Il Covid travolge l’economia: oltre 21mila imprese a rischio

Giù i ricavi in un anno di oltre la metà. Crollo della fiducia sull’andamento economico dei prossimi mesi e la maggioranza di imprenditori insoddisfatti per le misure adottate per contenere gli effetti della pandemia. Nel report di Demoskopika per la Bcc Mediocrati le conseguenze devastanti sul sistema produttivo della crisi economica a seguito del Coronavirus

di Roberto De Santo
COSENZA La crisi economica scaturita dall’emergenza Coronavirus si è trasformata in un vero e proprio incubo per gli imprenditori calabresi. Compromettendo la tenuta economica di migliaia di aziende che ora rischiano di chiudere i battenti. I dati che emergono dal consueto rapporto annuale sull’economia locale realizzato dall’Istituto Demoskopika per conto della Banca di credito cooperativo Mediocrati – presentato oggi in diretta video streaming sulla pagina Youtube della Bcc Mediocrati – dimostrano in modo plastico gli effetti della pandemia sull’economia reale della Calabria. L’indagine congiunturale svolta da Demoskopika – che quest’anno si è incentrata appunto sulle ripercussioni della diffusione dell’epidemia sul sistema produttivo calabrese – rileva un crollo dei ricavi da parte degli imprenditori in conseguenza del fermo delle attività che va ben oltre il 50 per cento. Stimando un costo per la Calabria di circa 800 milioni di euro per ogni mese di lockdown.
Perdite che si sono ripercosse, ovviamente, sulla liquidità delle imprese generando difficoltà nel pagamento degli stipendi ai propri dipendenti e dei beni e servizi ai fornitori nonché l’incapacità di rispettare scadenze fiscali e garantire il saldo di tributi a balzelli. Ad essere minata alla base, la fiducia degli imprenditori calabresi nel futuro. Stando alle stime dell’indagine, l’indice di fiducia degli imprenditori subisce un crollo verticale senza precedenti: 37,7 punti percentuali in meno rispetto al 2019. Il secondo peggior risultato degli ultimi 14 anni.
A percepire gli effetti più dirompenti soprattutto gli imprenditori che operano nei settori delle costruzioni e dei servizi. Timori per il futuro e per lo stato attuale dell’economia, tanto elevati da spingere tantissimi a considerare imminente la chiusura delle proprie attività. Dai dati del Rapporto Bcc Mediocrati sull’economia cosentina – illustrato dal presidente dell’Istituto di Ricerca Demoskopika Raffaele Rio – emerge che oltre 21mila imprese potrebbero chiudere proprio in conseguenza della crisi economica scaturita dall’emergenza sanitaria del Covid-19.
Alla presentazione del Rapporto 2020 – introdotto dal presidente Banca di credito cooperativo Mediocrati, Nicola Paldino e che vedono la partecipazione di Sergio Magarelli (direttore della Banca d’Italia-Calabria), Natale Mazzuca (vicepresidente nazionale Confindustria), Tullio Romita (responsabile Scientifico Centro Ricerche e Studi sul Turismo dell’Università della Calabria) e Carmelo Petraglia (consigliere economico Ministero per il Sud) con le conclusioni di Mauro Pastore (direttore generale Gruppo Bancario Cooperativo Iccrea) – tutti questi aspetti drammatici sono emersi nella loro interezza. Un quadro che delinea la figura di un «imprenditore calabrese tanto smarrito» quanto però anche «resiliente», si legge nella valutazione dell’indagine.
Due aspetti che sembrerebbero contraddittori, ma che dimostrano le caratteristiche proprie di ogni imprenditore. Così se da un verso si registra lo “smarrimento” legato, appunto alla consistente perdita di ricavi (stimato oltre il 50%), e alle dichiarate difficoltà tra cui il pagamento del personale (57,7%), il rispetto delle scadenze e degli oneri fiscali (56,7%) e il pagamento dei fornitori (55,7%). Ma anche le preoccupazioni per il futuro: oltre il 62% degli imprenditori teme il protrarsi dell’emergenza sanitaria, l’acuirsi della pressione e degli accertamenti fiscali (60,4%) e il timore di un ritorno della recessione economica (51%). Dall’altro, l’indagine registra anche la voglia di una gran parte di chi ha investito il proprio futuro in Calabria di non mollare: l’87,2%, adotterà tutti gli sforzi e le azioni per portare avanti l’attività.

