La Calabria è in fuga, povera, “schiacciata”. Ma cambierà

di Paola Militano

C’è una Calabria che scappa a gambe levate da una terra dannatamente bella ma piena zeppa di contraddizioni, da una regione ancora drammaticamente priva di prospettive convincenti, dalla sensazione d’impotenza di fronte al vecchio-nuovo problema di un futuro (im)possibile.
Un’ondata di giovani migranti silenziosi a cui viene concesso di sbarcare ovunque senza permesso di soggiorno, di attraversare quel corridoio umanitario realizzato quasi sempre a costo di enormi sacrifici.
Un esodo ordinato, quello con le Louis Vuitton in mano, generato nel corso di decenni da una politica incauta, avvezza alle palesi ruberie ed illegalità, ma soprattutto incapace di mettere a frutto un patrimonio che non ha eguali: la Calabria.
Ed a nulla sono valse nemmeno le Università, governate da quei “magnifici” che anziché rimanere arroccati nelle torri d’avorio, avrebbero dovuto e potuto aprirsi alla società e contaminarne le menti, contribuire allo sviluppo del territorio e delle imprese, in aggiunta alla missione di formare studenti calabresi competenti.
C’è una Calabria invece che ha bisogno di cure ma non vuole più migrare e non deve farlo.
I medici bravi in Calabria ci sono e continuano a tenere aperti i cancelli di fabbriche fatiscenti senza mai fare serrate (sic) e nonostante turni massacranti, condizioni di lavoro a dir poco mortificanti e la consapevolezza di essere tenuti in ostaggio da una politica capace di lucrare persino sulla salute.
C’è poi una Calabria sempre più povera mentre le risposte della politica continuano a girare a vuoto.
Sì, perché nonostante si continui a parlare di sostanziali interventi contro la povertà, di reddito di inclusione e di cittadinanza, non è difficile sorprendere sempre più pensionati calabresi a rovistare tra i cumuli di immondizia.
E c’è ancora (sic) la Calabria affetta dalla sindrome di Calimero: parlo della mia generazione che, per dirla alla Battiato, si sente “schiacciata dagli abusi del potere” da “gente infame che non sa cos’è il pudore” da coloro i quali “si credono potenti (…) e tutto gli appartiene”.
Un esercito nutrito, per nulla reazionario, che era solito fare la fila nelle segreterie dei potenti di turno per chiedere raccomandazioni e posto fisso in cambio naturalmente di voti di amici e parenti sine die.
Un malcostume, non perseguibile all’epoca dei fatti, che ha contributo ad alimentare un circolo vizioso stagnante, a disincentivare meriti e competenze, lasciando la Calabria indietro nella partita per la vita.
C’è infine una Calabria che prega nella speranza che qualcosa ancora possa cambiare.
Sono uomini e donne disorientati e senza punti di riferimento, stremati solo all’idea di assistere, ancora e comunque, a vecchie liturgie, antiche faide e nuovi colpevoli.
E forse è arrivato il momento che la Chiesa associ ancora di più la testimonianza all’insegnamento, il magistero all’azione, la Parola e le parole a una militanza fattiva che induca a formare una comunità di valori i cui effetti siano civici, sociali e, latu sensu, politici.
E se a prevalere sinora è stata la logica del “si salvi chi può”, cristianamente ma anche laicamente è lecito aspettarsi che spingiamo verso il “salviamoci tutti”.
Così come Battiato “si può sperare che il mondo”, anche quaggiù, “torni a quote più normali”, “che possa contemplare il cielo e i fiori…”.
Non cambierà, forse cambierà.
Sì che cambierà, vedrai che cambierà.







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