Vite che non sono la nostra (e non valgono niente)

di Pablo Petrasso

«Se fossimo stati tre bianchi a rovistare nelle lamiere non ci avrebbero preso a fucilate». Drame Madiheri è sfuggito al fuoco dei pallettoni ma ha paura. Vuole lasciare la Calabria, vuole lasciare la tendopoli e quel lavoro da due euro all’ora nei campi. Ha descritto l’assassino, aiutando gli inquirenti a tracciarne l’identikit: un uomo bianco, di carnagione chiara, anziano, vestito con una maglia scura e pantaloni grigi. «Una faccia conosciuta, già vista. Chi ha ucciso il mio amico potrebbe voler eliminare il testimone», racconta ai giornalisti. Soumaila si trovava nell’ex Fornace “Tranquilla” per aiutare due amici a prendere qualche lamiera da trasformare in un tetto o in una parete per le loro baracche. «Lui era uno che voleva sempre aiutare – spiega Drame – e conosceva bene le lamiere perché faceva l’operaio in Mali. Era venuto con noi solo per questo, per darci una mano. Non aveva bisogno di costruirsi una baracca, aveva un posto in cui dormire».

I VELENI PRESCRITTI DELLA FORNACE La vecchia fornace di San Calogero è terra di nessuno. Una fabbrica abbandonata dalla quale si tengono lontani anche i proprietari. Che si chiami “Tranquilla” (dal nome dell’area in cui sorge) è soltanto uno dei suoi paradossi. Lì sono ancora sepolte 130mila tonnellate di rifiuti provenienti dalle centrali termoelettriche a carbone Enel di Brindisi, Priolo e Termini Imerese. Materiale fortemente inquinante sversato tra gli agrumeti: un giro d’affari da 18 milioni di euro e nessun colpevole. La prescrizione ha coperto tutto e l’inchiesta “Poison” – i magistrati della Procura di Vibo Valentia hanno indicato la discarica come una delle «più pericolose d’Europa» – è buona per gli archivi web. È finita in gloria anche un’altra inchiesta: quella sulla morte di Antonio Romeo, di Taurianova. Guidava la fornace: il suo cadavere è stato ritrovato a bordo di un’auto che – è una delle ipotesi investigative – sarebbe stata fatta precipitare dal costone della provinciale per Nicotera in una frazione di Joppolo. In fondo alla scogliera, gli investigatori hanno trovato Romeo svestito e con una maglia sul capo. Forse un messaggio per chi aveva visto troppo. Di veleni e morti quella fornace, che non dovrebbe più essere lì, ne ha visti troppi.
Oggi è un ricettacolo di rottami che qualcuno, forse, considera roba sua al punto da “difenderlo” con un fucile a pallettoni. Pochi euro per armarsi e reclamare con il sangue il proprio diritto sul nulla: tanto vale una vita.

LE TRE VITE DI SOUMAILA Soumaila la sua aveva rischiato di perderla altre volte: in due incendi che avevano distrutto la sua baracca e poi per un’ulcera, poco più di un anno fa. «Abbiamo chiamato più volte il 118, ma non gli volevano credere – racconta don Roberto Meduri, parroco di Rosarno, all’Avvenire –. Allora l’ho accompagnato io all’ospedale. Aveva un’ulcera perforata. L’hanno operato d’urgenza ed è rimasto in ospedale più di due settimane». A vegliarlo di notte il parroco e i volontari di varie associazioni. Ce l’aveva fatta per un soffio.

NON “CLANDESTINI” MA SFRUTTATI Altri, nella tendopoli e nei suoi dintorni, muoiono di stenti nel silenzio. Non sono clandestini: più del 90% degli immigrati è regolare. Vivono in Italia anche da più di dieci anni, spostandosi tra Calabria, Puglia, Sicilia e Campania. E sempre l’Avvenire spiega che in 12 operazioni interforze nei vari insediamenti a San Ferdinando (soprattutto vecchia tendopoli-baraccopoli e capannoni occupati) sono state controllate 5.813 persone e solo 5 allontanate dal territorio nazionale, meno dello 0,1%. Diverso l’esito dei controlli nelle aziende. I carabinieri per la tutela del lavoro di Reggio Calabria in 5 anni hanno controllato 867 aziende, sospendendone 179, ben il 20%, per lavoro nero. Controllati 2.206 lavoratori immigrati (extracomunitari e comunitari): 724 in nero, 111 irregolari e appena 2 senza alcun documento di soggiorno, “clandestini”. Nella tendopoli abitano, in larghissima parte, lavoratori perfettamente regolari nel nostro territorio ma sfruttati.

FELTRI, I NEGRI E I CALABRESI Non proprio l’identikit dei «ladri» descritti nell’editoriale di Vittorio Feltri su Libero. La tesi è semplice: a Rosarno comanda la ‘ndrangheta, e spara ai ladruncoli a prescindere dal colore della pelle. È infarcita di inesattezze: Soumaila «era stato sorpreso a rubare materiale ferroso in un cantiere e qualcuno, esasperato dai latrocini ricorrenti nella zona, non ha esitato a premere il grilletto. Va da sé che non bisogna stecchire nessuno, nemmeno i ladri, ma va altrettanto da sé che non è lecito rubare (…). Sacko è stato abbattuto in quanto ha osato impadronirsi di mercanzia d’altri. Punto e basta». Non serve cercare di capire davvero, gli errori non sono un problema del giornalismo di serie A. Non quando si tratta di negri. O, in seconda battuta, di calabresi.

ITALIANI BRAVA GENTE Scivola anche il consiglio regionale sulla tragedia consumata a San Calogero. La politica si spacca sulla mozione presentata dalla maggioranza. È storia di tutti i giorni (e riguarda tutto l’arco politico): i temi si evitano con giravolte verbali quando cozzano con i desiderata (veri o presunti) del proprio bacino elettorale. Il centrodestra non ci sta a votare un ordine del giorno che gli pare «strumentale». Perché, si chiede il consigliere di Forza Italia Domenico Tallini, «il centrosinistra ha sempre ignorato questo tema dell’immigrazione favorendo così la Lega, e ha sempre avuto un atteggiamento buonista che ha aggravato la situazione?». Poi fa partecipe l’assemblea del proprio giudizio storico sul fascismo, che «non era razzista. È stato accusato in maniera volgare di essere andato e di aver civilizzato i Paesi africani, più o meno la teoria che vorrebbero tanti oggi (il riferimento è al celebre “aiutiamoli a casa loro”). Gli italiani andarono in Africa, portarono la civiltà in Africa. Tant’è che forse voi dimenticate che l’ultimo negus d’Abissinia quando venne in visita a Roma, per riconoscenza faceva il saluto romano». Italiani brava gente, insomma. A parte deportazioni, giustizia sommaria, espropriazione delle terre, decimazione del bestiame, lavoro forzato e segregazione razziale.





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