La soluzione di Cetto per i (politici) Buffi di Calabria primi in nulla

di Paola Militano

«Signore e Signori stacchiamo la Calabria dall’Italia. Facciamo la Calabrexit e il regno disunito». La soluzione “qualunquemente” fornita da Cetto Primo Buffo, Re delle Due Calabrie, è iperbolica, paradossale ma nemmeno troppo, comica ma amara nella sua intima e profonda denuncia.
Il Re dei qualunquisti – fa bene a sottolinearlo – rincorre l’iperbole ma la sua istrionica fantasia è spesso superata dalla realtà di una regione scelta non a caso. 
Qui più che altrove insistono, evidentemente, paradossi irriproducibili, contraddizioni, incompiute e quel costante e continuo lamento, divenuto alibi di una politica neoborbonica e di “politici inutili”. 
Increduli, da settimane, assistiamo alle miserie di “poveri” sabotatori seriali. È la verità, amara e urticante.
Divisioni, veti, risentimenti e personalismi, ispirano le verbose dichiarazioni su «percorsi politici coerenti» la cui unica logica è invece una gabbia di veleni, di convenienza personale e di clan. 
Gli ultimi mesi della politica regionale sono stati quanto di più indecente potesse succedere, nella melma di una Calabria che tutte, e dico tutte, le statistiche indicano sull’orlo del baratro. 
E nessuno sembra rendersi conto di quanto tutto questo renda meno iperbolica la visione del Buffo di Calabria: «Stanno scavando un canale sopra Cosenza, uniamo Ionio e Tirreno e facciamo il canale di Piluez». 
Se il divario dal resto del Paese – giustificato da scippi solo in parte veri – esiste già, a ingigantirlo sono da sempre costumi e comportamenti francamente incomprensibili; non aiuta nemmeno pensare alla rassegnazione di una società segnata dal bisogno. 
Altrove le piazze si riempiono di sardine; qui, invece, la scena è sempre e comunque degli squali, predatori irragionevoli.
E nel mare sempre agitato, spesso inquinato, della politica calabrese tutti nuotano, anzi sguazzano.
Lo fa il Partito Democratico che ha gestito la vicenda Oliverio nel peggiore dei modi possibili. Defenestrare un presidente uscente è infatti una scelta traumatica, le ragioni possono essere molte e in parte anche condivisibili, ma certo si tratta di un percorso che andava affrontato con modi e tempi giusti.
Averlo fatto poi senza la benché minima idea dei passi successivi è roba da dilettanti allo sbaraglio. 
Sono una condanna senza appello, a tal proposito, le considerazioni di Florindo Rubbettino «sarei stato coinvolto in una lotta dilaniante in cui non si vede volontà di ragionare superando le divisioni tra partiti e all’interno degli stessi partiti, in cui non si sa nemmeno distinguere l’impegno civico per servire la propria piccola comunità, quella più prossima dove crescono i propri figli, dalle logiche di fazione».
Lo fa il presidente Mario Oliverio, la cui ostinazione è umanamente comprensibile ma politicamente ingiustificabile. È il suo partito (non altri) a non volerlo ricandidare. Oliverio ha scelto comunque la prova di forza schierando amministratori locali e pezzi del Pd in una guerra senza quartiere, da cui tutti usciranno sconfitti.
Lo fanno i 5Stelle alle prese, nelle ultime settimane, con una surreale discussione sul presentare o meno le liste; dovevano essere un Movimento diverso e c’è da chiedersi quand’è che hanno scelto di sostituire al grido “onestà” quello della convenienza e dell’opportunità. In quale momento i cittadini portavoce hanno scelto l’onorevole resa?
Resta il fatto che sono finiti, anche loro, in una stucchevole discussione sul candidato presidente. 
Il passo da Jean Jacques Rousseau a Jean Jean Pileau – secondo Albanese – è brevissimo. E infine lo fa quel centrodestra nelle cui vele, almeno stando ai sondaggi, spirava impetuoso il vento della vittoria ma, come è noto, non c’è vento favorevole per il “Capitano” che non sa dove andare. Tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia è sempre di più un confronto non tra partiti ma tra gruppi, non tra nomi ma tra cognomi, non tra comunità ma tra famiglie.
È deprimente, non c’è altro modo di dirlo.
Il buon Antonio Albanese la soluzione ce l’ha già: «Ci stacchiamo da tutti, non abbiamo bisogno di nessuno noi, abbiamo scorte di liquirizia e peperoncini».
Infine ai tanti “Buffi di Calabria primi in nulla” che nei sussurri di corridoio, nel silenzio ovattato di incontri tra cialtroni carbonari o anche in messaggi solo apparentemente disinteressati, immaginano in capo a questo giornale una posizione “sensibile” a uno piuttosto che all’altro candidato vorremmo dire semplicemente che non abbiamo “amici” ma solo una nutrita schiera di nemici.


paola.militano@corrierecal.it







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