Welfare, Esposito: «La Regione ha creato un cortocircuito»

Il consigliere regionale denuncia la situazione con Comuni costretti a restituire i fondi e le strutture ormai ridotte allo stremo: «La Cittadella paghi le spettanze»

CATANZARO «La recente vicenda, relativa alla riforma del Welfare, voluta dalla regione e ripetutamente e sonoramente bocciata in sede giudiziaria, ha dimostrato ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, il grado di approssimazione e di superficialità con cui la maggioranza di centrosinistra, a guida Oliverio, sta continuando a (dis)amministrare la Regione Calabria». È quanto afferma il consigliere regionale Sinibaldo Esposito.
«La vicenda – continua – ormai è nota: il precedente assessore (ovviamente “tecnico”, visto che ormai, nella Calabria dell’era Oliverio i “politici” sono rigorosamente esclusi da ogni forma di coinvolgimento nella gestione!) aveva predisposto una riforma, senza alcuna condivisione con gli operatori del settore e con i Comuni, con cui “ex abrupto”, in forza del nuovo “Regolamento sulle procedure di autorizzazione, accreditamento e vigilanza delle strutture a ciclo residenziale e semi-residenziale socio-assistenziali”, si trasferivano ai Comuni tutte le funzioni, le risorse e le competenze in materia, caricandoli di incombenze e responsabilità che gli stessi non potevano essere in grado di accollarsi, senza una corrispondente dotazione di personale (peraltro da formare adeguatamente, trattandosi di materie e competenze del tutto nuove per i Comuni) e di strutture idonee».
«Il provvedimento – aggiunge Esposito – veniva quindi impugnato dinanzi al Tar della Calabria, che riconosceva la fondatezza delle ragioni dei ricorrenti e, proprio evidenziando il difetto di istruttoria e di adeguata partecipazione procedimentale degli enti locali, attraverso la Conferenza regionale permanente di programmazione socio sanitaria e socio assistenziale, dichiarava l’annullamento di tutti i provvedimenti regionali relativi all’approvazione e successive modifiche del Regolamento sulle procedure di autorizzazione, accreditamento e vigilanza delle strutture socio-assistenziali residenziali e semi-residenziali e dei servizi domiciliari, territoriali e di prossimità. A questo punto, incredibilmente, accadeva il contrario di quello che sarebbe stato normale e dovuto, allorché la Regione, oltre ad impugnare la pronunzia del Tar dinanzi al Consiglio, per come sicuramente poteva fare, insisteva nella sua azione di “riforma”, comunque trasferendo le risorse finanziarie ai Comuni (così pretendendo comunque di obbligarli ad espletare quelle funzioni che, secondo il Tar, non dovevano e non potevano svolgere) e imponendo alle strutture convenzionate ed accreditate (le cui convenzioni, da mesi, non venivano rinnovate, nonostante le stesse continuassero ad erogare regolarmente le prestazioni sul territorio) delle vere e proprie convenzioni “capestro”».
«Qualche giorno fa, il Consiglio di Stato – ricorda ancora il consigliere regionale –, ribadendo l’indispensabilità del coinvolgimento procedimentale dei Comuni “tenuto conto dei rilevanti compiti amministrativi e degli oneri finanziari ricadenti sui medesimi enti locali per effetto delle disposizioni regolamentari di cui si controverte”, ha rigettato l’istanza di sospensiva avanzata dalla Regione, addirittura espressamente biasimando e censurando “la condotta tenuta dall’Amministrazione regionale immediatamente dopo la pubblicazione della sentenza appellata, allorquando – anziché assumere provvedimenti esecutivi della stessa, ha posto in essere provvedimenti di fatto elusivi dell’anzidetta pronuncia giurisdizionale esecutiva e volti inammissibilmente a dare, viceversa, ulteriore impulso e completamento al medesimo, nuovo disegno organizzativo” ed espressamente precisando che “l’efficacia degli stessi deve intendersi conseguentemente paralizzata a partire dalla pubblicazione della presente ordinanza”.
In sostanza, dopo le pronunzie del Tar e del Consiglio di Stato è certo ed incontrovertibile che, ad oggi, tutte le funzioni e le competenze devono rimanere in capo alla Regione Calabria, secondo il sistema previgente.
Allo stato, invece, siamo in pieno corto circuito, giacchè nel frattempo, pur in presenza della sentenza negativa del Tar, le risorse economiche sono state ugualmente trasferite ai Comuni, che quindi dovranno ora restituirle (ma lo faranno? E quando?) ed intanto le strutture socio-assistenziali, ormai ridotte allo stremo, non solo continuano a non essere pagate (da tutto il 2018 e, alcune, anche da buona del 2017), ma neanche hanno potuto, nelle more, emettere le fatture, sì da potere eventualmente accedere al credito bancario.
In questa situazione, che da tragicomica che era (allorché la Regione, pur sapendo di sbagliare, ha presunto di poter “non sentire, non vedere e non parlare” come le tre scimmiette, forse sperando nel Consiglio di Stato) è ormai diventata solo “tragica”, né il nuovo assessore (sempre e solo rigorosamente “tecnico”!), né il dipartimento competente si sono mossi, in alcun modo, per uscire dallo stallo causato prima dalla grossolanità ed imperizia con cui si è gestita la delicatissima situazione e poi dall’incomprensibile cocciutaggine con cui si è volutamente ignorata la decisione del Tar. È invece assolutamente improcrastinabile una decisa azione, da parte degli uffici regionali, che ponga immediatamente (o comunque in un termine brevissimo, nell’ordine di pochi giorni, non di settimane o mesi!) le rsa in condizione di emettere le fatture per le prestazioni erogate sì da poter ricevere, in tempi ristrettissimi, almeno una parte considerevole delle loro spettanze, trattandosi di strutture capillarmente presenti sul territorio che, sia pur muovendosi tra enormi difficoltà operative e alle prese con un budget sempre più ridotto e incapiente, stanno continuando a garantire servizi di alta qualità, in un settore di rilevante valore sociale, che riguarda anziani e disabili».
«Sarà poi necessario – conclude – che la politica si riappropri del suo ruolo, che qualcuno vorrebbe forzatamente abdicato in favore della burocrazia e dei tecnici, per concertare, in modo serio e concreto, una riforma del settore, che sia reale e costruttiva, per riprogrammare l’intero settore e garantire livelli sempre maggiori ed ancor più elevati di erogazione dei servizi socio-assistenziali».





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