La “non” politica che innalza muri e non parla ai calabresi

di Paola Militano

Strani contrappassi della Storia. Trent’anni fa, la caduta del muro di Berlino al grido einheit (unità) provoca un effetto domino che porta alla fine dei regimi nei Paesi dell’Est.
Una pagina di storia che nessuno può dimenticare. Dalle proteste degli universitari di Bratislava e Praga, all’opposizione degli operai dei cantieri di Danzica, dal dissenso dei cinquantamila ungheresi contro la costruzione della diga sul Danubio, allo scontro nella città di Timisoara tra i dimostranti e la temibile polizia rumena, fino all’implosione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, crollano muri e ideologie e cambia la storia.
Crollano, da lì a poco, anche le ultime resistenze dei dodici capi di Stato e di governo che si riuniscono a Maastricht per porre le basi di quell’accordo politico che porterà alla firma del primo trattato europeo e la nascita della nuova Europa.
Ed è un fatto anche se solo una coincidenza temporale che, a soli dieci giorni dalla firma di Maastricht, a Milano i carabinieri bussano alla porta del Pio Albergo Trivulzio e arrestano Mario Chiesa, per una vicenda di corruzione e bustarelle.
E’ l’inizio di Tangentopoli. La magistratura irrompe sulla scena politica e del vecchio sistema dei partiti ben presto rimangono solo le macerie. È l’inizio di Mani Pulite e la fine della prima Repubblica.
Il resto è cronaca recente. In poco tempo la palude della “non” politica genera l’antipolitica, la grande crisi economica accentua le diseguaglianze sociali già enormi, proliferano attivisti e movimenti e tra “rivoluzioni di velluto” e guerriglie di piazza, tigri di cartone, giustizia a orologeria, si fabbricano muri, barriere e frontiere.
Naturalmente si potrebbe discutere a lungo sul ruolo e sul peso di questo o quel fenomeno alla ricerca di spiegazioni possibili ma, come scrive Montale, «(…) la storia non è magistra di niente che ci riguardi».
Il muro del silenzio che divide i politici dagli elettori. Prova ne è il confronto di queste settimane sulla data del voto e non solo, manca l’essenziale. Qual è il programma? Cosa si intende fare della Calabria dopo il voto? Qual è il grado di impegno che ci si può attendere nella prossima legislatura?
L’impressione è che movimenti, aggregazioni e partiti si sentano dispensati dall’obbligo di proporre idee, di chiarire agli elettori come intendano risollevare le sorti di una terra villipesa, umiliata, tradita dai malgoverni, impegnati come sono a dilaniarsi tra di loro.
Perché è presto detto quello che sta accadendo. Oliverio continua con le sue prove di forza in attesa che Renzi ci faccia un pensierino, i reduci dem e le mille particelle grilline si annusano per arrivare a un’alleanza di potere e di sistema, Occhiuto (dal limbo in cui si trova) racconta della sua Calabria bellissima mentre i forzisti, seppur convinti, aspettano una Lega che si lega solo agli “affratellati”.
Allora non c’è da meravigliarsi se il giorno prima Barabba è acclamato dal popolo e il giorno dopo si trova nel sepolcro, sperando di risorgere.
Grillo come Salvini questo l’hanno capito e non hanno mai smesso di parlare al popolo.

paola.militano@corrierecal.it







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