«Paolo, giornalista militante, attento al sociale»

di Mario Nasone*

Ho conosciuto Paolo negli anni 90 durante la sua esperienza di redattore e poi di capo servizio di Gazzetta del Sud. Era da poco conclusa la seconda guerra di ndrangheta, continuava il tempo dei sequestri, una delle pagine più tristi della nostra storia. Io l’ho vissuta sul fronte delle carceri come assistente sociale, un ruolo che mi ha fatto conoscere molti detenuti autori o complici di questi reati, le loro famiglie che incontravo a Platì, San Luca, Ciminà ed in altri centri dell’Aspromonte.  Con la possibilità di cogliere sfaccettature del fenomeno diverse da quelle che emergevano dalle cronache giudiziarie, fatto anche di case fatiscenti abitate da pastori e da operai forestali a giornate, analfabeti a quasi, per lo più manovalanze dei sequestri, dove faticavi a vedere dietro quella evidente povertà una ricaduta anche economica di quella ignobile attività criminosa. Di tante vedove bianche di uomini condannati all’ergastolo a pene lunghissime, con i loro figli non a rischio ma a certezza di entrare nella criminalità organizzata. Paolo stava su un altro fronte, quello della informazione, che lo portava a raccontare questi fatti non in modo disincantato, con professionalità certamente  ma anche  con tanta  passione, incurante dei rischi che poteva correre lui che nella Locride era nato e ci viveva, quasi come un corrispondente di guerra che continuava il suo servizio senza lasciare la postazione e senza temere di cadere anche lui vittima di quella che è stata una delle stagioni più drammatiche della storia calabrese e italiana. Uno stile questo che ha caratterizzato tutta la sua vita di giornalista che ha sempre cercato di scavare dentro le notizie, di non accontentarsi di quello che appariva in superficie. Per questo ci siamo più volte confrontati ad esempio sulla comprensione del fenomeno mafioso, sulle sue radici anche culturali che lo ha portato a riprodursi nonostante gli arresti e le condanne. Molto ha scritto sul rapporto mafia e politica, conservo ancora gli articoli nei quali attaccava pesantemente le varie Commissione parlamentare antimafia che venivano per fare passerella senza andare a fondo sulle collusioni e gli intrecci tra politica e criminalità organizzata. Ma era anche attento al lavoro educativo e sociale che il volontariato, l’associazionismo e la Chiesa cercavano di svolgere per fare da argine al destino mafioso di intere generazioni. Assieme ad altri colleghi della Gazzetta come Paolo Toscano ha sempre seguito il lavoro difficile che il centro comunitario Agape fondato da don Italo Calabrò ha cercato di svolgere per salvare i minori dalle faide e dalla devianza minorile, dando grande spazio alle ricerche ed alle proposte da emergevano come quella che già ai primi anni novanta chiedeva alla Stato di utilizzare i beni confiscati alle mafie per creare centri di aggregazione giovanili e comunità di recupero per i minori. Ha sempre valorizzato nelle sue esperienze all’interno delle varie testate giornalistiche in cui ha operato il ruolo della società civile nella azione di rinnovamento della società calabrese. Ho sotto gli occhi la foto di un incontro del 1997 delle Acli  che ci ha visti insieme in uno dei tanti dibattiti da lui coordinato dove affermava che: «la città poteva uscire dalla condizione di terra di nessuno solo attraverso il coinvolgimento e la spinta partecipativa della gente che andava aiutata a riavvicinarsi ai palazzi del potere offrendo spazi reali di  protagonismo». Una attenzione al sociale, alle forze sane che cercava di fare sempre emergere accanto alle denunce su scandali, sprechi e malgoverno che da sempre hanno colpito la cosa pubblica in Calabria. Una attenzione che è proseguita con il Corriere della Calabria. Non a caso ha voluto che dessi un mio contributo al numero che tracciava il traguardo dei primi cento numeri per poi proseguire la collaborazione anche nella versione on line. In un momento storico di crisi che rischia di affossare ancora di più la Calabria raccogliere l’eredità di Paolo deve significare soprattutto per gli operatori della informazione vivere questo ruolo come militanza,  di raccontare i fatti senza sconti per nessuno,  mettendosi solo dalla parte dei lettori e dei cittadini, soprattutto di quelli che rischiano di rimanere ancora più indietro senza quella protezione che solo un sistema di vera solidarietà e giustizia può garantire e di cui i mezzi d’informazione sono una delle sentinelle più importanti…

*presidente Associazione Agape





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