Riabitare l’amicizia. Le quattro domeniche di Carnevale

Largu, largu de ’sta chiazzaNi volimu accomodàL’allegria, la cuntentizzala portamu a Carnevà. Carnevale, già il giorno di Santo Antonio Abate o nelle domeniche che precedevano il suo trionfo e la…

Largu, largu de ’sta chiazza
Ni volimu accomodà
L’allegria, la cuntentizza
la portamu a Carnevà.

Carnevale, già il giorno di Santo Antonio Abate o nelle domeniche che precedevano il suo trionfo e la sua morte, veniva salutato con gioia, allegria e contentezza perché ognuno poteva invitarsi ai calderoni. I farsari e i mascherati del paese, quando entravano in scena nelle piazze e nelle strade, si presentavano come portatori di allegria e di contentezza. “Conviti”, banchetti anche modesti, scambi di doni a base di carne del maiale ratificavano legami familiari, amicali, sociali su cui si reggeva la complessa struttura dell’universo tradizionale. 
Nel mio paese, come in tanti altri della Calabria, le domeniche di Carnevale erano quattro: domenica degli amici; domenica dei compari e delle comari; domenica dei parenti; domenica di Carnevale o dei denti. Altro giorno carnevalesco era il “giovedì grasso” o di “Lardaloro”, che precedeva la domenica di Carnevale. Il Carnevale si concludeva “martedì grasso”, detto “dell’Azata”. La gente si mascherava per essere accolta nelle case, essere invitata a polpette e braciole e una rete di legami trovava trionfo e celebrazioni nelle quattro domeniche. I “farsari” preparavano i testi da rappresentare e i mascherati si davano da fare per trovare vestiti adeguati alla loro parte.

Ricordava Turi D’Eraclea, uno dei grandi protagonisti del Carnevale degli anni cinquanta del Novecento: «Non bisogna mitizzare ed enfatizzare pratiche di socialità, scambio, reciprocità, solidarietà che trovavano una loro ragione di essere anche in fattori concreti, in storie di necessità e di precarietà». Turi chiarisce le ragioni pratiche e concrete dell’amore per il mascheramento e i festeggiamenti e perché Carnevale esplodesse come una bomba: «… ricordo quando ancora ragazzino, lacero ed eternamente affamato, con l’approssimarsi del Carnevale, sentivo dentro di me una gioia indescrivibile e non solamente per le maschere che mi piacevano tanto, ma anche e soprattutto perché nell’arco delle quattro domeniche dedicate ai festeggiamenti del Carnevale si poteva finalmente, grazie al buon cuore degli amici, mangiare della carne, delle polpette e tanti maccheroni, ben conditi col ragù del maiale e bene “informaggiati”. Tutto questo ben di Dio, durava per tutto il mese di febbraio, mese in cui venivano uccisi i maiali e che coincideva con i festeggiamenti carnevaleschi. Le farse avevano inizio la prima domenica (di solito a febbraio), dedicata agli amici, la seconda era dedicata ai compari, la terza ai parenti e la quarta a lui, al Sommo Carnevale. Già, sin dalla prima domenica, il popolo cominciava a respirare aria di festa, infatti, ancor prima che facesse giorno apparivano le prime maschere che attraversando le vie del paese, al suono della fanfara davano ai cittadini la lieta novella. Vi era un rapporto strettissimo tra festa e alimentazione. I ricchi e signori del paese che a dire il vero non avevano mai trascurato le famiglie meno abbienti specie i vecchi e i bambini, in questa circostanza elargivano con maggiore prodigalità. Che diamine, andavano dicendo costoro: è Carnevale e deve essere festa per tutti! Ma i poveri, a causa dell’eterna disoccupazione che da sempre ha afflitto la martoriata gente del Sud, erano tanti e tutte le mattine si doveva purtroppo assistere all’umiliante spettacolo che davano i vecchi e i bambini i quali si aggiravano attorno alle case dei signori per ricevere il soldino e un tozzo pane… Carnevale esplode come una bomba di entusiasmo e di folle allegria. Per le strade ci sono le maschere e in molte case ci sono i maiali macellati e sia le donne come gli uomini che vengono chiamati per la lavorazione del salame, la sera si riportano a casa ogni ben di Dio e a parte una bella porzione di carne cruda, ricevono delle cotiche, dei “polponi” e delle sanguinaccia ancora caldi e fumanti… ».

