DL DIGNITÀ | I “no” di Ferro e Viscomi al governo

Il deputato del Pd: «Il cambiamento? È un ritorno al passato». La parlamentare di Fdi: «È un delitto perfetto ai danni del Paese»

«Devo confessare che, leggendo il decreto n. 87, e in particolare gli articoli che riguardano i rapporti di lavoro, è fortissima l’impressione che il cambiamento del governo del cambiamento non sia altro che un ritorno al passato, superficiale, per la verità, e anche molto confuso, che non produrrà effetti benefici per i lavoratori, e, anzi, creerà danni ai datori di lavoro. Parlo di datori di lavoro, non di imprenditori, perché qui stiamo focalizzando sempre l’attenzione sull’imprenditore, ma il decreto trova applicazione nei confronti di tutti i datori di lavoro, imprenditori o non imprenditori, le famiglie ad esempio, ma anche gli studi professionali e tante altre tipologie». Antonio Viscomi, deputato del Pd ed ex vicepresidente della giunta regionale, ha già detto la sua sul Dl Dignità qualche giorno fa. Nella seduta notturna che, alla Camera, precede il voto, prende la parola per il ribadire il no dem e approfondire questioni tecniche e politiche che separano maggioranza e opposizione.

Antonio Viscomi

Lo fa utilizzando anche una metafora sportiva: «Più che un decreto 2.0, come ama dire il ministro e come ha ripetuto oggi, a me pare, se mi si passa la metafora calcistica, un 2 a 0 nei confronti della logica organizzativa e del buonsenso giuridico. Altro che prima pietra o primo mattone di un nuovo patto sociale! Una risposta sbagliata ad un problema reale, che rimane la precarietà professionale, con tutto il suo portato di precarietà esistenziale e familiare. Precarietà che è cosa ben diversa dalla temporaneità dei rapporti professionali. Quella è una trappola, ma questa può essere un trampolino, e questa doppia anima è percepita nella realtà quotidiana dei lavoratori ed è segnalata da tempo dall’Unione europea sia nella redazione della direttiva n. 1999/70 sia nel più recente Libro verde del 2006». Viscomi stigmatizza il “no” della maggioranza agli emendamenti proposti in Commissione «a beneficio dei lavoratori con età inferiore ai trent’anni, a beneficio dei lavoratori in possesso di un dottorato di ricerca, a beneficio di tutti i lavoratori, a beneficio dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato come trasformazione da un contratto a tempo determinato».
Questi, però, sono aspetti che non riguardano direttamente l’architettura del Dl. Che è, volendo sintetizzare il pensiero del docente universitario, sbagliata, perché «non tiene conto della complessità degli interessi e della stessa evoluzione normativa della materia». Non bastano gli slogan per combattere la precarietà, dice Viscomi. Perché questo approccio rischia di creare «una situazione paradossale, idonea a generare effetti perversi e non voluti. Per combattere la precarietà si introducono norme che incidono sui rapporti temporanei, che producono ulteriore precarietà verso il lavoro nero e verso forme di lavoro meno tutelate». Il deputato dem ripercorre una serie di interventi legislativi adottati negli ultimi 50 anni. E fa un