Se lo Stato spesso dimentica i più deboli

Di recente, è stata rinvenuta dagli ufficiali giudiziari la salma mummificata di un uomo di 76 anni morto dal 2008. È avvenuto nella città di Genova, ove a favorire la…

Di recente, è stata rinvenuta dagli ufficiali giudiziari la salma mummificata di un uomo di 76 anni morto dal 2008. È avvenuto nella città di Genova, ove a favorire la macabra scoperta è stato il pignoramento dei mobili del deceduto perché da sette anni moroso nel pagamento dei tributi locali. Quando si dice che ai tributi non c’è scampo è proprio vero!

Il sorprendente accaduto genera due ordini di preoccupazioni.

La prima è di sgomento. Ciò perché diventa inconcepibile una società che non abbia la capacità e la sensibilità di fare periodicamente quantomeno la conta ordinaria dei suoi componenti più deboli. La seconda è di rabbia, ed è riferita al rapporto che dovrebbe caratterizzare il contratto esistente tra il medico di famiglia e i suoi assistiti. 

Ma dico io, come si fa a percepire la quota capitaria per 7 anni senza avere il minimo sospetto che qualcosa di non comune sia, nel frattempo, accaduto all’assistito scomparso? D’accordo che la retribuzione è determinata su base di un assistenza presunta ma che non ci accorga che un paziente manca all’appello da 7 anni è incuria!

Sono la domanda e la deduzione che l’istituzione interessata e l’associazione che rappresenta i professionisti convenzionati dovrebbero rivolgere al medico di famiglia del povero mummificato. 

Peccato che il signor Flavio Vargiu – così si chiamava il poveretto – non possa più denunciare il disinteresse mostrato dal suo medico nei suoi riguardi. Meglio, la violazione dei suoi diritti di assistito da parte di un sistema che paga e non pretende la prova della contropartita resa da chi intrattiene con esso un rapporto di lavoro parasubordinato. 

Ebbene sì, di quel diritto a percepire quell’attività assistenziale per l’intero arco della giornata, senza interruzioni orarie e per tutti i giorni della settimana, originariamente sancita a chiare lettere dall’articolo 8 del decreto legislativo 502 del 1992.

Nella vicenda, di continuativa c’è stata solo l’indifferenza e la noncuranza, considerando che il calendario rinvenuto dal medico legale accanto alla salma del povero nonno Flavio era fermo all’anno 2008. Da allora nessun contatto con l’esterno, con la società civile. Nessun interesse del suo medico di famiglia. Solo l’interesse tributario a prevalere! 

Dunque, nell’accaduto nessuna traccia che riconduca al principio fiduciario e alla sinergia che dovrebbe caratterizzare il rapporto medico/assistito che sta alla base del contratto a suo tempo stipulato.

A fronte di tutto questo emergono due responsabilità.

Una sociale, che ci investe tutti, in quanto non positivamente reattivi, nonostante portatori degli stessi diritti costituzionalmente garantiti e fruitori delle prestazioni relative. L’altra riconducibile all’istituzione che, attraverso il Ssn, si impegna a garantire una capillare distribuzione territoriale dell’assistenza e una ragionevole sua continuità. 

Purtroppo, in vicende simili, che peraltro si ripetono con una certa frequenza, a perdere battaglia è il Ssn, incapace di garantire i Lea e di soccorrere i bisognosi. Non solo. Anche il sistema dell’assistenza sociale ha perso la sua, sperando però di vincere la guerra con la prossima revisione costituzionale all’esame finale del Parlamento. 

Ci si auspica, un sanità integrata più attenta e penetrante rispetto ai bisogni del singolo. Un sistema socio-sanitario capace di bussare alla sua porta, soprattutto per il tramite del medico di famiglia, e di verificare periodicamente l’effettiva integrità psico-fisica dell’assistito.

A nessuno è consentita la lesione di un tale fondamentale rapporto. Chi lo fa ne deve rispondere. La fiducia, che ne costituisce la base, deve assicurare l’assistenza alle diverse altezze: la prevenzione, la cura  e la riabilitazione.

Al di sotto, è lesione dei diritti costituzionali, anche giustiziabili.

*Studentessa giurisprudenza Unical







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