Perché non siamo tutti uguali davanti al Coronavirus

di Paola Militano

Nel tempo in cui le cronache raccontano solo di migliaia di morti contagiati dal virus, di medici e infermieri stremati, è opportuno non dimenticare (perché nulla mai gioverà di più alla salute dei calabresi) i tagli al fabbisogno sanitario che non si dovevano fare, al Sud più che al Nord.
Numeri e cifre che dimostrano come il sistema, sotto pressione se non al collasso al Nord, non sarebbe in grado di reggere la diffusione dell’epidemia in Calabria. Una regione meno attrezzata, con meno fondi, ospedali, posti letto e personale.
Le misure di distanziamento sociale decise dal governo rimangono perciò l’unica possibilità (ancora di più per i calabresi) di portare a casa la pelle senza sfidare la sorte e senza mettere alla prova un sistema sanitario (quello calabrese) tra i più “malati” del Paese, “contagiato” dalla politica sotterranea, “infettato” dalla criminalità organizzata.
Fondi, tagli e sforbiciate. Secondo i dati più recenti pubblicati dal ministero della Salute (qui), nel 2017 i posti letto nelle strutture pubbliche andavano dai 3,9 per 1.000 abitanti del Molise (prima in classifica) ai 2,0 per 1.000 abitanti della Calabria (ultima in classifica).
Se guardiamo poi al dato dei posti letto dedicati alla Terapia Intensiva, obbligatoria in molti casi per sopravvivere al virus, trova una sua ratio la corsa convulsa agli acquisti senza badare a spese, al Nord come al Sud, per colmare il colpevole deficit fin troppo noto invece agli addetti ai lavori.
Eppure leggendo l’ultima relazione della Corte dei Conti (potete scaricarla qui) il dato relativo alle risorse destinate alla sanità è aumentato, passando dai 114 miliardi di euro stanziati nel 2019, ai 116 miliardi di euro per il 2020, fino ai 117 miliardi ipotizzati per il 2021.
Ma ci sono due aspetti di non poco conto da considerare. Il primo lo spiega il focus “Lo stato della sanità in Italia” dove si parla di «forti ridimensionamenti dei finanziamenti» giustificati negli anni dalle «politiche di risanamento delle finanze pubbliche». Parliamo di 37miliardi in meno secondo il report della Fondazione Gimbe, nel decennio 2010-2019 e di una scure selvaggia dei governi che si è abbattuta sugli ospedali, medici ed infermieri.
Il secondo aspetto lo sottolinea la Corte dei Conti, sempre nella relazione al Parlamento, dove emerge che gli investimenti per gli enti locali, in otto anni, si sono ridotti del 48% e la spesa per le risorse umane del 5,3%. Va da sé che i mancati investimenti – pesando e non poco, specie a queste latitudini, sull’ammodernamento delle attrezzature, sul degrado delle infrastrutture e quindi sulla qualità delle cure – hanno generato un continuo flusso migratorio di prestazioni e di denari (nel 2017 pari a 4,6 miliardi di euro) da Meridione verso la Lombardia, l’Emilia Romagna e il Veneto in quelle stesse strutture private (guidate per lo più da fondazioni che in tempi normali beneficiano del 47% del totale delle risorse finanziarie per la sanità) riconvertite oggi in “ospedali Covid-19” in quella zona rossa del Paese dove i morti non si contano più.
Se all’iniquo riparto dei fondi sanitari (solo il 23% al Sud) aggiungiamo il famigerato Piano di rientro che riduce ulteriormente le risorse destinate a regioni come la Calabria si capisce bene come la seconda emergenza da affrontare dopo il coronavirus per il governatore Santelli sarà la riorganizzazione del sistema sanitario calabrese senza però contare sui commissari (tutti o quasi) incapaci, inadeguati, che hanno prodotto finora un deficit che oscilla tra i 180 e i 200 milioni di euro.
Il peggio non è ancora passato, ma passerà. A patto che il Coronavirus, poi, ci renda tutti uguali davvero.

paola.militano@corrierecal.it





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