«A Paolo»

di Vincenzo Macrì*

Ho appreso la sera del 6 maggio, poco dopo le 21, che Paolo era spirato. Sapevo che lottava da oltre un anno con una grave malattia, ma sapevo anche che, come era suo costume, lottava con tenacia e determinazione, per riprendere il suo lavoro di direttore del Corriere della Calabria e di giornalista. Una creatura, il Corriere della Calabria, da lui fondata e guidata prima in formato cartaceo e poi online. Una sua creatura, così come lo era stata Calabria Ora, dal quale era uscito per non piegarsi alle pressioni degli editori.
Ho conosciuto Paolo negli anni 80, anche se da tempo seguivo i suoi articoli di cronaca giudiziaria e di cronaca nera, con particolare riguardo alle cosche mafiose della Locride ed ai sequestri di persona. La sua competenza su questi temi era eccezionale, conosceva vicende e personaggi, e i suoi articoli non avevano bisogno dei comunicati stampa delle procure e dei comandi di polizia e carabinieri; sapeva tutto grazie al suo fiuto investigativo e alla perfetta conoscenza del mondo criminale. Era stimato dai magistrati, da ufficiali dei carabinieri e funzionari di polizia per la estrema correttezza che lo contraddistingueva. Preferiva rinunciare ad un facile scoop piuttosto che bruciare una fonte o compromettere lo sviluppo delle indagini.
Dal giugno 2011 sino alla fine del 2015 ho collaborato con il Corriere di Calabria, scrivendo un articolo a settimana, senza nessuna interruzione, su argomenti di vario genere, in particolare droga, mafia, riforme legislative, politica, corruzione e tanto altro ancora. Una collaborazione che mi rendeva partecipe della vita del giornale e rafforzava la nostra amicizia e l’intesa che avevamo su quegli argomenti e sul pericolo che la ‘ndrangheta rappresentava per la democrazia.
La sua intelligenza, la sua ironia e il suo modo disincantato di leggere la realtà politica della regione e del Paese, nei suoi aspetti di inefficienza e corruzione, talvolta di contiguità alla criminalità mafiosa, rendevano la sua amicizia un terreno di confronto e di arricchimento reciproco, che ricorderò sempre con affetto e riconoscenza.
Tutto questo mi mancherà moltissimo, lo so bene e resta solo il rimpianto di non essergli stato sufficientemente vicino in quest’ultimo anno.
Più grave sarà la perdita per il giornalismo calabrese e nazionale. Paolo è stato per oltre venti anni il giornalista più autorevole ed il direttore di redazione più efficiente in una regione che ha conosciuto pagine di giornalismo degradato e disponibile a macchine del fango per conto di politicanti, di corrotti e di criminali. Anche questo mondo è affollato da servi e giullari di corte. Ne abbiamo esempi giornalieri e alcuni sono persino imbarazzanti per il livello di piaggeria che riescono a raggiungere. Da lui un esempio di assoluta autonomia, di disinteresse e di assoluta dedizione al dovere di servire la verità e, prima ancora, di ricercarla dietro le apparenze e nonostante le apparenze.
Il mio cordoglio va alla famiglia, alla moglie Giovanna, ai figli Pietro e Luciano. Ai redattori del Corriere della Calabria l’augurio di continuarne l’impegno e l’attività nel solco da lui tracciato.

*magistrato







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