Impegno, verità, coraggio

di mons. Vincenzo Bertolone*

In una cattedrale di Locri gremita si sono svolti i funerali del direttore del Corriere della Calabria, Paolo Pollichieni. Di seguito pubblichiamo il testo integrale dell’omelia di monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace e presidente della Conferenza episcopale calabra.

Saluto la signora Giovanna, Pietro, Luciano, la sorella di Paolo, i parenti, Paola Militano, editore del Corriere della Calabria e tutti voi carissimi fedeli. Siamo qui riuniti in preghiera per dare l’ultimo saluto terreno al carissimo Paolo nel giorno in cui avrebbe compiuto 62 anni, ed io oso pensare li stia festeggiando con il Signore, che nella sua infinita misericordia, avrà accolto la sua anima nella sua visione beatifica.
«Io sono il pane della vita». Le parole del Vangelo secondo Giovanni ci sintonizzano con il periodo gioioso della Pasqua di Risurrezione. Una gioia, quella pasquale, che ci dà anche il giusto senso di una celebrazione esequiale cristiana, che non può limitarsi a commemorare o piangere un defunto, ma, al contrario, affidarlo alla infinita misericordia divina nella luce del Signore. Se Gesù è disceso dal cielo ed al cielo è tornato, per fare la volontà del Padre, così avviene per tutti coloro che, dopo aver creduto e mangiato la sua carne per la vita del mondo, muoiono in Cristo Risorto: nulla e nessuno sarà perso di quanto è stato affidato al Figlio, il quale risusciterà tutti nell’ultimo giorno: il pane vivo disceso dal cielo è per la vita eterna! Il Risorto vuole risuscitare anche te, carissimo Paolo. E così, come accade per il lascito di chi battezzato è stato innestato in Cristo, il lascito tuo e della tua opera quotidiana caro Paolo, non è solo ideale, ma è concreto ed evidente nei volti dei tuoi giovani e meno giovani colleghi e collaboratori, che sono cresciuti al tuo fianco nutrendosi di poche, ma fondamentali virtù: impegno, verità, coraggio. Impegno, verità, coraggio: virtù umane e cristiane, essenziali, in una terra, come la Calabria, con le sue zone d’ombre e commistioni, dove nulla è nero, nulla è bianco e tanto, troppo, è grigio. In nome di questa battaglia per sciogliere la sua Calabria dai legacci della menzogna e della subalternità, Paolo aveva scelto di non abbandonare la sua terra, di rimanervi per portare avanti il suo lavoro, mentre sarebbe stato semplice – grazie al talento di cui era ricco – trovare altrove impieghi e sistemazioni più laute, certo cariche di maggior serenità e disimpegno rispetto alle giornaliere fatiche.
Non è possibile che un figlio di tante lacrime perisca. Carissimi fratelli e sorelle, carissimi Giovanna, Pietro e Luciano, «non è possibile che un figlio di tante lacrime perisca». Questa frase – che un Vescovo offriva a santa Monica, che gli chiedeva aiuto affinché il proprio figlio ritrovasse la via della fede -, oggi la faccio mia per voi, per noi, in quest’atmosfera di Pasqua e di mestizia. È scritta nelle Confessioni di Agostino, spiritualmente inquieto, proprio come il nostro Paolo: sempre pieno di domande, in continua ricerca della verità e della coerenza delle argomentazioni, tanto nell’intimità quanto nella vita di tutti i giorni, sotto i riflettori dei media, per cui poi, in tanti lo hanno conosciuto ed apprezzato. Oggi qui, davanti a questa bara che ci permette di accompagnarlo nel suo ultimo viaggio terreno, in transito, verso la vita beata, ci sono persone convenute da tutta Italia, per piangere l’amico, il collega, l’editore; il cronista di valore e il direttore coraggioso – come è stato definito – che lascia la famiglia del suo Corriere della Calabria, dopo essere stato brillante caposervizio della Gazzetta del Sud, direttore di Calabria Ora e del Velino e tanto altro ancora, nell’affascinante, ma impervio mondo della comunicazione e della società delle tecnologie dell’informazione.
