La sanità calabrese e i diritti negati

Spesso – in Calabria – andare in ospedale o negli uffici dell’Asp diventa un’impresa. File chilometriche, attese, servizi inefficienti. Il che, quando si parla di sanità, è gravissimo. Se poi…

Spesso – in Calabria – andare in ospedale o negli uffici dell’Asp diventa un’impresa. File chilometriche, attese, servizi inefficienti. Il che, quando si parla di sanità, è gravissimo. Se poi tutto ciò è caratterizzato da negligenza, superficialità e condotte illecite non si può non lanciare un forte grido d’allarme. Lanciato, però, solo quando i fatti – molto spiacevoli – accadono.
Giovedì 21 aprile è stato un giovedì nero per la sanità calabrese nella quale chi ci ha rimesso di più sono stati i cittadini. In poche ore riflettori puntati su episodi molto gravi. Lo scandalo agli Ospedali Riuniti. Quattro medici (tra i quali il primario e l’ex primario di Ostetricia) sono finiti ai domiciliari e altri 7 sono stati sospesi dalla professione: con complicità diffuse avrebbero truccato documenti per “coprire” le responsabilità in caso di interruzioni di gravidanza non volute, di decesso di due bimbi e di lesioni ad altri neonati. L’inchiesta ha preso il via da intercettazioni di indagini sulla ‘ndrangheta. Indagini successive hanno portato alla luce un sistema di copertura illecito che, secondo l’accusa, sarebbe stato condiviso dall’intero apparato sanitario e che sarebbe stato attivato, per evitare di incorrere nelle conseguenti responsabilità, in occasione di errori medici commessi nell’esecuzione di interventi sulle singole gestanti o pazienti. Errori che, secondo la ricostruzione della Procura di Reggio, hanno provocato la morte di due bimbi appena nati, lesioni irreversibili per un altro bimbo dichiarato invalido al 100%, traumi e crisi epilettiche e miocloniche di una partoriente, ma anche il procurato aborto di una donna non consenziente e lesioni gravi ad altre pazienti.
I malati sarebbero stati ignari di tutti. «Le famiglie dei pazienti non potevano accorgersi di quanto succedeva – ha detto ai microfoni di Sky il procuratore Cafiero de Raho – perché anche quando il paziente era stato intubato erroneamente risultava tutto regolare e anche quando mancava l’ossigeno tutto ufficialmente sembrava a norma. Il malato non avrebbe mai potuto sapere ciò che era avvenuto, noi solo con le intercettazioni abbiamo capito quello che avveniva e siamo andati a verificare la cartelle cliniche. Il diritto alla salute è uno dei diritti fondamentali alla persona – ha aggiunto il procuratore – si spera che vengano rispettati i valori fondamentali, invece molti si muovevano per coprire: c’è qualcosa di molto grave nel settore e anche in chi doveva controllare e non controlla, il sistema dei controlli va modificato».
Stesso monito che arriva – nella stessa giornata – dal procuratore capo di Castrovillari Eugenio Facciolla che ha coordinato le indagini della guardia di finanza di Cosenza e Rossano che hanno sgominato una banda di “furbetti del cartellino” tra medici, infermieri e dipendenti dell’Asp di Rossano. La metà dei dipendenti andava regolarmente al lavoro, l’altra metà invece timbrava e poi si recava al supermercato, dal parrucchiere, a passeggiare sul lungomare o addirittura passava il badge e tornava a casa. Un «sistema collaudato» che i finanzieri hanno scoperto in pochi mesi di indagini. E che – ha precisato il procuratore Facciolla – esisteva tra il silenzio dei colleghi ligi al dovere. E, anche, tra quello dei responsabili. Cioè di chi doveva vigilare e non lo ha fatto. Lo ha sottolineato bene anche il procuratore generale di Catanzaro Raffaele Mazzotta che ha supervisionato l’attività investigativa: «Da queste indagini emerge comunque una carenza di controllo in ambiti lavorativi e non si deve aspettare l’intervento della magistratura». Non si deve aspettare che i finanzieri mettano una semplice telecamera nascosta per accorgersi che metà dei colleghi o dei propri dipendenti fa finta di lavorare. Se la mattina si timbra il cartellino e poi si va dal parrucchiere è un comportamento visibile a tutti. A chi deve controllare, a chi deve lavorarci insieme. Tutto a scapito dei cittadini, dei pazienti e dei familiari degli ammalati che aspettano – magari per ore – che arrivi l’infermiere pediatrico per vaccinare il proprio bambino.





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