EMERGENZA SANITARIA E INCREMENTO DELLA PRESSIONE FISCALE Passando in rassegna le paure maggiormente percepite dagli imprenditori nel corso dell’anno, l’indagine stila una sorta di classifica. In testa si piazza la ripresa dell’emergenza sanitaria da coronavirus e altre epidemie: è il timore principale per il 62,1% degli imprenditori intervistati. Segue il fisco ed in particolare l’incremento della pressione fiscale e di accertamenti “più stringenti”: 60,4%. Timori forti anche per un sistema pubblico che gli imprenditori giudicano come “inefficiente, lontano dalle imprese, corrotto e fortemente burocratico”: quasi 4 imprenditori su 10 (36,4%). Paure anche per gli effetti della globalizzazione sull’economia locale (11,4% degli intervistati ne teme le conseguenze) e della criminalità (10,1%). Infine in fondo alla classifica delle paure avvertite dalle imprese si registrano l’inefficienza del sistema giudiziario (4,5%), l’immigrazione incontrollata (3,5%), l’essere vittima di disastri naturali quali terremoti, frane e alluvioni (3,4%), l’insicurezza informatica, dati personali e finanziari (2%), l’inquinamento, distruzione dell’ambiente e della natura (1,9%) e, per ultima, la diffusione di atti di terrorismo (1,5%).

LO SPETTRO DELLA RECESSIONE È la recessione il timore più diffuso tra gli imprenditori sotto il profilo economico: oltre la metà degli intervistati dell’indagine Bcc Mediocrati-Demoskopika lo segnala quale elemento principale. Mentre un imprenditore su tre teme la crescente concorrenza del mercato on-line che alimenta il rischio di chiusura delle attività commerciali: il 32,3%, ne è fortemente convinto. Sulla tenuta economica delle imprese, inoltre incombono come preoccupazioni prevalenti il rischio di insolvenza dei clienti (26%), la difficoltà di accesso al credito (24,3%) e la carenza di infrastrutture (energia, comunicazioni, trasporti, etc.) nell’area di insediamento dell’impresa (21,5%). Nell’elenco, stilato dall’indagine, emergono anche i rapidi cambiamenti economici, tecnologici e normativi del mercato di riferimento (13,4%); la difficoltà di trovare adeguati profili professionali (9,2%); le difficoltà di investimento (7,9%) e di innovazione tecnologica (7,4%); e, infine, il rischio di cash flow indicato soltanto dall’1,5% del campione intervistato.

MA NON SI PUNTA SULL’E-COMMERCE Nonostante la tendenza dimostri che sempre più aziende in Italia puntino al commercio elettronico come soluzione per vendere la propria produzione, gli imprenditori calabresi non sembrano essere attratti da questa tendenza. Stando all’analisi del monitoraggio Bcc Mediocrati-Demoskopika, è emerso che soltanto il 15,1% ha fatto ricorso all’eCommerce come nuova modalità commerciale operativa per far fronte all’emergenza sanitaria. Dall’indagine emerge che l’11,6% ne ha intensificato l’utilizzo mentre appena il 3,5% ne ha avviato l’utilizzo. Per le imprese che potevano farlo si è invece optato per le consegne a domicilio: oltre il 21% delle aziende. Eppure secondo l’Osservatorio B2c del Politecnico di Milano, la crescita degli acquisti online di prodotti raggiungerà i 22,7 miliardi nel 2020 (+26%), 4,7 miliardi di euro in più rispetto al 2019. Una accelerazione più marcata, non tanto nei settori più maturi storicamente nell’ambito del commercio elettronico, quanto piuttosto nei comparti emergenti come il food&grocery che genera 2,5 miliardi di euro (+56%) e l’arredamento e home living, con un giro d’affari di 2,3 miliardi di euro e un indice di crescita che si attesta sul +30%.

