Il Pd calabrese è finito (ma forse non lo sa)

di Paolo Pollichieni

Non se ne sono resi conto… o forse sì: quello di ieri è stato il definivo trapasso del Pd calabrese. Ancora qualche orgiastica ora per festeggiare il prevalere di questa tribù su quella, il trionfo di un clan nei confronti dell’altro, il consumarsi degli ultimi regolamenti di conti tra boss, gregari e sottopancia, poi il quadro sarà chiaro a tutti, nella sua desolazione.
Nonostante gli anabolizzanti, la prova muscolare dei capi bastone del Pd calabrese non riesce ad andare oltre settantamila elettori, buona parte dei quali si guarderanno bene dal votare per il Pd quando si tratterà di elezioni “più serie”.
Lo sanno tutti ma fa gioco far finta del contrario.
Le truppe cammellate schierate oggi con Zingaretti erano quelle che ieri stavano con Renzi, l’altro ieri con Bersani e una vita fa con D’Alema per poi passare con Veltroni. Sono il partito dei fondi comunitari, del trasversalismo affaristico, degli ipermercati a cinque stelle, dei pellegrinaggi ginevrini alla corte di Aponte, della burocrazia mercenaria, delle consulenze addomesticate, del familismo amorale, delle concubine “usa e getta”, delle dame senza cavalieri e dei cavalieri con tante dame.
Sono quelli degli abbracci all’americana (per tastare l’artiglieria dell’amico) e delle faide domestiche, quelli che si dichiarano “altra cosa” e poi firmano documenti unitari, quelli che si riconoscono negli ideali del volontariato cattolico ma ne calpestano i diritti; quelli che sbraitano contro la mobilità sanitaria ma poi ne affidano il controllo ad una multinazionale “amica”.
A Nicola Zingaretti, in verità, un punto d’onore va riconosciuto: come al solito, i calabresi hanno fatto tutto da soli. Lui non ha chiesto alcun appoggio, gli si sono offerti gratis. Anzi, manco si sono offerti; si sono dichiarati crociati di “Nicola il grande” senza manco attendere che gli lo si chiedesse. Del resto non avrebbe avuto manco il tempo di farlo: fiutata l’aria erano tutti ad assaltare il carro del governatore laziale.
A volerlo analizzare, questo voto calabro, gli spunti di riflessione non mancherebbero. Dentro c’è tutto: la tracotanza di chi non capisce che strafare è sempre l’anticamera della perdizione; la perenne inaffidabilità dei professionisti della vecchia politica; l’insipienza di chi ammette che della linea politica congressuale se ne strafrega e si schiera solo in virtù delle elezioni prossime future.
E lo dicono pure, con brutale franchezza: il voto congressuale andrebbe letto come un pronunciamento pro o contro la ricandidatura di Mario Oliverio. Quasi che il problema risieda solo nello strappare (o nello stoppare) una candidatura, ché poi tutto si aggiusta: i calabresi dimenticano, gli appetiti si placano, le spartizioni si concordano e il santo verrà gabbato un’altra volta.
Fanno tenerezza nel loro pressappochismo. Alcuni fanno tenerezza più degli altri specialmente quando finiscono con lo spiaccicarsi contro il loro essere marginali, perennemente sospesi tra quel che sono e quel che ambirebbero essere. È quanto capitato a Enzo Bruno, passato dagli infuocati ricorsi al Tar contro Oliverio che dirottava su Cosenza i fondi per l’edilizia scolastica alle tribune televisive, dove ora attacca i magistrati catanzaresi “rei” di riservare un trattamento iniquo all’innocente presidente della Regione Calabria. Tanto revisionismo meritava un premio, invece ecco che il risultato migliore Maurizio Martina finisce col portarlo a casa proprio nel Catanzarese. Evidentemente il “contrordine compagni” non ha funzionato.
Fine ingloriosa. A Cosenza “Il povero Enzo” è un ottimo e ben frequentato ristorante; a Catanzaro l’epitaffio di una carriera politica con un radioso futuro… alle spalle.
Unica buona notizia è che anche questa pessima pagina va in archivio, così come finisce archiviata questa stagione del Pd calabrese. Resta una manciata di mesi a questa arruffata e pericolosa combriccola. Poi se ne andranno. Forse lanciandosi le ultime contumelie e litigando ancora; probabilmente in ordine sparso; sicuramente senza lasciare rimpianti.

*direttore@corrierecal.it







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