Incognite (e ruoli) nel Pd che non va da nessuna parte

di Paolo Pollichieni

Dove va il Partito democratico? In Calabria da nessuna parte, gli orchestrali suonano tutti la stessa musichetta… ma lo fanno sulla tolda del Titanic. Son convinti della loro invincibile eternità.
Katia Tarascioni, battagliera quanto lucida e appassionata consigliera regionale emiliana, in Assemblea nazionale li ha definiti bene: «Presuntuosi, arroganti, autoreferenziali». Poi ha sottolineato che non è il Pd il problema, ma la sua classe dirigente, e li ha esortati ad un atto d’amore verso il partito: «Ritiratevi tutti».
E se questo vale per il partito in generale, qui in Calabria le cose vanno peggio. La discesa in campo di Marco Minniti non toglie e non aggiunge nulla, anche perché fino al momento lo stesso Minniti appare come intorpidito in mezzo al guado, incapace di stabilire se guidare la rivolta, puntando a quella base di eletti e di elettori, ormai espulsa dalle dinamiche di un partito dedito agli affari ed al familismo amorale, quando non alle dinamiche della massomafia. Ovvero tornare al cerchiobottismo di sempre, candidandosi come traghettatore della specie e puntando alla cooptazione come unica via per un lento ma indolore ricambio.
Ed eccolo qui il Pd del giorno dopo.
Ernesto Magorno: doppio, triplo, infido e inaffidabile. Fedele solo a Luca Lotti. Ha passato un fine settimana a dir male della candidatura di Marco Minniti che detesta, ricambiato, profondamente. Il fine settimana successivo, invece, lo ha trascorso facendo telefonate a sindaci e consiglieri comunali perché firmassero una petizione a favore di Minniti dai contenuti così stomachevolmente mielosi da sembrare destinata a chiederne la beatificazione piuttosto che la candidatura a segretario nazionale. E tra un fine settimana e l’altro ha consumato il suo ultimo accoltellamento. Questa volta le spalle centrate sono quelle di Demetrio Battaglia, al quale ha fatto sapere dai giornali che aveva cambiato idea: come segretario regionale vede bene il sindaco di Soverato, Ernesto Alecci, amico e compare di Luca Lotti.
Mario Oliverio: formalmente sceglie la linea non interventista. Al nostro Pietro Bellantoni ha detto di considerare quella di Minniti una candidatura «autorevole». Lo conferma ma, sornione, sottolinea, che lo è anche quella di Martina e pure quella di Zingaretti. Insomma l’autorevolezza è una cosa, la conquista del suo appoggio è un’altra. Chi gli sta vicino assicura che in queste ore le distanze da Minniti sono aumentate mentre quelle da Zingaretti si sono ridotte di molto.
Nicola Adamo: eccolo il grande vecchio. Tessitore di trame, politiche e parapolitiche, vecchie e nuove. Orfano dei buoni uffici di “Comunione e fatturazione”, quanto lo è della “grande distribuzione” applicata alla politica più che agli alimentari. La sua ultima prodezza è l’applicazione alla politica del “comodato d’uso”, sperimentato in Vibo Valentia e provincia dove un intero pacchetto azionario del locale Pd è stato messo al servizio del consolidamento della franante condizione di Forza Italia. A Oliverio ha riservato una partaccia quando lo ha visto vacillare sulla candidatura di Minniti. «Deve chiedercelo in maniera solenne e pubblica», va ripetendo. Il resto è caccia ai reprobi. Ne sanno qualcosa quei malcapitati sindaci che hanno firmato il manifesto pro-Minniti e che in queste ore sono assediati da chi intende strappare loro se non una smentita almeno una parziale abiura.
