La sfida di Polsi si può vincere

di Paolo Pollichieni

Una pila di copertoni infilati sotto l’enorme spezzone roccioso che ostruisce la strada. Poi gli si dà fiamme. Il masso resta a “cuocere” una giornata intera e dopo entrano in azione mazze e picconi. Bastano pochi colpi ben assestati e la roccia si sbriciola, consentendo una agevole rimozione. Certo, sarebbe bastata una ruspa e in poche ore il masso che ostruisce la carreggiata rotolava nello strapiombo. Ad avercela una ruspa… Anzi la ruspa c’è ma manca la nafta.
Anche questo avviene nei cantieri di Calabria Verde che in pochi mesi riaprono e mettono in sicurezza la strada che dal greto del Bonamico, davanti a San Luca, si inerpica nel cuore dell’Aspromonte per arrivare al santuario di Polsi, passando per Pirria, Melia, Monte Antenna e Cano. È una scommessa ed una preghiera questo lungo e dispettoso cantiere. Occorre essere pronti per la festa della Madonna della montagna che è ormai alle porte. Venticinque chilometri con la sistemazione dei gabbioni, opere di raccolta e canalizzazione delle acque, rimozione delle frane che da quattro anni avevano praticamente sepolto il vecchio tracciato. Spesa per materiali, novantamila euro. Il resto sudore di operai ed abnegazione di tecnici. Consegna dei lavori il dieci luglio scorso, ultimazione giusto ieri.
Possono salire gli ospiti: c’è il generale Aloisio Mariggiò, commissario dell’Ente; c’è il governatore Mario Oliverio e c’è monsignor Francesco Oliva, vescovo di Gerace-Locri che dal suo arrivo va insistendo sulla necessità di portare Polsi fuori dall’isolamento fisico in cui giace(va) da troppi anni. Erano saliti in tanti a sostenere tale causa. Anche uno stuolo di prefetti, questori, generalissimi. Anche il ministro dell’Interno e con lui anche Pietro Grasso, da procuratore nazionale antimafia e, poco dopo, da presidente del Senato. Tutti a esortare, nessuno a fare. Amare le conclusioni di un capocantiere: «Con quanto si è speso per portarli quassù avremmo fatto nuova la strada e sistemato anche l’attraversamento del Bonamico».
Sopralluoghi sui cantieri e incontri con gli operai, cementano oggi una ritrovata «reciprocità». Monsignor Oliva non nasconde la sua soddisfazione, in fondo nutriva qualche perplessità, visti i tempi ristretti. Mario Oliverio porta in dono la buona notizia: al Cipe è passato il progetto che stanzia venti milioni di euro per trasformare la pista sterrata in una strada regolare, non solo sicura ma anche confortevole e fruibile in ogni stagione. E dentro il refettorio del santuario ha luogo la prima riunione operativa, presenti, con Vescovo, governatore e commissario, anche Mimmo Fontana, direttore dei cantieri che insistono nella Locride, c’è anche il responsabile unico del procedimento Pietro Rango.
Vuoi vedere che dopo anni di parole, stavolta si arriva davvero a strappare Polsi da quell’isolamento atavico che ne ha fatto spesso il simbolo di una fede deviata? Vuoi vedere che già alti edifici che coronano il Santuario e che hanno popolato il racconto di vittime dell’anonima sequestri; che hanno fornito assistenza logistica a più di un latitante; che hanno visto partire don Giovinazzo per il suo ultimo viaggio verso la parrocchia di Moschetta, interrotto dalle raffiche di mitra e i pallettoni della “lupara”. Vuoi vedere che va tutto in soffitta?
La Madonna della Montagna torna ai suoi fedeli. Si potrà salire fin qui in tempi umani e con meno rischi e meno affanni. Le pie donne potranno cantare le loro nenie antiche («pe’ mari e pe’ terra si nominata tu… ») senza il disagio di lunghe camminate e di pericolosi viaggi sul cassone di un camion.
Ma c’è un altro piccolo “miracolo” da celebrare. Chi ha sostenuto che la forestazione è un settore irrimediabilmente parassitario, salga fin qui, arrivi sui monti di San Luca. Quanti hanno teorizzato l’irredimibilità del comparto, si inerpichino per queste strade. Cantava De Andrè, «se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo».
Un mondo politico che ha spinto verso l’assistenzialismo, negato progetti, impedito programmazione. Una burocrazia inetta, incapace finanche di acquistare un paio di stivali o una tanica di benzina per mettere in moto la ruspa e liberare il passaggio da un enorme masso. E poi la madre di tutte le tragedie: tutti mafiosi i forestali. E qui sono le donne di San Luca che insorgono: «Partono all’alba e tornano sfatti. Quale criminale farebbe una vita simile per una paga ridicola?».
Intendiamoci, non si tratta di rivedere la storia o di sbianchettare pagine tristi che su queste montagne sono state scritte. Anche da operai della forestale. Semmai la scommessa è nel dimostrare che un altro modo per affermarsi è possibile. Che le sfide possono anche essere condite di progresso civile e che queste sfide si possono anche vincere.
Nell’attraversare il Bonamico per salire sulla strada restituita alla Madonna dagli operai di Calabria Verde, ci si lascia alle spalle un rigoglioso uliveto con al centro una comoda e ampia palazzina. È stata sequestrata alla famiglia del boss Pelle “Gambazza”. Ospita la “Casa della legalità Falcone-Borsellino”, non c’è ministro che passi da queste parti al quale il prefetto non offre un nastro da tagliare. È l’immobile più inaugurato della Penisola. A Ferragosto toccherà al ministro Matteo Salvini, intanto gli operai di Calabria Verde tolgono le erbacce e ritinteggiano le mura perimetrali. Nessuna esitazione e nessun timore reverenziale nel farlo. Solo un’amara riflessione: «Noi peniamo per un minimo di attrezzature e leggiamo di centinaia di automezzi, di camion, di macchine per il movimento terra sequestrati alla ‘ndrangheta. Ma dove li mettono? Chi li tiene?».
Bella domanda.

direttore@corrierecal.it





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