I vitalizi indifendibili e i segnali di Nicola Adamo

di Paolo Pollichieni

Utilissima e istruttiva l’ultima puntata di “Non è l’arena”, confezionata domenica sera da Massimo Giletti per “La7”. E non solo sul piano politico.
Anzi, partiamo proprio dagli aspetti altamente formativi ma non politici.
Grazie a Giletti, finalmente sappiamo cosa faceva nella vita Nicola Adamo prima di entrare in politica: la levatrice. Proprio così, la levatrice. Lo racconta lui stesso tentando, assiso sul trono dell’Arena, di rabbonire (per poi apostrofare nervosamente) Giuseppe Giudiceandrea: «… io lo chiamo Giuseppe perché quando è nato io stavo lì, a casa sua…».
Grazie sempre a Giletti, il nostro Pietro Bellantoni (forse) imparerà a non offrire caramelle agli sconosciuti, dato che si è visto scippare la paternità dell’inchiesta sui vitalizi edita, in splendida solitudine, dal Corriere della Calabria ma attribuita dal programma “gilettiano” ad altri.
E veniamo alla politica: finalmente, grazie a Giletti, Nicola Adamo scende in campo e ci mette la faccia. Va oltre Berlusconi, non lascia come in precedenza che sia il Mario Oliverio o il Guglielmelli di turno a parlare mentre lui assiste e verifica il rispetto della scaletta. Nel merito, però, è deboluccio e questo lo rende irriconoscibile: Nicola Adamo la politica ha saputo farla e dagli scranni del consiglio regionale ha creato più di una difficoltà alla controparte. Perché stavolta toppa miseramente? Perché si spinge fino a offrire ai suoi detrattori argomenti di una facilità disarmante. Al punto che persino Antonio Di Pietro può rimarcare il fatto che Adamo non abbia alcuna veste istituzionale per intervenire sui vitalizi (semplicemente è uno dei beneficiari) e tuttavia condiziona il voto e la linea di chi nelle istituzioni siede.
Ma è deboluccio nel merito, perché sposta in maniera maldestra la discussione sui vitalizi evitando di affrontare il nodo vero della questione, che non risiede nel diritto al vitalizio ma nella sua inaccettabile entità. Il tabellone illuminato da Giletti è impietoso nel fornire il dato: 188 ex consiglieri regionali costano alla Cenerentola Calabria dieci milioni annui. Nell’opulenta Emilia, invece, si spende meno della metà per garantire il vitalizio di 152 consiglieri regionali. Tutto qui.
L’indicizzazione del vitalizio è conseguenza di una legge? E dove sta la meraviglia? Ringraziando il cielo, ancora in questo Paese (e anche in questa Regione) serve una legge per procedere a una spesa. Apicella e Varone stanno studiando metodi alternativi ma ancora anche il Codice Pignanelli deve fermarsi davanti alla Legge. È chiaro quindi che alla base delle norme che stabiliscono accesso ai vitalizi e il loro ammontare ci siano non una ma più leggi. Si tratta, se si vuole avere riguardo non per la demagogia ma per un minimo di giustizia sociale, di rivedere tali leggi oppure abrogarle. Tutto qui.
Niente, non è da Nicola Adamo scivolare così, deve esserci qualcosa che lo ha spinto a uscire allo scoperto, dimenticando la vestaglia ai piedi del letto. Eppoi il richiamo alla Carta Costituzionale… Il Nicola Adamo dei tempi solidi non avrebbe toppato in maniera così maldestra. Sa benissimo (e infatti usa un pudico condizionale, «La corte costituzionale potrebbe…») che di tutto i Padri costituenti si sono preoccupati ma non certamente di garantire settemila euro al mese a quanti hanno (mal)governato la Calabria. Così come sa che fin qui decine di leggi votate dalla Regione Calabria sono state rimesse al vaglio della Corte costituzionale, perché impugnate dal governo per la loro incostituzionalità.
Poteva non sapere, tutto questo, Nicola Adamo? No. Non poteva, anche perché, per fare un raffronto sui privilegi previdenziali ed economici mantenuti ai consiglieri regionali calabresi e invece tolti in questi anni a tutte le altre deputazioni, gli bastava mettere a confronto il cedolino che la Camera dei deputati rilascia a sua moglie con quello che la Regione Calabria manda a lui.
E allora perché abbandonare il retropalco, dove in questi anni è stato comodamente appoltronato (direbbe Buffon, con patatine e coca cola) per nominare e licenziare assessori, assoldare e dismettere consulenti, eleggere o dimissionare dirigenti di partito, e mettersi petto in fuori a rivendicare la non punibilità della casta, pena l’accusa di populismo demagogico? Suvvia, non sarà stato certo Giuseppe Giudiceandrea a provocargli tanta voglia di menare le mani. E neanche i distinguo di Aieta o i calcioni negli stinchi rifilatigli dal buon Guccione.
C’è qualcos’altro.
Quando tutto sembra filare liscio cresce il timore dell’imboscata. È un animale politico Nicola Adamo, Oliverio ha il fiuto debole. Lui no. E l’aria che tira (per usare il titolo di un’altra fortunata trasmissione televisiva de “La7”) non gli piace per niente. Dalle parti del consiglio regionale, soprattutto, c’è troppa quiete, troppa accondiscendenza verso il governatore (quello in carica e quello “ombra”). Allora, meglio mandarlo qualche segnale.

*direttore@corrierecal.it





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