Qui non «abbiamo tamponato» un bel nulla

di Paola Militano

In una Calabria che da mesi lotta contro questo dannato virus e non sa come uscire dalle secche della crisi e delle banalità, c’è bisogno di fare chiarezza sull’attività e sui risultati prodotti dalla task force insediata dal governo regionale, su tamponi non effettuati in questi mesi come avrebbe voluto invece la prassi di prevenzione, su quelli da effettuare ai calabresi rientrati ormai da giorni e su quelli congelati, si spera almeno seguendo le corrette modalità. Ma a chiarire questi ultimi aspetti ci penseranno gli uomini del Nas e l’indagine conoscitiva avviata dalla Procura di Cosenza.
Da ieri sappiamo con certezza che sono 1.500 quelli ancora da processare e rinchiusi in chissà quali celle frigorifere per la mancanza del reagente che arriva dalla Liguria (Toti permettendo) o perché in attesa di raggiungere il laboratorio di Portici (De Luca permettendo); tutto questo mentre troppi calabresi, imbrigliati dall’ansia e da quarantene senza fine, aspettano di sapere se si sono negativizzati al virus o, ancora peggio, se sono positivi.
Sì, perché qui – al contrario di quanto ci si è affrettati a dichiarare sui media nazionali – non «abbiamo tamponato» un bel nulla e le colpe sono riconducibili anche alla disorganizzazione delle aziende sanitarie, affidate dai colleghi grillini di Sapia a commissari eccentrici, impegnati a difendere dal Coronavirus solo gli ambiti e le competenze territoriali.
Resta ancora infatti da chiarire, e non ce ne voglia il dg del dipartimento salute, Antonio Belcastro – condannato speriamo solo in questa fase emergenziale a espiare le colpe di tutto il cucuzzaro – quanti dei tamponi da processare sono dei calabresi rientrati nelle ultime due settimane e quanti, invece, appartengono a chi, da inizio emergenza, non si è mai mosso.
Lo chiediamo a Belcastro perché il bollettino dà puntualmente i numeri ma – almeno apparentemente – i conti non tornano e vorremmo evitare di avventurarci nella matematica dei contagi.
Al governatore invece chiediamo se ha ancora senso discutere, a tutti i costi, solo di fase due.
Lo avrebbe solo se fossimo disposti a riconoscere che, a queste latitudini, la fase uno per pura fortuna non si è mai consumata. Questa è la verità vera.
L’unica e persistente epidemia, questa sì consumata per intero, è stata invece quella delle parole in libertà, di chi parla “dei” ma non “ai” calabresi, dell’improvvisazione di chi pensa che sia il ruolo a dare competenze e non viceversa, di chi orienta le scelte di governo non in ragione della scienza ma seguendo le inclinazioni umorali di qualche politico.
Per questo confidiamo nelle mascherine, quelle rese prima obbligatorie, poi no perché non gratuite, poi di nuovo obbligatorie ma sempre a pagamento, perché oltre al virus contengano gaffe e gaffeur.
Per il resto, invece, sarebbe opportuno evitare inutili trionfalismi: il contagio è stato contenuto ma i suoi effetti, economici e sociali, non lo saranno.

paola.militano@corrierecal.it





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