Appartamento con vista sulla sanità

La vista dà sul bar “Due Palme”, quartier generale del centrodestra cosentino e, oggi, luogo di ritrovo della movida under 18. A due passi dall`Azienda sanitaria provinciale, i nuovi padroni…

La vista dà sul bar “Due Palme”, quartier generale del centrodestra cosentino e, oggi, luogo di ritrovo della movida under 18. A due passi dall`Azienda sanitaria provinciale, i nuovi padroni dell`appartamento vorrebbero godersi lo struscio e ripensare all`affare fatto sei anni fa. Quando l`ente cercava un po` di denari e, con una procedura un po` dubbia, decise di svendere un pezzo del proprio patrimonio immobiliare. A trattativa privata e a un prezzo di favore. Sette stanze, più una piccola soffitta e un garage al piano terra alla modica cifra di 66mila euro. Poco? Stando ai prezzi che giravano nel 2005 si direbbe di sì. Non secondo una perizia affidata nel 2003 a un esperto del tribunale civile di Cosenza. Ottimo acquisto (per la signora che lo ha portato a termine), pessimo affare per l`Azienda ospedaliera, che a quei tempi era guidata da Antonio Belcastro, manager sponsorizzato dal centrodestra. In quota Tonino Gentile, che nelle stanze della sanità cosentina è sempre stato il dominus. Tutto normale? Non proprio, secondo il successore di Belcastro, Cesare Pelaia, che – nominato dalla giunta Loiero – girò gli atti della vendita alla Corte dei conti, rilevandone l`illegittimità e definendo «inspiegabile» l`intera procedura. Era «inspiegabile», perché non si trova una norma che la possa giustificare. La vendita dell`immobile, infatti, secondo la normativa in vigore all`epoca, avrebbe dovuto seguire una procedura a evidenza pubblica. E solo nel caso in cui l`eventuale asta fosse andata deserta, l`Ao avrebbe potuto passare alla trattativa privata. Bene, dell`evidenza pubblica in questa storia non c`è traccia. Lo spiegano i documenti redatti all`Ao sulla vicenda tra la fine del 2005 e l`inizio del 2006. Il primo è firmato dall`ufficio legale dell`Azienda. E spiega che «il contratto di compravendita non offre alcun riferimento utile» per risalire al modo in cui è stato scelto a chi vendere. L`unica traccia è la perizia, effettuata nel 2003. E la stessa perizia «non è stata reperita neppure nell`ufficio Patrimonio dell`azienda, né risulta allegata all`atto pubblico». Sparita. Non è l`unica stranezza. L`ufficio legale, infatti, nota «la contraddittorietà tra quanto dichiarato nell`atto pubblico, secondo cui il corrispettivo della compravendita sarebbe stato versato già prima della stipula» e quanto riferito dal notaio che ha registrato il contratto, e cioè che l`assegno da 66mila euro era ancora nel suo studio. Riassumendo: l`Azienda ospedaliera vende un immobile a trattativa diretta, senza una procedura ad evidenza pubblica, poi dichiara di aver già riscosso la cifra pattuita mentre, invece, l`assegno giace ancora nello studio notarile in cui l`affare si è concluso. C`è più di qualche passaggio oscuro. Basta leggere il nome dell`acquirente per capirne di più. L`Azienda ospedaliera, infatti, ha deciso di vendere – con una procedura che definire irrituale è poco – a L. N., all`epoca moglie di uno dei più stretti collaboratori del senatore Tonino Gentile. Lo stesso che aveva contribuito a nominare Belcastro e che, dal management dell`Ao era stato “promosso” a dirigente. Un bel quadretto della sanità in salsa cosentina. Che Cesare Pelaia, appena arrivato, si preoccupò di segnalare alla magistratura contabile.
Nessuno, tuttavia, pensò di dare seguito alla proposta di annullamento del contratto. Di più. Dopo tante anomalie, credete che l`acquirente fosse contento? Neanche per idea, visto che ha addirittura citato l`Azienda ospedaliera per danni, perché «ha dovuto riscontrare col tempo la sua non sicura convenienza sul piano commerciale, anche a causa della sua vetustà, delle eccessive spese occorrenti per la ristrutturazione e quelle di mantenimento». Insomma, l`immobile, che era la sede del circolo ricreativo aziendale, era malmesso. Al punto che, secondo i legali del nuovo proprietario, non valeva la pena di avviare un contenzioso giudiziario per decidere chi dovesse pagare le spese della sua ristrutturazione. Proposta: una transazione bonaria. Chiedevano soldi all`Azienda ospedaliera per sistemare un locale che, forse, la stessa azienda non avrebbe potuto vendere. Pelaia lo sapeva bene, e per questo non è mai passato all`incasso di quell`assegno che, curiosamente, giaceva da mesi nello studio del notaio. Né ha mai risposto alle sollecitazioni del nuovo “proprietario”. Risultato: a sei anni dalla dubbia compravendita, l`appartamento non è più nella disponibilità dell`Azienda ospedaliera, il nuovo padrone non ne ha preso possesso per evitare di spendere denari nella ristrutturazione e c`è un assegno da 66mila euro che vaga da una parte all`altra della città. Un trionfo della burocrazia. E la vista sul “Due Palme”? Non se la gode nessuno.







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