Quel che resta dell’esempio di De Sena

di Paolo Pollichieni

Carissimo prefetto, caro Gigi De Sena,
non so se hai avuto modo di dare un’occhiata a quello che vanno combinando i tuoi successori, certamente non è una stagione esaltante quella che si vive al Viminale e, giù “per li rami”, nei vari “uffici del Governo” sparsi sul territorio nazionale.
Forse è anche per questo, per riconciliarmi con l’importante categoria che hai degnamente rappresentato, che ieri ero arrivato fino a Reggio, vincendo la mia accresciuta pigrizia. Mi rendo conto che ho scelto una giornata infelice: dai fronti (soprattutto giudiziari) è un bombardamento a tappeto su quel che accade in troppe Prefetture: da Padova a Prato, da Bologna a Crotone, da Catanzaro a Roma (Viminale). E così mal me ne colse, caro Gigi, perché arrivato al Palazzo che ospita il tuo successore Di Bari (a Reggio l’unico Di Bari che ha lasciato un buon ricordo si chiamava Nicola e cantava “Vagabondo”… ) ho trovato un fermo divieto d’accesso.
Magari ti sarai gustato la scena anche tu… vista dall’alto ti avrà messo di buon umore: richiesta di documenti (unico tra quanti vi facevano ingresso), poi ritiro del tesserino per “accertamenti”, infine un ripetuto “attendiamo disposizioni” fin quando anche il più tonto dei cronisti (il sottoscritto, ovviamente) ha compreso che non era aria, si è ripreso il tesserino e ha tolto il disturbo.
Insomma a omaggiare la targa che porta il tuo nome non c’ero. Assente giustificato, per come ho spiegato subito dopo al capo della Polizia e ad altri che hanno saputo e chiesto.
Quel che da fastidio, tuttavia, è il dover prendere atto che anche nella serata che serve per ricordare non tanto la tua figura quanto il modello che hai rappresentato e testimoniato, i tuoi poco accorti successori si comportano e agiscono in modo esattamente opposto e, nel farlo, usurpano il tuo ricordo, annichiliscono la tua testimonianza, sviliscono quel che ancora del tuo lavoro resta impresso nel quotidiano di una terra difficile e nelle esperienze di molti giovani funzionari, di tanti dirigenti, di una folta schiera di amministratori locali.
Ti celebrano come fossi uno di loro, ma a Reggio (e non solo a Reggio) ti ricordano come un amico che aveva avvicinato la più “odiosa” delle istituzioni facendola sentire amica, sodale, capace di buon consiglio e dignitoso esempio. Arrivato per drizzare la schiena a questi mafiosi di periferia, supersbirro e superprefetto chiamato a lavare l’onore di uno Stato vilipeso e deriso, da ultimo, anche a mezzo dell’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale dentro un seggio elettorale del nascente Pd prodiano. Arrivato per sciogliere Comuni, mazzolare amministratori, sospendere diritti e gestire col bastone la fase più delicata della costruzione della A3: il tratto Gioia Tauro-Palmi-Scilla.
E invece il Palazzo diventava oasi per imprenditori vessati dalla ’ndrangheta, ma anche dalle banche, come Nino De Masi; per sindaci assediati dalle pretese dei boss e dalle informative dei carabinieri; per magistrati che non avevano alcuna sicurezza e alcun ausilio attorno alla loro attività. Ho provato a guardare bene ieri. Molti dei “tuoi” ragazzi hanno preferito tenersi lontani dal Palazzo e dal Cilea, e non certo perché hanno smesso di guardare a te come ad un modello o di volerti bene. Altri c’erano. Continuano nel solco tracciato, coprono incarichi importanti e delicati… meglio non nominarli di questi tempi rischierei di fargli un danno.
Detto questo, però, va anche aggiunto che la cerimonia in tuo onore, merito dei tuoi cari e dei tuoi più fedeli compagni di viaggio, è stata impeccabile… appena usciti dalla Prefettura. Intanto per la caratura dei premiati, tutti in linea con la tua testimonianza. A cominciare da Rocco Bellantone, chirurgo di fama, endocrinologo di grande spessore, docente universitario e per il terzo mandato preside della facoltà di Medicina e chirurgia della prestigiosa università Cattolica del Sacro Cuore. Ad omaggiarti anche i ragazzi dell’orchestra sinfonica di Delianuova. Una realtà che esiste grazie a te: dal Pon sicurezza tirasti fuori i fondi necessari a realizzare ai piedi dell’Aspromonte, l’auditorium che oggi rappresenta la loro casa artistica e la loro palestra di vita. Chi venne dopo di te (il prefetto Sammartino) sostenne che era covo di figli di mafiosi e, grazie ad una informativa medioevale impose agli uffici di sicurezza della Camera dei Deputati di negare il nulla osta ad una loro esibizione a Montecitorio, diretti dal Maestro (…pardon dal boss) Riccardo Muti.
Riabilitati hanno dedicato alla tua memoria una esibizione, in uno con il coro del Cilea, da incorniciare, aperta con l’Inno di Mameli e conclusa con l’Alleluja di Leonard Cohen. In mezzo molte arie celebri ma (fortunatamente) non quella del Nabucco. Poteva starci per il “Va, pensiero…” che ben avrebbe dato ragione del pensiero grato e commosso che ancora oggi molti rivolgiamo alla tua memoria. Ma il coro del Nabucco poco oltre richiama la triste quotidianità: “Oh mia Patria, sì bella e perduta…”.

direttore@corrierecal.it





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