Nel Carnevale calabrese si segnalava la presenza diffusa di Pulcinella che compare assieme a Carnevale, il Capitano, la Vecchia, il Diavolo – sul modello del Carnevale napoletano –, di Giangurgulo, ma per lo più si ricorreva a mascheramenti semplici e fantasiosi. Carboni per tingersi, stracci, indumenti vecchi e non utilizzati, camici dei riti religiosi, vestiti prestati dai signori erano preziosi per mascherarsi. Le farse non erano recitate da comici di mestiere, anche se, come ricorda Lumini, avevano i loro «stabili recitatori»: mascherati, suonatori, cantanti erano contadini, lavoratori della terra, artigiani. Godevano del prestigio dei poeti ed erano apprezzati nella comunità per la loro bravura, la loro abilità nel recitare e nel far ridere, la loro bravura nell’imitare le persone oggetto di irrisione, nel pronunciare parole licenziose e nel fare gesti allusivi.
Non c’è molto da rimpiangere e da mitizzare del buon tempo antico. L’archeologia dei sentimenti non ha a che fare con un improbabile ritorno al passato. La nostalgia non è rimpianto ma anelito al futuro. Utopia. Piccola utopia quotidiana che tiene un legame con un senso reale e forte di ciò che resta. C’è da custodire memorie, da trovare un senso nuovo nelle schegge che arrivano dal passato, da trarne nuovi insegnamenti dinnanzi a un presente che non ci piace e non ci sembra abbia realizzato il miglior tempo possibile. Uno dei più grandi studiosi del Carnevale e del carnevalesco, Michail Bachtin, notava che se anche muore questo o quel rito, non scompare mai quel Carnevale, inteso come seconda vita della gente. Non viene mai meno, infatti, il bisogno di gioia, di libertà, di utopia e di opposizione ai signori della paura e del terrore. Come dicevano gli anziani farsari del mio paese: «Amici, eo non su mortu, l’ogghiu de la mia lampa ancora ajuma». Lo «spirito del Carnevale», inteso come vicinanza, spazio di libertà e luogo di socialità, soffia ancora. Certo non bisogna enfatizzare. Tutto accade in paesi che vivono una generalizzata situazione di abbandono. Più che proclamare, è doveroso, ognuno con la propria parte, impegnarsi per trovare un nuovo olio che possa alimentare la lampada capace di creare nuova luce e rinnovate speranze di rinascita e rigenerazione. Abbiamo bisogno di un nuovo linguaggio, di dare senso nuovo ad antiche parole e di inventarne nuove. 

Amicizia – termine antico, polivalente, faticoso, sempre da contestualizzare – merita di essere ancora oggi un legame e un sentimento da riscoprire, cui conferire nuove valenze. Spesso il termine amicizia significa “amicismo amorale” (prendo per analogia il termine familismo), la pratica inquietante del clientelismo e del tutelare gli amici degli amici, del “do ut des”. Spesso il termine amicizia nasconde indifferenza, maniera rituale e liturgica di ostentare rapporti inautentici e interessati. C’è poi l’amicizia su internet e sulla rete. Con tutte le riserve e le resistenze che ho per Facebook, posso ammettere che questo mezzo, bene adoperato, facilita rapporti di antica e nuova data, rende possibili conoscenze, incontri, dialoghi di cui tenere cura e di cui essere orgogliosi. Amicizia per me continua a parlare di dialoghi certi, d’incontri concreti e reali, di rapporti tra persone che si guardano negli occhi, si stringono le mani, condividono e si vogliono bene anche quando affermano una loro diversità.
Amicizia è il legame, il sentimento, la pratica di cui abbiamo bisogno in un periodo di solitudine, di indifferenze di conflitti. Ed ecco, allora, che dal passato “carnevalesco”, da antiche pratiche di vicinanza e di solidarietà, di sostegno e condivisone, ci arrivano messaggi sempre attuali, vivi, da assumere in maniera attiva e positiva, con delicatezza e dolcezza, per la nostra vita presente. Dobbiamo inventare la possibilità di riabitare i luoghi, i sentimenti, i legami, l’amicizia.

*Antropologo e scrittore





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password