Hanno demolito il Pd. Ora tocca alla Calabria…

di Paolo Pollichieni

Chissà se in queste ore almeno su un punto si fermeranno a riflettere gli implacabili demolitori di quel che rimaneva del Pd calabrese. Gli Adamo e i Bruno Bossio, i Guccione e i Censore, i Ciconte e i Naccari. E soprattutto chissà se si sono fermati a riflettere il pericoloso Ernesto Magorno e l’iperconfuso Mario Oliverio.
Che poi restano i responsabili principali di questa metodica, tenace e risoluta opera di smantellamento di qualsivoglia infrastruttura politica facente riferimento al Pd, pur avendone più di ogni altro beneficiato dal punto di vista politico e istituzionale.
Adesso che un Pd servirebbe proprio e soprattutto a loro, ecco che, in Calabria, semplicemente non esiste. Felice di infrattarsi anche l’ultimo dei Mohicani, leggi Marco Minniti, qui restano solo le retroguardie venute su a pane e ideali. Gli altri, zitti tutti. Incollati ancora a quelle insulse cinque righe di comunicato, che, equamente, spartiva solidarietà e fiducia nell’accusato e nell’accusatore. Un comunicato inutile a entrambi. Freddo e tagliente come la breve replica arrivata dalla Procura di Catanzaro all’indomani delle misure cautelari eccellenti sugli appalti di Scalea e Lorica. «Non è la mia Procura – scandiva Nicola Gratteri – a denigrare la Calabria. Siamo calabresi e teniamo alla nostra terra molto più di tanti altri».
Due giorni dopo, Magorno e Gratteri si rincontravano in un istituto superiore di Diamante dove gli studenti, da mesi, avevano invitato il magistrato e il senatore per parlare di ‘ndrangheta e di politica. Gratteri fece sapere che non intendeva mancare all’appuntamento con gli studenti ma che avrebbe “capito” il sopravvenire di impegni istituzionali di Magorno a Palazzo Madama. E quando mai: il cinismo di Coniglio Mannaro farebbe impallidire Lucrezia Borgia quando eliminava i suoi fidati, mandandoli incontro ai sicari con un messaggio di poche righe: «Vorrete gentilmente uccidere il latore della presente».
E poi il governatore. Mario Oliverio, somigliante sempre più al personaggio delle “processioni” che hanno reso famoso Stellario Baccellieri: nei suoi quadri c’è sempre una folla immensa ma il protagonista resta, al centro, anonimo e… solo.
Più si alza la febbre più si allargano i cortigiani, che mutuano le “comari” dando il “consiglio giusto”, non potendo più dare “cattivo esempio”. L’accusa è abuso d’ufficio? E noi rispondiamo che non siamo mafiosi. Le intercettazioni parlano di opere fantasma e cabinovie non fornite? E noi replichiamo che abbiamo ereditato tutto dalla precedente legislatura. Infine rispolveriamo i riti della “protesta clamorosa”: ieri l’incatenamento a Palazzo Chigi contro Scura; oggi lo sciopero della fame contro Gratteri. Anche in questo nessuna originalità: è esattamente quello che fece un allora giovanissimo assessore Nicola Adamo, alle prese con la sua prima presenza in giunta regionale e col primo scontro ravvicinato con la Giustizia.
Possibile fare di peggio? Vorremmo dire di no ma temiamo di sì. Almeno a leggere le cronache del “dopo Tribunale del riesame”. Qualcuno continua a spostare il dibattito, ora anche quello istituzionale, sul terreno che preferisce. Affida il ruolo salvifico che doveva essere del Tribunale del Riesame, alla Corte di Cassazione. Nel farlo annuncia un ricorso impossibile visto che dovrebbe riguardare le ragioni della decisione dei giudici del Riesame che, tuttavia, debbono ancora indicarle e scriverle e per farlo hanno diritto a un termine di 45 giorni.
Via libera, perciò, all’utilizzo politico della vicenda giudiziaria. Per evitarlo servirebbe un partito, ma Oliverio un partito non lo ha più, avendo lasciato che gli azionisti di riferimento della sua maggioranza (Magorno, Adamo, Censore, Bruno Bossio, ecc.) brigassero fino a distruggerlo o, peggio, a ridurlo a una “guglielmetteide”. Ecco che, quindi, il centrodestra di Tallini si ritrova libero di invocare quello scioglimento anticipato del consiglio regionale che nella precedente legislatura venne respinto in nome della “volontà popolare”.
Eppure non è la stessa cosa: quella legislatura rimase in piedi nonostante il presidente di allora fosse obbligato alle dimissioni per intervenuta condanna. Cosa che oggi non riguarda Oliverio, alle prese con una misura cautelare che gli pone, come unico vincolo, di restarsene al paesello. Se avessero ritenuto di impedirgli le funzioni di presidente della giunta regionale lo avrebbero scritto. Se era intenzione non fargli presiedere la giunta lo avrebbero scritto. Invece nulla di tutto questo. E comunque, ha forse fatto istanza in tal senso Mario Oliverio e gli è stata respinta? E qui torniamo al nodo politico: vi fosse un partito dividerebbe la vicenda personale da quella generale e assumerebbe una posizione chiara anche dal punto di vista istituzionale. Ma il partito non c’è e allora avanti con la giunta tecnica senza guida politica; avanti con i consiglieri che pensano al famiglio e non alla Regione; avanti con i viceré del ridotto silano; avanti con gli strateghi del “ci vorrebbe un amico”.
Avanti così.
Ancora un piccolo passo ed è fatta: il Pd è colato a picco, resta da affondare la Calabria.

direttore@corrierecal.it





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