GLI EFFETTI PIÙ MARCATI DELL’EMERGENZA COVID Gli effetti immediati dell’emergenza sanitaria si è concretizzata in Calabria con chiusure complete o parziali delle proprie attività. Secondo quanto emerso dall’indagine quasi la metà delle aziende hanno chiuso nel corso del lockdown (44,6%), mentre una parte consistente ha ridotto l’operatività (42,8%). Soltanto il 12,6% è rimasta completamente attiva a seguito del fermo imposto dal Governo per limitare la diffusione dei contagi. E le conseguenze per quanti sono rimasti colpiti dai provvedimenti governativi sono state inevitabili. Nei primi sei mesi dell’anno, stando a quanto dichiarato dagli imprenditori, un’azienda su due quasi (49,4%) ha segnalato perdite rilevanti rispetto al 2019, mentre oltre un quarto ha registrato un calo dei ricavi più moderato e per un quinto le entrate sono rimaste invariate rispetto all’anno precedente. Soltanto il 3% degli imprenditori ha registrato viceversa una crescita del volume d’affari. Nell’analisi settoriale presa in considerazione dell’indagine i comparti più colpiti per il calo del fatturato sarebbero l’edilizia (62%) a cui fanno seguito le imprese del terziario, servizi (51,8%) e commercio (48,4%). «Per avere un’idea dell’entità delle perdite generate dall’emergenza sanitaria – scrivono nella relazione gli analisti – è stato anche richiesto agli imprenditori di provare a quantificare la riduzione dei loro ricavi in termini percentuali. Le modalità che hanno totalizzato il maggior numero di casi rilevano una flessione delle entrate tra il 30 e il 50%, forchetta scelta dal 27,2% del campione e tra il 50% e il 70%, quest’ultima indicata dal 23,4% degli interpellati».

L’EFFICACIA DEI PROVVEDIMENTI Per oltre l’80 per cento degli imprenditori le misure messe in atto dalle istituzioni per affrontare la crisi economica scatenata dalla pandemia sono risultate inefficaci. Dalla lettura del sondaggio posto dall’indagine infatti emerge una profonda sfiducia del mondo delle imprese nei confronti delle istituzioni a vario livello. Anche se con qualche distinguo. Dall’indagine sembrerebbe emergere, infatti, un giudizio più positivo sulle misure messe in campo dal Governo italiano nel confronto con le altre istituzioni: per il 38,1% degli imprenditori le misure adottate dall’Esecutivo appaiono efficaci a fronte di un 8,4% dell’Unione Europea, di un 7% dei Comuni e, infine, di un 4,7% della Regione.

LE RICHIESTE DELLE IMPRESE Passando in rassegna le risposte formulate dagli imprenditori emerge con chiarezza che la misura più efficace rilevata dalle aziende attiene il sostegno al reddito per i lavoratori. Ed è per questo che per oltre la metà delle aziende la cassa integrazione vada rinnovata rivelatasi come misura la più efficace: per ben il 54% del campione. Tra le altre misure che devono rimanere nell’agenda del governo per fronteggiare la crisi economica seguita alla pandemia ci sono i contributi a fondo perduto per le piccole e medie imprese (30,7%), l’accesso agevolato al credito tramite i fondi di garanzia gratuiti (28,2%), la moratoria, sospensione e rinegoziazione delle obbligazioni e dei finanziamenti (20,8%). E, ancora, tra le modalità più rilevanti vengono indicate, infine, il sostegno una tantum ai lavoratori autonomi e alle partite iva (22,3%) oltre al rinvio e alla sospensione del pagamento di imposte e contributi (16,3%).

IL BAROMETRO ECONOMICO DEI PROSSIMI MESI  Le preoccupazioni sull’impatto dell’emergenza sanitaria sul sistema economico che condizionerà anche la tenuta economica delle aziende dei prossimi mesi. Secondo le stime rilevate dall’indagine, oltre 21mila imprese potrebbero chiudere i battenti.
Infatti il 13,4% degli imprenditori intervistati a causa della crisi dichiara la chiusura “certa o molto probabile” della propria azienda nel caso del persistere delle attuali criticità innescate dalla pandemia. Una condizione, questa, particolarmente presente nel settore dei servizi con il 21,4% di imprese a elevato rischio default. Ma nello stesso tempo però il sistema imprenditoriale calabrese dimostra resilienza: il 70% degli imprenditori ha dichiarato che, nonostante gli effetti negativi sull’economia della pandemia, non chiuderà i battenti.

