«I fallimenti dell’area industriale devono interrogarci profondamente»

L’ex presidente Asi di Lamezia Terme: «L’area industriale di Lamezia è stata in passato investita da grandi progetti, regolarmente falliti, in quanto richiedevano risorse ingenti ed immediate ed imponevano massicci interventi iniziali per raggiungere una soglia minima di funzionamento»

LAMEZIA TERME «Ho letto con interesse l’articolo di Giorgio Curcio sull’area industriale di Lamezia Terme, mi è sembrata una ricostruzione storica severa ma, al contempo, assai attendibile. In Calabria le note dolenti non suscitano mai un’adeguata riflessione ed invece le vicende e soprattutto i fallimenti della nostra area industriale ( 1050 ettari, la più grande del Mezzogiorno dopo Bagnoli) devono interrogarci profondamente». È quanto scrive in una nota Luigi Muraca, ex presidente Asi di Lamezia Terme.
«Chi scrive ha presieduto il vecchio Consorzio Industriale per circa 30 mesi, sino all’approvazione della Legge Regionale n. 24 del 2013, la quale ha istituito il CORAP ( Consorzio Regionale per le Attività Produttive) – scrive ancora Muraca – in breve tempo posto in Liquidazione Coatta Amministrativa per insanabili squilibri finanziari. L’area industriale di Lamezia è stata in passato investita da grandi progetti, regolarmente falliti, in quanto richiedevano risorse ingenti ed immediate ed imponevano massicci interventi iniziali per raggiungere una soglia minima di funzionamento. Inoltre, si trattava di idee imprenditoriali “paracadutate”, legate a specifici settori produttivi soggetti all’incertezza ed alle crisi del mercato globale e ben poco legate invece alle caratteristiche del territorio di Lamezia. Non ha giovato neanche una confusione generale relativa alla sovrapposizione di competenze pianificatorie tra Comune e Consorzio Industriale, anche in ragione di un vincolo paesaggistico inveterato».

«In ogni caso – continua Muraca – l’insediamento di un enorme complesso chimico realizzato dalla SIR, che avrebbe dovuto produrre 2.345 posti di lavoro ed invece provocò soltanto una Cattedrale nel deserto ed un finanziamento a fondo perduto di 230 miliardi di lire all’azienda di Rovelli, può certamente definirsi una vergogna inemendabile. Tra il 2011 ed il 2012 l’ASI da me presieduta fece una riflessione su questi errori del passato e, pur non avendo specifiche competenze in materia di investimenti, limitandosi la sua funzione istituzionale ad assicurare l’infrastrutturazione ed i servizi nell’area industriale, arrivò alla conclusione che si era fatto strame del paesaggio e che tutte le scelte sull’area erano state compiute a scapito della sostenibilità ambientale. Qualche anno fa, quella ecologica non era una priorità e l’ambiente appariva un tema eretico. Avevamo di fronte una serie di paesaggi stratificati: il paesaggio antico, che aveva un suo equilibrio e di cui sono rimaste tracce limitate, il paesaggio della bonifica e il non-paesaggio industriale che si è giustapposto al precedente senza giungere a consolidarsi».
«Pertanto – scrive – non avendo un paesaggio ancora riconoscibile da “restaurare”, pensammo di “ progettare le relazioni pensando all’edificazione del contesto, e quindi progettare un nuovo paesaggio “. Serviva un nuovo Masterplan dell’area secondo criteri di tutela dell’ambiente ma non sapevamo come finanziare il progetto, che aveva costi molto elevati. Ed allora, attraverso l’Ing. Giovanni Renda, esperto in bioarchitettura, l’ASI stipulò una convenzione con l’Università di Bologna e l’Associazione Bioarchitettura®onlus, con i quali fu organizzato un Laboratorio Progettuale Post-Laurea in Bioarchitettura, concluso con grande successo. Il laboratorio, sotto la direzione della Prof.ssa Wittfrida Mitterer ( Bioarchitettura Onlus) e del Prof. Carlo Monti ( DAPT dell’Università di Bologna) registrò la partecipazione di 20 professionisti che seguirono a proprie spese il corso con il Coordinamento di due tecnici di fama internazionale, Joachim Eble (architetto di Tubinga e padre fondatore della Bioarchitettura in Germania) e l’architetto Gerhard Hauber (Atelier Dreiseit)».

