“80 mq di silenzio”, l’opera di Fazzari sulle rovine di Africo

MILANO Un dipinto scenografico di 80 metri quadri che ritrae l’abside della Chiesa di San Salvatore ad Africo, in Aspromonte, la sola architettura significativa sopravvissuta dopo l’alluvione del 1951 e,…

MILANO Un dipinto scenografico di 80 metri quadri che ritrae l’abside della Chiesa di San Salvatore ad Africo, in Aspromonte, la sola architettura significativa sopravvissuta dopo l’alluvione del 1951 e, da allora, abbandonata. Si tratta dell’opera di Domenico Fazzari che è stata esposta a Milano, dal 7 luglio all’1 ottobre, nell’ex Chiesa di San Sisto, la cui abside è andata distrutta nei bombardamenti della seconda guerra mondiale, nell’ambito di un’iniziativa organizzata dall’assessorato alla Cultura del Comune di Milano e dallo Studio Museo Francesco Messina diretto da Maria Fratelli, con il supporto del Laboratorio di Scenografia del Teatro alla Scala. L’opera di Fazzari propone una riflessione sul senso dei luoghi e del tempo incentrata sul tema delle rovine di due chiese nel Nord e nel Sud Italia, una a Milano e una in Aspromonte.
L’enorme scenografia ha dunque innescato un dialogo tra i due luoghi, strutturalmente simili e accomunati da una storia di distruzione, e invita alla ricerca della loro identità passata e della loro memoria, facendoli rivivere l’uno nell’altro.
In seguito alla mostra lo stesso Studio Museo Francesco Messina ha organizzato un incontro, tenutosi lo scorso 18 ottobre, a cui hanno partecipato Vito Teti e Patrizia Giancotti, moderato da Alice Giulia Dal Borgo e Maria Fratelli e seguito dalla proiezione del video documentario “Ordine di natura” realizzato dalla Bird production da un’idea di Domenico Fazzari, in collaborazione con Alberto Gatto e Frank Armocida. Tra il pubblico, oltre a studiosi e artisti milanesi, anche molti volti noti di Africo e dei paesi grecanici e aspromontani tra cui Gioacchino Criaco, Gianfranco Marino, Angelo Gligora, Mimmo Candela. Presente anche il direttore del Museo di Palazzo Reale, Domenico Piraino, calabrese di origine.
«Rappresentare Africo su una tela di 80mq – ha commentato Maria Fratelli – e dislocarla in una chiesa milanese significa riproporre all’attenzione del visitatore il miracolo della pittura. I grandi freschisti hanno sempre creato grandi illusioni, squarciando i soffitti sull’immensità del cielo o aprendo le pareti su paesaggi e orizzonti lontani. In San Sisto la congruenza tra lo spazio reale e quello della Chiesa di Africo è talmente forte che la variazione non è di luogo ma di tempo. Non si spiegherebbero altrimenti i muri scrostati, le finestre rotte, lo stato di abbandono (e quella mucca a destra dell’altare che guarda sospettosa). Entrare in San Sisto per non essere a Milano oggi, ma nell’immediato dopoguerra, quando l’abside non c’era più, quando il silenzio che sempre segue a una distruzione è ancora sospeso nell’aria».
Il silenzio, citato nel titolo dell’esposizione, rappresenta dunque la condizione dello spettatore di fronte alle rovine e ai luoghi abbandonati, siano essi la conseguenza di un’azione della natura o della violenza umana.
In questo suo dipinto il paesaggista Domenico Fazzari dà voce alle rovine di Africo, e consente così alla chiesa abbandonata di essere nuovamente vista e vissuta, e a San Sisto di recuperare temporaneamente l’abside perduta.   







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