«L’autarchia della Pubblica amministrazione»

di Giusi Cozzucoli

Caro direttore,
vi scrive una persona indifendibile, non trovo ancora un avvocato che, dopo avergli rappresentato il caso, si voglia cimentare a mia difesa. Missione impossibile? Questione in odore di buropolitica? Freddo ai piedi (mutuato dall’amato Tex di Bonelli)? Preferisco la spiegazione più semplice ed accettabile, non ho tasche profonde per affrontare imprese ardue, le altre ipotesi mi atterriscono oltre a quanto mi è accaduto.
Fatto: resisto da troppo tempo in amministrazione pubblica del tipo consiglio regionale che però ha poco di pubblico e tanto di privato. Questa connotazione è da ricondurre a scelte, orientamenti, direttive atipiche visto che, laddove impera la sola discrezionalità di un gruppo “dirigenziale”, ci s’allontana anni luce da ciò che è pubblico, compresi i soldi, quando non provengono da fondi privati o ad altra partecipazione. Infatti accade che all’interno di cotanta PA, si creano le regole, si applicano i criteri, si producono gli elenchi e si affidano gl’incarichi. Il tutto in totale autarchia spostandosi virtuosamente da un ruolo all’altro, compreso quello sindacale pre-inglobato.
Accade anche che, se si osa dubitare, non per sfiducia ma sperando in possibili sviste ed umani errori e si chiede umilmente contezza dei risultati e se, non convinti della risposta ricevuta si richiede a superiori gerarchici, rispetto al responsabile del procedimento, un riesame della cosa di cui trattasi, con dettagliate motivazioni sostenute e firmate da un avvocato di parte, coraggioso (al primo stadio), l’esito non cambia: non solo si ribadiscono le stesse infondate, arbitrarie e nepotistiche decisioni ma, udite, udite, a firmare la risposta alla diffida rivolta a superiori, è sempre lo stesso responsabile del procedimento. Risultato? Assisto al fugone dell’avvocato che, dimentico del diritto, scoraggia ogni altra azione sostenendo che tanto sto per pensionarmi e cadrebbe, mi pare di ricordare, il fumus in mora, mi corregga la prego, non sono avvocato ma mi è toccato abbozzare stoici tentativi di autodifesa, ivi compreso coinvolgerla in condivisione ricordando certa dirittura morale e posturale in sua dotazione e creda, trattasi di caratteri rari.
Intorno una tristezza… genuflessioni estreme in luoghi sconsacrati, comportamenti da non potere giustificare quando le schiene appartengono a chi dovrebbe prevenire, tutelare ed eventualmente perseguire i malnati per via non delle loro coscienze più o meno sorde, ma grazie ad un fiorire di già datate leggi, e regolamenti e codici e disciplinari, autoreferenziali, contemplati solo in caso di cerimoniali eventi e rituali celebrativi. Ma il dramma si rappresenta quando nessuna autorità ascolta i deboli dentro un territorio che non offre alternative, nessuna scialuppa, ti fanno sentire profuga, respinta, non idonea.
Ci riescono in parte convincendo i loro accoliti di essere nel giusto perché così conviene fare, così esemplarmente tutti (riferito ai pochi non allineati) capiscono chi comanda e guai se non strisci.
Direttore, non crederà che l’essere nata femmina, il non aver individuato mai un padrone, il ricercare la verità e la difesa del prossimo come dogmi spirituali, sia stata impresa semplice durante le mie quasi 65 primavere, i 42 anni di lavoro, l’essere madre ed essere umano sempre.
So che ha contezza di cosa descrivo, aggiungo a mia discolpa che amo le tradizioni popolari ma un proverbio mi ha tratto in inganno inducendomi ad imporre alla mia indole di donna in fuga, una certa stasi, anche per sfinimento, sono rimasta gli ultimi 15 anni lavorativi, fino all’imminente pensionamento, lambendo questa rappresentativa assise pur assegnata esclusivamente a ruoli da funzionario in amministrazione, mai, ahinoi. In strutture politiche: «à petra chi si movi non faci lippu», mi disse un saggio ed esperto navigatore in queste acque, che aveva qualche ascendente su di me. Errore madornale, “il lippo” avrà capito è quell’elemento viscido e scivoloso al tatto che cercando di sopportare contro natura, mi ha solo offuscato la luminosità scansando la speranza di un contesto dove identificarmi. Ho perfino dichiarato che, qualora nuocesse la mia scomodità, che se pur depressa, non ho alcuna intenzione suicida, anzi amo la vita anche quando è poco generosa.
Voglio sperare, non solo che mi legga, che non si sia annoiato per banalità ed ovvietà nell’evidenziare delle anomalie di sistema e che io possa avere sua supervisione da esperto su come evitare pasticche calmanti a scanso di ..tempeste emotive.
Saluti cordiali da una pietra rotolante.







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