Aversa: «Il Sud ha “fame” di infrastrutture. E l’Italia non può vivere solo di Tav»

L’esponente di Fratelli d’Italia corre per le Europee con il partito di Meloni e fissa i cardini per far recuperare il gap

CATANZARO «Investimenti per mettere al passo il Mezzogiorno con il resto del Paese. Puntando ad utilizzare al meglio le risorse europee che però non devono essere considerate l’unica fonte di finanziamento per politiche attive a favore del Sud Italia, ma aggiuntive rispetto alla dotazione che il Governo avrebbe dovuto mettere a disposizione delle regioni del Meridione e di cui invece non c’è traccia». Rosario Aversa, 47 anni non compiuti, con una passione per la politica nata fin da ragazzo ha le idee chiare su «ciò che occorrerebbe fare per sostenere lo sviluppo del Sud». Una militanza nelle fila del partito di Giorgia Meloni – di cui è vice coordinatore regionale – che ora mette a disposizione correndo per Fratelli d’Italia nelle competizioni per rinnovare il Parlamento europeo. Secondo Aversa resta ancora attuale la “Questione Meridionale” perché «molti nodi che l’hanno generato non sono stati affatto sciolti. Anzi».

In che senso?
«Nel sud Italia il Pil pro-capite è inferiore del 45% rispetto a quello del Centro-Nord. Infatti, mentre al Nord la produzione per abitante è di oltre 34 mila euro, al Mezzogiorno si ferma a poco più di 18 mila euro. Le ragioni sono evidentemente molteplici e quello che più preoccupa è che questa forbice continua ad allargarsi anziché restringersi. Alcuni giustificano questo dato con la lontananza geografica del Meridione dai grandi centri produttivi, ovvero addirittura teorizzando che gli investimenti infrastrutturali vengono penalizzati al Sud perché c’è minore presenza produttiva. La mia impressione, guardando anche i dati storici degli ultimi 50 anni, è che siano tentando di propinarci come causa quello che è invece un effetto. La carenza di infrastrutture di collegamento è uno dei principali motivi del mancato sviluppo del Mezzogiorno. Ciò è particolarmente grave perché la popolazione residente al sud, dall’Abruzzo a scendere, è ben il 40 per cento dell’intera nazione, ovvero non una quota marginale. Anche se questa incidenza tenderà a ridursi perché dal punto di vista demografico sono le regioni del Sud a registrare il calo maggiore di popolazione».

E l’Europa cosa può fare?
«La politica dell’Unione europea, dal punto di vista degli obiettivi dichiarati, doveva servire a ridurre il divario delle regioni più povere. Questo però nella realtà non si è verificato per il mezzogiorno d’Italia. Le responsabilità in tal senso sono soprattutto delle amministrazioni regionali che si sono susseguite negli ultimi decenni che non sono state in grado di utilizzare bene le risorse, Ma c’è anche la responsabilità delle strutture burocratiche di Bruxelles, spesso diffidenti verso il sud Italia e che invece sono state molto più collaborative nelle aree di influenza dell’economia tedesca, soprattutto in alcuni Paesi del blocco ex comunista».

Quale contributo può dare il governo?
«Il divario infrastrutturale deve essere colmato; l’attuale governo non ha contribuito a questo, ma anzi ha commesso degli errori gravi. Sulla vicenda della “Via della Seta” si poteva probabilmente ipotizzare ad un coinvolgimento dei porti del Meridione, mentre si è invece data l’esclusiva a Trieste. La ministra 5Stelle per il Sud, Barbara Lezzi, si è limitata a copiare la teorica formula già proposta da Gentiloni di un 34% degli investimenti pubblici al sud, invece la proposta di Fratelli d’Italia, come detto più volte da Giorgia Meloni è quella di portare i fondi destinati alle infrastrutture del Sud al 50%. Il Sud deve recuperare almeno parte dello svantaggio a cui è stato costretto, per questo deve essere una priorità nazionale e non uno slogan».

Ma quali sono secondo lei le priorità infrastrutturali del Sud?
«L’autostrada Salerno-Reggio Calabria, pomposamente inaugurata da Matteo Renzi con un esclusivo banchetto in galleria, al di là del cambio della sigla da A3 a A2 e nonostante qualche progresso fatto, resta comunque un’incompiuta, con alcuni tratti calabresi ancora senza corsia d’emergenza e con alto rischio di incidenti. La SS106, ribattezzata nel linguaggio comune “strada della morte” avrebbe bisogno di un’accelerazione vera di progettazione e lavori per realizzare un collegamento davvero europeo da Taranto a Reggio Calabria. Ma le trasversali interne sono il vero problema. Del collegamento ferroviario Napoli-Bari ci sono progetti da oltre 15 anni e occorre sperare che l’opera non diventi un’altra odissea. Il collegamento autostradale esiste ma andrebbe messo in sicurezza. Il ministro delle infrastrutture non può limitarsi ad esultare per il sequestro dei viadotti, come ha fatto qualche giorno fa Toninelli. Matera, capitale europea della cultura 2019, per chi arriva in aereo dalle capitali europee, è quasi irraggiungibile. In Calabria i collegamenti trasversali est-ovest, di per sé già troppo datati, sono in stato di quasi abbandono. Basti pensare, dal punto di vista viario alla SS107, che collega la costa tirrenica a Crotone, passando da Cosenza, con diversi viadotti su cui è si è accesa l’attenzione solo dopo il crollo del viadotto Morandi e che è soggetta a continue limitazioni. Sullo stesso asse, situazione paradossale anche per i collegamenti ferroviari, spesso sospesi a causa dei lavori in galleria. Così com’è critico il collegamento Jonio-Tirreno nel reggino, con una strada che è stata spesso teatro di tragici incidenti. Su tutti questi punti occorre fare decisamente molto di più. Velocizzando gli interventi già programmati e mettendo mano rapidamente alle opere da realizzare per consentire al Mezzogiorno di contribuire alla crescita dell’intero Paese. Ribadisco anche un concetto: in tema di infrastrutture in Italia non ci si può fossilizzare solo sulla questione Tav, ma un piano di ammodernamento complessivo della rete ferroviaria, stradale e portuale ma anche digitale dell’Italia partendo da chi come le regioni del Mezzogiorno non ha ancora neppure una sufficiente dotazione infrastrutturale».







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