La peste della ‘ndrangheta, al Nord come in Calabria

di Paola Militano

Questa è ancora la Calabria e finirà per essere così anche altrove. Immagino sia stato il comune sentire tra le famiglie di ‘ndrangheta capaci di fondare quella ricca “holding mondiale del crimine” in una regione rimasta tra le più povere d’Italia, e poi di espandersi a macchia d’olio, continuando a infettare il mondo.
L’hanno fatto senza fare rumore, nel corso di lunghi decenni, attraverso le rotte dell’emigrazione calabrese, con intenti coloniali. E continuano a farlo.
Quindi non c’è da meravigliarsi se ancora oggi sentiamo quegli stessi nomi, appartenenti alle stesse famiglie calabresi di ‘ndrangheta, commettere quegli stessi crimini in altre regioni, Paesi e continenti.
Perché a queste latitudini, lo sappiamo bene, queste “famiglie” hanno educato i loro figli al crimine e la cultura mafiosa, quando non la si trasmette, la si eredita.
«Qui lo Stato sono io». Così al telefono Rocco Morabito, figlio del boss Peppe “il tiradritto”, intercettato nell’ambito dell’operazione della Dda di Reggio Calabria che portò all’arresto dei vertici delle cosche del “Mandamento Jonico”.
Del resto, se fosse stata un fenomeno senza radici, la ’ndrangheta sarebbe storia come le Brigate rosse o avrebbe i giorni contati perché stremata dai colpi inferti da quei magistrati, metodici e coraggiosi, che hanno ficcato il naso negli “affari di famiglia” anche a costo della vita.
Ma qualcosa è davvero cambiato rispetto al passato: intanto i boss non sono più invisibili; si conoscono nomi e volti di capi, discendenti e affiliati delle ‘ndrine perché a furia di vederli delinquere sono diventati tristemente famosi.
«Così si comanda al Nord», racconta l’ultimo rapporto della Direzione investigativa antimafia. Che con l’espressione «Mai faide in 150 anni» sintetizza uno dei capisaldi del potere mafioso. Il riferimento è alla cosca Barbaro, imparentata con la famiglia Pelle di San Luca, tra le più importanti in Calabria ma anche a Milano, in Lombardia, in Piemonte e in Australia. Otto ’ndrine, un solo clan.
Quei nomi li conoscono anche tutti i candidati che cercano consenso e consensi bussando alla porta dei capibastone, quei politici che si lasciano corrompere da una disponibilità finanziaria praticamente illimitata e quegli “imprenditori” che vincono appalti pubblici anche in nome e per conto dei clan.
È in questo circolo vizioso senza fine che si alimenta il sistema mafioso, consentendone la sopravvivenza nonostante catture, processi e condanne.
C’è tutto questo nel quadro investigativo della Dda di Milano che vede lo storico gruppo criminale legato alle cosche di Cirò Marina veicolare pacchetti di voti, acquistare terreni per il business dei parcheggi di Malpensa, controllare il territorio con violenze ed intimidazioni.
Niente più alibi quindi: vanno evitati come la peste, denunciati, scomunicati, vanno emarginati.
Solo così è possibile mettere un argine al controllo della ‘ndrangheta. Così e con la cultura della legalità, perché peggio della ‘ndrangheta c’è solo e soltanto la cultura ‘ndranghetista.







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