Annunciare la Parola, a dispetto delle persecuzioni. Il brano degli Atti degli Apostoli, appena proclamato, mette al centro la figura dell’Etiope, il quale ascolta una parola profetica sulla pecora condotta al macello, su una vita recisa e, perciò, domanda a Filippo a chi quella parola si riferisca. Quella parola potente si riferisce a Gesù, gli spiega Filippo, e unita all’acqua e allo Spirito Santo, permetterà all’Etiope di approdare alla verità cristiana, dopo averla cercata invano nelle parole umane. La Parola di Dio, è presente, spesso, nelle parole di coloro che ne hanno l’arte, come in quelle di Paolo Pollichieni e, attraverso esse, (i loro testi e scritti), la Parola riecheggia specialmente quando si lamenta uno stato di cose non adeguato e spesso non degno dell’essere umano. Anche così, risuona la grande Parola profetica, che annunci un modo nuovo e possibile. Ecco l’eredità di Paolo: lasciare la traccia dell’esempio nelle parole, al di là del tempo e dello spazio, al di là del buio, al di là di chi viene ancora assoggettato dalla sopraffazione e dalla violenza, al di là della vita recisa ingiustamente. È questo, sorelle e fratelli carissimi, il tesoro più grande: l’esempio, fulgido, rigoroso, luminoso. È questo il giornalista che mancherà alla Calabria, e a noi tutti. Ma a me, che ho avuto la fortuna di conoscerlo, grazie all’on. Viscomi, e grazie alla frequenza costante e periodica, ma anche nel rammarico di averlo incontrato troppo tardi, rispetto al tempo che gli era stato concesso di vivere, mancherà non solo il direttore, l’editore, il cronista di razza, cresciuto da corrispondente nella sua Locri, terra bella quanto difficile. Non solo ne avvertirò la mancanza, ma ne sentirò il peso, e più di me, di noi, della famiglia del Corriere della Calabria, lo avvertiranno la moglie ed i due figli, dell’uomo libero che, come Agostino, si muoveva tormentato dal dubbio, nella spasmodica ricerca della fede, quasi rabdomante della parola con la “P” maiuscola nelle parole umane.
«Io lo risusciterò nell’ultimo giorno». Fu questo cammino accidentato, ma necessario a farci incontrare, ed a rimanere uniti e legati fino all’ultimo, fino alla fine terrena. Resteranno per sempre nel mio cuore le sue ultime parole, pronunciate al telefono con un filo di voce dalla lontana Padova, dove si trovava ricoverato per provare a vincere la battaglia contro la morte. Era il 2 maggio. Il telefono squillò, verso le 14,30 (avevo dinanzi a me un giovane giornalista, suo ammiratore) e con un filo di voce mi chiedeva come stessi, mi informò sinteticamente di come si preparava alla prova che lo attendeva e poi aggiunse: «I medici mi hanno concesso di fare due telefonate di due minuti. Una l’ho riservata a te». L’ho invitato ad affrontare questo delicato e drammatico passaggio della vita con la forza e la dignità di sempre, a resistere, a non “mollare”. Non fui in grado di continuare, perché già le lacrime rigavano il mio viso, di fronte a quell’uomo che, con coraggiosa e dignitosa compostezza e forza d’animo, affrontava l’ultima breve tappa della vita – eco di quanto andava scrivendomi qualche giorno prima – quando a me che lo rassicuravo sulle preghiere e la vicinanza mia e di una catena di amici oranti, rispondeva sereno: «Li abbraccio e li ringrazio tutti, uno per uno, e soprattutto abbraccio e ringrazio te, dono del Signore e ristoro per la mia anima inquieta». Così parlava Paolo Pollichieni, «giornalista di razza, calabrese di talento, direttore capace di vedere – prima di tutti – l’orizzonte verso cui andare», come lo ha descritto, con affetto filiale, la sua collega Paola Militano. Quell’anima inquieta, fino all’ultimo, è stata lo