parallelo tra quanto previsto dal governo Conte e quanto, invece, stabilito da un altro esecutivo che Lega e Cinquestelle reputano molto lontano dal “loro”. «Il decreto Monti, ad esempio, introduceva una parziale acausalità del contratto a termine per il primo anno, più o meno come il vostro; avete copiato Monti, da questo punto di vista». Il senso del ragionamento, però, è più profondo: «A saperla leggere, la storia giuridica vi dimostra perché la vostra legge e le vostre causali non avranno effetto sul mercato del lavoro e condurranno e spingeranno le imprese a ricorrere al lavoro nero oppure ad altri contratti che hanno un inferiore livello di tutela. Per questo motivo – continua – avevamo proposto, come Partito democratico, una serie di emendamenti per affidare alla contrattazione collettiva, alle parti sociali, la definizione delle causali. Non capiamo perché avete risposto negativamente, perché, nell’ambito del sistema del decreto n. 81 così come ora è congegnato, come risulta dalle vostre modifiche, la contrattazione collettiva può allungare il termine di durata del contratto a termine. Voi dite in giro che il contratto a termine ha una durata massima di ventiquattro mesi; mi dispiace, dovreste dire ventiquattro mesi, salvo diversa previsione dei contratti collettivi». I tempi risicati non consentano di sviscerare ogni aspetto controverso del provvedimento. Viscomi, così, si concentra su alcune questioni tecniche. In particolare sull’entrata in vigore del Dl, «dove avete combinato – consentitemi di dirlo – un pasticcio giuridico. Che senso ha fare applicare al contratto la legge immediatamente in vigore per i contratti stipulati successivamente alla data dell’entrata in vigore della provvedimento, e poi applicare, invece, le norme che voi avete deciso di introdurre su proroghe e rinnovi, ma soltanto se partiranno dal 1° novembre? In questo mese – che voi avete creato di “buco” sostanzialmente – andiamo a vedere cosa succederà. Succederà che vi sarà un ricorso forsennato alle proroghe e ai rinnovi dei contratti a termine per applicare, a questi rinnovi e a queste proroghe, in questo mese di entrata in vigore, la disciplina previgente anziché la nuova disciplina».
Per Viscomi «il lavoro non lo creano i decreti e le leggi, ma solo le imprese, imprese capaci di stare sul mercato, innovative, competitive. Chiudo segnalando il vecchiume, il senso di antiquario che c’è nella formulazione di questo “decreto Di Maio”, che continua a correlare le tutele del lavoratore non al fatto di lavorare ma al contratto di lavoro. Continuate a dire: se hai il contratto a tempo indeterminato, avrai un pacchetto di tutele; se invece sei titolare di un contratto a tempo determinato, avrai un altro pacchetto di tutele. Io vi prego di cambiare proprio prospettive e logica. Questa è una logica ottocentesca, che lega le tutele alla tipologia del contratto. Forse dovremmo iniziare a pensare a legare le tutele al fatto di lavorare, perché è il riconoscimento della dignità di chi lavora che va tutelato e va promosso. Ma questo lo si fa a prescindere dal contratto, collegando le tutele al fatto stesso di lavorare».

