Il congresso del Pd? A Roma non ne sanno nulla

di Paolo Pollichieni

Racconta un aneddoto militare che tre reduci delle marinerie di Stati Uniti, Russia e Italia discutessero sulla grandezza delle rispettive portaerei. L’ufficiale italiano se la cavò così: «Io non lo so bene quanto fossero grandi le nostre portaerei ma so solo che a prua c’era la guerra e a poppa non ne sapeva un c…o nessuno».
Calza benissimo anche al Pd calabrese: qui tutti sono in fibrillazione, fioccano le candidature, si sgomita e si prende posizione per un congresso regionale del quale a Roma non ne sa niente nessuno.
Marco Ambrogio ha lanciato la sfida, Demetrio Naccari Carlizzi ha rotto gli indugi, Demetrio Battaglia si è lasciato convincere, da ultimo anche Brunello Censore ha annunciato la sua candidatura a segretario. Adesso tocca dirgli che non se ne fa nulla, abbiamo scherzato.
Lo assicura senza tentennamenti (in uno con la direzione nazionale) la segreteria organizzativa del Pd che ha appreso, «in via del tutto non ufficiale», di una convocazione del congresso regionale per il 23 giugno prossimo, allo scopo di eleggere il segretario e gli altri organismi statutari regionali.
Andrea Rossi, segretario nazionale organizzativo e renziano doc, si dice assolutamente sorpreso dalle richieste di chiarimenti che gli arrivano dalla Calabria: «Non ne sappiamo nulla della convocazione di un congresso regionale in Calabria. Posso escludere categoricamente che sia pervenuta qui alcuna comunicazione in tal senso».
Nulla sa neppure della deroga che sarebbe stata accordata alla Calabria per celebrare ugualmente il suo congresso, ma è categorico nel negare la possibilità di concederla. «Non è pensabile – assicura Rossi – celebrare un congresso regionale che anticipa il congresso nazionale. Non esiste proprio».
Insomma, abbiamo scherzato e del resto che la partita non fosse granché seria lo aveva già testimoniato la genesi di un congresso che nasce per tacitare le proteste di quel che rimane della base calabrese, dopo il disastro elettorale delle politiche del 4 marzo, ma poi vira verso l’ordinarietà di una convocazione che sarebbe conseguenza non già di una scelta politica ma del sopraggiungere della scadenza naturale.
Il che ha consentito a un’affollata assemblea regionale di assistere alla spavalda autoassoluzione dei big politici targati Pd. Eccezion fatta per il segretario regionale uscente, Ernesto Magorno, è stato infatti un susseguirsi di esilaranti rimpalli di responsabilità della serie: «Non siamo noi che abbiamo governato male, sono gli altri che non ci hanno capiti». E se a una cosa è servita la due giorni del Pd calabrese è stato a far capire che chi desidera cambiare rotta deve andarsene dal partito perché i “grandi vecchi” restano irredimibili nel loro abbarbicamento al più effimero dei poteri. Hanno già deciso tutto, a cominciare dalla linea politica per il presente e per il futuro. 
Si fa un rimpasto della giunta con una sola indicazione: diventi assessore solo se c’è il personale gradimento del governatore Gerardo Mario Oliverio. La concentrazione delle deleghe resta in capo al dipartimento Presidenza (praticamente l’80% delle competenze e il 75% della spesa). Nessun confronto interno sulle nomine negli enti strumentali, anche qui scelte riservate al solo presidente (sentito il suo cerchio magico, specializzato nel capovolgere le performance di Re Mida). E, tanto per chiarire subito sull’inutilità del congresso che si andava a convocare, disco verde a una ricandidatura di Mario Oliverio alla presidenza della Regione Calabria.
Adesso arriva la notizia che anche questo, candidato a risultare il più inutile dei congressi, non si celebrerà perché Roma non ne sa nulla e in ogni caso resta la precedenza alla celebrazione del congresso nazionale. E nelle more? Si andrà avanti con la prorogatio della uscente segreteria? Verrà nominato un commissario? O più semplicemente non verrà fatto nulla di nulla che tanto qua, come diceva Flaiano, la situazione è drammatica… ma non è seria.

direttore@corrierecal.it







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