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«Le prestazioni professionali degli illustri docenti – spiega Muraca – furono in sostanza pagate dai 20 tecnici, per i quali il laboratorio rappresentò un’occasione di formazione attraverso il conseguimento del master in bioarchitettura, che naturalmente ebbe come tema la realizzazione di un Masterplan dell’area industriale. Senza voler rivendicare alcun merito, alla luce dei contenuti del Recovery Fund e delle sue precise e rigorose prescrizioni in materia ambientale, si può affidabilmente dire che la scelta fu lungimirante, in quanto orientata alla sostenibilità e praticamente a costo zero per il Consorzio Industriale. Il masterplan prodotto è fortemente innovativo e insieme realistico, ben inserito nel contesto ambientale (non solo fisico ma anche socioeconomico) e organizzato in modo tale da poter produrre un programma di interventi coerente e fattibile gradualmente. Il progetto ”ricostruisce” un paesaggio, riproponendo nei modi oggi possibili le forme antiche di rapporto fra il mare e l’entroterra: coniuga la rinaturalizzazione di vaste aree con gli usi attuali, definisce questi usi non in modo astratto ma in collegamento con le vocazioni tipiche di questo territorio e con la valorizzazione delle attività eccellenti già esistenti, integra gli edifici presenti in un contesto riprogettato, inserisce nuova edificazione in quantità calibrate e con regole rispettose dogli obiettivi di sostenibilità ambientale».

«In particolare – continua – è da sottolineare la valorizzazione del complesso direzionale già esistente, “porta di ingresso” dell’insediamento, che oggi si affaccia sul vuoto, e che invece nel Masterplan diviene il centro delle attività più innovative, il sistema canale – darsena – rimessaggio -ecovillaggio, che riesce a inserire nuovi edifici e attività economiche di pregio in un paesaggio di grande qualità formale. Già da sola questa parte del progetto potrebbe avere una potenzialità turistica, come caso esemplare di uso del territorio. Altrettanto esemplare potrebbe essere la parte del Masterplan che riguarda la riprogettazione delle aree destinate a industrie compatibili, come distretto tecnologico sostenibile sotto il profilo ambientale. In sintesi, il Masterplan propone un’idea forte di nuovo paesaggio, che riprende per quanto possibile i segni della storia, e si traduce in un insieme coordinato di interventi, collegati da un lato alle potenzialità del luogo (attrattività turistica, accessibilità, grandi spazi adatti al recupero ambientale..) e dall’altro alle potenzialità dell’economia locale (artigianato specializzato, agricoltura di eccellenza, piccola industria innovativa…). Il progetto nel Dicembre 2012 fu messo a disposizione degli Enti governativi, in particolare fu consegnato con un cerimonia ufficiale ai vertici istituzionali della Regione, della Provincia di Catanzaro e del Comune di Lamezia Terme per un eventuale approfondimento e recepimento dei contenuti, per il rilancio dell’area lametina attraverso i Fondi UE».

«Non vi sono stati riscontri né iniziative – conclude Luigi Muraca – per lo sfruttamento del piano ma non è questa l’occasione delle polemiche politiche, probabilmente i tempi non erano ancora maturi per affrontare in termini di sostenibilità i grandi progetti di sviluppo oppure è verosimile che l’ambiente non sia stata un priorità della Calabria nella gestione della programmazione comunitaria, come avvenuto in altre regioni. Oggi però, con il Recovery Fund ci richiama a riflettere e progettare rispettando l’ecosistema, il Masterplan è pronto e si presta mirabilmente ad idee e progetti sull’area di Lamezia».





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