specchio di un cuore per nulla incline al formalismo ed al moralismo, mosso dall’amore che si sperimenta nell’incontro con Cristo. Anche nella sua intimità e nel costante confronto con se stesso e la propria coscienza, egli ha sempre ricercato il significato profondo della vita che non tramonta. Il suo cuore non è mai stato anestetizzato dal successo, dalle cose, dalla mondanità. Non si è chiuso in sé, non si è adagiato, ma ha continuato a cercare la verità, il senso della vita, il volto di Dio. Certo, nella sua parentesi terrena non saranno mancati errori, peccati, vie sbagliate, però non ha mai perduto l’inquietudine della ricerca spirituale. E così ha avuto modo di verificare che Dio lo aspettava. Anzi non aveva mai smesso di cercarlo, per primo.
«Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te», scrive sant’Agostino, sempre nelle Confessioni. Ecco: cara signora Giovanna, carissimi Pietro e Luciano, fratelli e sorelle tutti, non ci è più dato di vedere Paolo fisicamente tra noi, ma ce lo sentiremo accanto in un altro modo, non meno reale, ma vero. Egli nel suo ultimo passo ha coronato il cammino di una vita che, innestata nella vita eterna del Risorto, non andrà perduta. Non potremo più stringerlo a noi per riceverne l’abbraccio affettuoso, ma siamo consapevoli che la sua inquietudine, che è stata ricerca di verità, ricerca di bellezza e di bontà, lo ha condotto in un porto sicuro, tra braccia altrettante materne e piene d’amore, di Dio, che ora lo accoglie. Come desiderava, come sempre ha voluto. Come quando nei tanti dialoghi richiamava sempre la sua appartenenza agli scout, del parroco don Santo, degli incontri e delle preghiere in questa cattedrale. A riguardo ci sono due bellissime testimonianze di Carmine Oppedisano e di Sara e Nello che ringrazio per avermele inviate.
Cari amici, la morte non è mai soltanto la fine della vita di chi muore: è anche, in certo senso e in una qualche misura, un’interruzione nella vita di chi sopravvive a chi muore, dopo avergli voluto bene, dopo averne condiviso alcune fatiche e alcune speranze, dopo aver collaborato con lui; difatti, con la morte di qualcuno s’insinua sempre nell’esistenza di chi continua a vivere il germe della fine, si estinguono alcuni progetti, si spezzano alcune prospettive, si esauriscono alcune potenzialità tese al futuro. Insomma: la morte degli altri è anche la nostra morte, anche se per noi credenti in Cristo Risorto, la morte considerata, alla luce della Pasqua cristiana, non è semplicemente la fine, rappresenta soprattutto un passaggio e l’incontro con il nostro Salvatore. Ti sia lieve la terra, Paolo. Non siamo capaci di dirti addio, né vogliamo farlo: non lo avresti voluto. Una carezza ed un arrivederci sono ciò che sentiamo di dire e dare in quest’ora, in attesa della resurrezione dell’ultimo giorno.
Noi che continuiamo a vivere (non sappiamo per quanto tempo), ricordiamoci che «morire è tremendo, ma l’idea di dover morire senza aver vissuto è insopportabile». Sull’esempio anche di questo nostro fratello che tanto ha seminato, cerchiamo di prepararci ad una buona morte accumulando meriti con tante opere degne da presentare al Signore.
Se avremo vissuto la vita come un santo desiderio di Dio, allora la morte sarà il suo capolavoro. Così come amiamo la vita, impariamo ad amare la morte, che ci farà incontrare Dio.
Signore, concedici di morire col desiderio di incontrarti ed insegnaci a prepararci a quel giorno. Ci aiuti in questo cammino, Maria, la Vergine Santa, a cui appena ieri abbiamo rivolto la Supplica, perché preghi per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

*Arcivescovo dell’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace e presidente della Cec







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