Cesare Marini: in questo scenario dovrebbe rappresentare l’ala socialista a supporto di Minniti. Ha firmato la petizione che gli chiedeva di rompere ogni indugio e formalizzare la candidatura alla segreteria nazionale. Nessun imbarazzo per il fatto di aver cinque giorni prima relazionato al convegno della “Rifondazione socialista” in Calabria, con la prolusione di Sandro Principe, l’accompagnamento di Leopoldo Chieffallo e le conclusioni di Saverio Zavettieri. E sì che quel forum non le aveva risparmiate al Pd e a Minniti, al quale molti dei partecipanti non perdonano la stagione appena conclusa alla guida del ministero dell’Interno. Non solo, in quella sede è stata ufficializzata la posizione attendista di un’area socialista che guarda con simpatia ad una candidatura di Mario Occhiuto, nel nome di un civismo di destra da contrapporre al civismo di sinistra al quale punta l’altro cosentino Mario Oliverio.
E infine il Pd per come è. Per come esce dalle cronache di questi mesi. Il Pd che si appalesa come forza politica di riferimento della ’ndrangheta in vasti territori con epicentro Vibo Valentia e Isola Capo Rizzuto. Proprio così. E Minniti non è certo nelle condizioni di “poter non sapere”. Il Pd che ha spalancato le porte ai peggiori comitati d’affari e che, per contro, nega cittadinanza a chiunque intenda smettere, per dirla con Gaber, di star sopra un albero e invoca partecipazione.
Su tutto l’incognita Marco Minniti. Proprio così, la massima incognita è rappresentata proprio da Minniti: continuerà a farsi scegliere o finalmente sceglierà?
Da una parte c’è un corpo elettorale stremato che, in Calabria, gli ultimi indicatori fissano ad un livello democraticamente raccapricciante: il 35% di voto valido. Una cuccagna per gli avventurieri della politica: se ci sono tre candidature in pista con il 15% dei voti ti porti a casa l’intero bottino. Altro che nobili principi e secolari amicizie, sulle imminenti regionali tutti si giocano tutto. Punterà al pacchetto di controllo anche Marco Minniti oppure deciderà di rivolgersi a quel 65% di calabresi che non vota più. Ai giovani che scappano dalle baronie universitarie e da quelle politiche. Agli imprenditori alle prese con l’esattore unico politico-mafioso. Ai professionisti che la meritocrazia la scoprono solo se oltrepassano la linea gotica. Starà con i manager e le maestranze delle Omeca che vincono appalti in terra lombarda e in diciotto paesi su tre continenti, ma non possono usare il porto di Gioia Tauro per spedire le merci e ricevere la componentistica? Starà con la ricercatrice che ha scoperto la “Nicastrina” e resta confinata in un sottoscala? Starà con il nuovo corso della Conferenza episcopale calabra che richiama i cattolici all’impegno in politica e per questo riceve l’insulto del politicume impastato di massomafia? Intervenendo nelle varie televisioni, Minniti ha messo all’indice «l’insopportabile aristocrazia di una certa sinistra». Verissimo, ma è cosciente che, giusto o sbagliato che sia, proprio di questo lo si accusa? Specialmente in Calabria.
Il suo libro apre e chiude con due affascinanti citazioni. Dura la prima che ricorda la follia di chi non seppe leggere l’allarme degli intellettuali alla vigilia dell’avvento del nazi-fascismo. Tenerissima quella finale che cataloga i sognatori secondo le indicazioni di Lawrence d’Arabia. Il vero viaggio non consiste nel cercare nuovi posti, ma nell’avere nuovi occhi.
Minniti può mettersi, generosamente, al servizio di giovani e meno giovani “pericolosi” sognatori. La sua sarebbe una guida sicura ed esperta, farebbe il bene del Pd e della sua terra, ma non cada nell’aristocratico errore di credere che una sua diversa determinazione possa smontare il progetto. Ormai un numero sempre crescente di uomini e di donne si va convincendo che sarebbe ora di votare per il partito che qui, in Calabria, ha puntualmente perso tutte le elezioni: quello del Buon Senso.

direttore@corrierecal.it





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