Wanda Ferro

FERRO: «LA NOTTE NON PORTERÀ CONSIGLIO» Non è molta la fiducia che Wanda Ferro ripone nella notte che porterà le ultime riflessioni sul Decreto Dignità. «In questa pausa di riflessione – dice la deputata di Fratelli d’Italia –, ascoltando gli interventi dei tanti colleghi non mi sento di dire: state sereni e capirete anche il perché. Perché la notte non porterà consiglio, difficilmente credo verranno accolti degli emendamenti, verrà cambiato questo decreto e ancor di più penso che alla fine quello che ha compiuto il vicepresidente Di Maio è avere confezionato il delitto perfetto ai danni del Paese». Un giudizio molto duro, perché l’impalcatura dell’atto «non ha scontentato soltanto il mondo dell’impresa e della scuola, ma ha scontentato anche i tanti giovani che un posto di lavoro non ce l’hanno e soprattutto che hanno riposto grande fiducia nelle forze politiche che oggi dimostrano certamente di voler portare a casa soltanto, come è stato più volte detto, dei traguardi per ottenere qualche ritorno mediatico in più e costruire le basi per un vero non cambiamento di rotta». Anche le scelte condivisibili, come la lotta alla ludopatia, per l’ex consigliere regionale «sono dirette alla propaganda più che a determinare un vero cambiamento di rotta, perché non è certamente con il divieto della pubblicità e delle sponsorizzazioni che si dà un colpo decisivo al sistema. Ma davvero si può pensare che l’approccio al gioco d’azzardo sia frutto soltanto di uno spot televisivo?». Altri gli strumenti di controllo ai quali si sarebbe dovuto pensare. Meglio intervenire prima che i danni diventino irreparabili: «Penso a una lotta più serrata contro le piattaforme illegali, a un investimento che assegni maggiori risorse alle necessarie terapie di intervento. È singolare che il vicepresidente Di Maio, nel parlare di questo problema, abbia detto che bisognerà riscrivere le regole. Ma quando intende farlo? Perché non si è approfittato di quest’occasione per sferrare il primo, vero e decisivo attacco a questa piaga sociale? Io ho la sensazione, avendo sempre seguito i lavori parlamentari, via televisione, che ci sia la politica del doppio forno, della doppia morale: quelle battaglie fatte prima dal MoVimento 5 Stelle, oggi vengono rinnegate, con tutte le promesse fatte all’elettorato».
Il problema più grosso, però, per Wanda Ferro, è che «appare assolutamente carente il tema centrale di questo decreto». Soprattutto sulle «misure per incentivare l’occupazione». Il “Decreto Dignità”, fin dal nome, «è l’ennesima trovata di chi ha trasformato quella nobile arte della politica in una vera e propria arte della semplice comunicazione. Che so, potremmo dire un titolo a effetti speciali per fare cassa al botteghino dei consensi». Non è il nome che cambierà la sostanza del decreto, spiega Ferro rivolgendosi ai Cinquestelle: «Dovreste ricordare che il nome di un decreto non sempre determina il futuro e la sostanza di una legge. Non vi è bastato sentir parlare di “buona scuola”? Un ministro, qualche giorno fa, un ministro di questo governo, Marco Bussetti, ha dichiarato che la “buona scuola” ha generato danni irreparabili al sistema. Non vi sorge il dubbio che un domani qualcuno potrebbe parlare del “decreto dignità” nella stessa maniera? (…) Forse il risultato che Di Maio voleva ottenere – e che probabilmente ha ottenuto – è quello di stringere alle corde la Lega, mettendola in difficoltà di fronte al proprio elettorato, che – ricordo a chi magari, e ce ne sono tanti, ha la memoria troppo corta – ha premiato un programma di governo condiviso dall’intero centrodestra».
«Il Governo del cambiamento –affonda la deputata – fa un passo indietro di quasi mezzo secolo, riproponendo il famoso conflitto tra gli imprenditori e i lavoratori. È un decreto che non ha una visione, non esprime assolutamente nessuna prospettiva futura. Ricalca un modello vecchio e inadeguato, che impone divieti, che aumenta la burocrazia, che rafforza tutte le rigidità contrattuali, finendo così per scoraggiare chiunque voglia investire e dando nessuna possibilità di creare lavoro stabile e duraturo». Fratelli d’Italia aveva avanzato una proposta «molto semplice», cioè «detassare i contratti a tempo indeterminato; più assumi, meno paghi; più assumi a tempo indeterminato, meno paghi. Anche questa proposta è stata puntualmente bocciata. Si è scelta la strada di disincentivare i contratti a tempo determinato, ma così non si trasforma il lavoro precario in lavoro stabile, non si aiutano le aziende, ed è bene ricordare che forse queste aziende andrebbero aiutate a tenere un lavoratore su cui si è puntato rispetto alla formazione, rispetto a un lavoro che conosce e produce bene».
«Il nostro atteggiamento – continua Ferro – è stato improntato alla massima collaborazione, ispirato a principi di buon senso, e soprattutto, Presidente, in perfetta coerenza con gli impegni presi dai cittadini in campagna elettorale, gli stessi impegni che ha assunto la Lega. Non ci interessa che ci venga data ragione, non ci interessa che tra qualche mese o tra qualche settimana, rispetto alle nostre importanti preoccupazioni sull’inefficacia dei provvedimenti, degli obiettivi dichiarati, saremo premiati dai dati economici, sul prevedibile aumento che tutti sappiamo della disoccupazione. La nostra speranza è che non avvenga come per le cicale: i maschi delle cicale cantano d’estate, nella stagione dell’amore, per attirare le femmine, ma questa non è la stagione dell’amore, questo è il momento soltanto di rimboccarsi le maniche per il nostro Paese, senza rinchiudersi nella torre del terzo millennio, fatta di grida, spesso grida di comodo, ma soprattutto con la speranza che i grilli parlanti possano un giorno cambiare le sorti di questo nostro Paese».





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