue passioni. Avercele, oggi, cento personalità con quella grinta. 

 *giornalista





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