I fascicoli “scottanti” e la sicurezza di Gratteri

di Paolo Pollichieni

C’è un crescente allarme per la sicurezza del procuratore distrettuale di Catanzaro Nicola Gratteri. Si apprezzano sempre maggiori tensioni attorno al suo operato. Da qualche mese gli “addetti ai lavori” lo sanno bene e lo sanno tutti.
Lo sanno alla Procura generale della Cassazione, dove due distinti fascicoli ospitano alcune “singolari” vicende che riguardano gli uffici giudiziari di Catanzaro, registratesi nell’ultimo trimestre, in uno con un poco sereno scambio epistolare tra Procura distrettale e Procura generale di Catanzaro.
Lo sanno a Palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio superiore della magistratura, dove giace un altro carteggio intercorso tra uffici giudiziari calabresi e riguardante alcune delicate indagini che vedono coinvolti esponenti della magistratura e uomini della polizia giudiziaria.
Lo sanno in via Arenula, al ministero della Giustizia, posto che quella è anche la base operativa degli ispettori che dovrebbero garantire trasparenza, affidabilità e sicurezza nell’esercizio della giurisdizione.

INTERI FASCICOLI TRASFERITI A SALERNO Lo sanno i vertici della Procura distrettuale di Salerno, competente per qualsiasi vicenda giudiziaria, indagine o accertamento che veda coinvolti magistrati in servizio nel distretto di Catanzaro. Presso tale Procura da mesi sono stati inviati atti contenenti i risultati di indagini tecniche (intercettazioni ambientali e telefoniche) e verbali di interrogatorio. Nessun approfondimento e nessun supplemento di indagine, tutto demandato alla competenza dei magistrati salernitani, come del resto impone il codice. Evidentemente, però, la mera trasmissione di atti è stata sufficiente a innescare tentativi di aggressione e di delegittimazione, prima contro i più stretti collaboratori di Nicola Gratteri e, subito dopo, direttamente contro di lui.

CHI RIFORNISCE I MANGANELLATORI MEDIATICI Al punto da veicolare, attraverso alcuni noti manganellatori mediatici, vere e proprie campagne di stampa. In almeno due circostanze la polizia giudiziaria avrebbe addirittura seguito in diretta la consegna di documenti che dovevano alimentare tali campagne mediatiche: le “carte” arrivavano da un magistrato che, si sarebbe accertato in seguito, vanta diretti e ottimi rapporti con uomini politici al centro di inchieste avocate dalla Procura distrettuale di Catanzaro. Insomma, nei “palazzi” tutti sanno. Anche al Viminale. Già, il Viminale. Qui non perdonano a Gratteri l’inchiesta sulla prefettura di Crotone e quella sulla gestione dei centri di prima accoglienza.

COSCHE, LOGGE E PUBBLICA AMMINISTRAZIONE È in questo clima che Gratteri, i suoi aggiunti e i suoi sostituti mandano avanti tre filoni d’inchiesta delicatissimi, diversamente articolati sul territorio ma connessi fra loro da una unica chiave di lettura: il rapporto tra cosche e pubblica amministrazione, mediato da logge massoniche fuori controllo. Ed è singolare che, mentre da una parte cresce l’allarme sicurezza attorno alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, dall’altro il clima si ritrova avvelenato da circolari interne che parrebbero tendenti a limitare l’operatività delle scorte messe a tutela dei magistrati più esposti, a cominciare proprio da Gratteri. Ed è attorno a una di queste circolari “interne” che si è consumato l’ultimo scontro tra la Procura generale e la Dda di Catanzaro: le blindate che accompagnano il procuratore Gratteri debbono restare fuori dal perimetro del Palazzo di giustizia, solo le auto del ministero, sulle quali viaggiano i magistrati, possono superare la sbarra posta a chiusura di tale perimetro.