CROLLO DEL CLIMA DI FIDUCIA E a seguito della pandemia, come era prevedibile, si registra un crollo completo della fiducia tra gli imprenditori sull’andamento dell’economia per quest’anno. Il clima d’incertezza economica dettata dalle chiusure ad intermittenza di interi comparti produttivi a seguito dei provvedimenti adottati per contenere la diffusione di contagi da coronavirus ha spinto in basso le attese delle aziende su tutti gli indicatori che misurano lo stato di salute dell’economia. Segnando una flessione media del clima di fiducia 37,7 punti rispetto al 2019: scendendo dal 90,8 dello scorso anno al 53,1 punti del 2020. Secondo quanto riporta in dettaglio l’indagine si evidenziano pesanti flessioni rispetto allo scorso anno sui vari indici: investimenti (-53,5 punti), occupazione (-45,2 punti) e fatturato (-42,2 punti). E, ancora, una flessione meno rilevante, ma comunque più che significativa, si è registrata per la situazione settoriale (-35,1 punti), la liquidità (30,8 punti), la situazione economica regionale (-29,0 punti) e, infine, la disponibilità di credito (-26,6 punti).

LE RIFLESSIONI «Le misure di contenimento imposte dall’emergenza sanitaria – dichiara il presidente della Banca di credito cooperativo Mediocrati, Nicola Paldino – hanno avuto rilevanti ripercussioni sull’attività delle imprese. I settori colpiti dall’emergenza non sono pochi, a partire dai piccoli commercianti, che hanno dovuto obbligatoriamente cessare le attività, i servizi di trasporto e, in modo particolare, alberghi, ristoranti e l’intero comparto turistico con tutto il suo indotto, che hanno subito perdite economiche rilevanti». «Inoltre – precisa il presidente della Bcc Mediocrati – la maggioranza degli imprenditori critica la scarsa celerità ed efficacia dei provvedimenti adottati dalle istituzioni ai vari livelli. La strada da percorrere per uscire dall’emergenza – conclude Paldino – sarà lunga e graduale, particolarmente delicata e richiede partecipazione, condivisione e responsabilità da parte di tutti, istituzioni, imprese e cittadini».
«Quasi 120mila imprese calabresi, il 73% del totale, – afferma il presidente dell’istituto Demoskopika, Raffaele Rio – hanno subito il fermo totale o parziale della propria attività nel periodo del lockdown con rilevanti perdite di fatturato. Si prefigura un anno di recessione. Se dovessero persistere le attuali criticità del Covid-19, quasi due aziende su dieci rischierebbero con molta probabilità il default e la chiusura della propria attività. Il ritorno ai livelli “normali” sarà molto graduale sia per l’incertezza legata alla diffusione del Covid-19 sia per i danni non temporanei cui sarà soggetto il sistema produttivo. Non è più tempo di interventi dettati da euforia istituzionale, spesso autoreferenziale, o da immissione improvvisata di una cascata di risorse annunciate sul sistema economico». «Necessita – conclude Rio – una pianificazione più consapevole, un pacchetto di interventi che puntino prioritariamente alla ripresa economica più che a tamponare esclusivamente le perdite momentanee».
«Sappiamo ormai tutti che l’economia dell’intero paese oggi è condizionata dalla situazione di forte emergenza in cui ci troviamo – commenta Mauro Pastore, direttore generale di Iccrea Banca – come nelle altre regioni, anche in Calabria il Gruppo Bancario Cooperativo Iccrea, grazie alle sinergie tra le strutture tecniche centrali del Gruppo e le Bcc sul territorio, ha dedicato profonde attenzioni alle comunità di riferimento. Mi riferisco in particolare alle attività di sostegno alle famiglie e alle PMI insieme alle sei BCC che hanno sede in regione e a beneficio dei loro 16 mila soci e agli oltre 130 mila clienti». «L’attenzione al territorio, per tutti noi del Gruppo Iccrea, inclusa ovviamente anche Bcc Mediocrati, – conclude Pastore – è la caratteristica distintiva del nostro impegno quotidiano, in una fase straordinaria in cui le banche locali devono saper contribuire al benessere e, in molti casi, anche alla sopravvivenza della nostra economia reale». (r.desanto@corrierecal.it)





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