LE SINGOLARI INIZIATIVE DELLA PROCURA GENERALE In sostanza gli uomini della scorta aggiuntiva, com’è quella affidata a Gratteri, debbono parcheggiare lontano, abbandonare il magistrato affidato alla loro tutela, e raggiungerlo a piedi. Gratteri avrebbe risposto “obbedisco” ma a quel punto sono stati i vertici dell’Arma dei carabinieri e della Guardia di finanza a insorgere, manifestando tutto il proprio disappunto e invocando una apposita riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza. In quella sede, e fuori dai denti, sarebbe stato spiegato che solo all’interno del Palazzo di giustizia la sicurezza ricade sotto la competenza della Procura generale, all’esterno le decisioni vengono prese altrove e sulla base di parametri decisi a livello nazionale.

FORTI TENSIONI IN PREFETTURA La tensione, in quella seduta del Comitato per la sicurezza tenutosi il 6 novembre scorso, si tagliava a fette ma veniva comunque garantita la massima riservatezza. Con l’arrivo dei verbali a Roma, invece, l’imbarazzante questione è esplosa in tutta la sua gravità, fino a investire le più alte cariche dello Stato. Anche perché nel frattempo i servizi di sicurezza hanno ispezionato i luoghi attorno al Palazzo di giustizia di Catanzaro per poi redigere una nota che praticamente imputa gravi responsabilità in capo alla Prefettura e alla Questura catanzaresi. Nessuna, dicasi nessuna, delle prescrizioni di sicurezza adottate su scala nazionale e nelle sedi con obiettivi a rischio è stata mai applicata nel capoluogo calabrese. I tombini dovrebbero essere sigillati e saldati e non lo sono. I cassonetti dei rifiuti non dovrebbero insistere lungo il percorso delle blindate e invece ci stanno, e tracimanti immondizia. Le auto civili non potrebbero accedere al perimetro di sicurezza, ancorché di proprietà di dirigenti ministeriali, e invece ci arrivano e con tanto di stemma su parabrezza in modo da essere identificabilissime. Insomma, un disastro su tutta la linea.

UNA “RISERVATA” SCUOTE I PALAZZI ROMANI E qui si colloca la “riservata” che un alto ufficiale avrebbe mandato ai comandi superiori con riferimento proprio alla seduta del Comitato interprovinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico, tenutosi nella prefettura di Catanzaro il 6 novembre scorso. Nella “riservata” verrebbe annotato, tra l’altro, «— il dottor Nicola Gratteri, dal canto suo, non ha mancato in tale occasione di replicare: io ho scritto perché ho ricevuto annotazioni scritte. Alle lettere si risponde con una lettera. In passato non era così, forse, ma recentemente si è deciso di scrivere, sicuramente sarà una coincidenza, ma questa prassi è stata adottata da quando il maresciallo Greco, dopo essere stato arrestato ha iniziato a collaborare con questa Procura».

L’ARRESTO DEL MARESCIALLO GRECO Già, il maresciallo “Carminuzzo” Greco. Sottufficiale dei carabinieri diventato, negli anni, punto di riferimento per le indagini di diverse Procure cosentine, firmatario di indagini e rapporti giudiziari controversi. Infine arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Oggi – a quel che si sussurra – collaboratore di giustizia, avendo deciso di vuotare il sacco su molte vicende riguardanti le cosche mafiose che operano negli altopiani della Sila. Sono suoi alcuni dei verbali trasmessi a Salerno per competenza? Parrebbe proprio di sì e parrebbe che proprio questi verbali abbiano incrinato i rapporti in seno alla magistratura del distretto di Catanzaro.

RIECCO IL VERMINAIO DELLA POLITICA Ecco che puntuali compaiono i veleni che, da sempre, accompagnano le indagini quando queste si affacciano sul verminaio dei rapporti tra cosche, politica e istituzioni. E con i veleni i tentativi di delegittimazione e quelli di arrivare all’isolamento di quanti, nella magistratura ma non solo in essa, “osano” alzare il livello della sfida. Al punto da far apparire normale persino la decisione della massima assemblea elettiva calabrese, il consiglio regionale, di convocare gli stati generali dell’“antindrangheta” badando bene di non farvi partecipare nessuno dei due procuratori distrettuali che operano in Calabria.

direttore@corrierecal.it







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