«Io, disabile a cui l’Asp nega le cure»

La denuncia di Nunzia Coppedè: «Chiedo che il mio diritto venga rispettato». La difficoltà nel chiedere la rivisitazione del piano riabilitativo e le risposte negate

Riceviamo e pubblichiamo:

Devo raccontare cosa mi sta accadendo.
Sono Nunzia Coppedé, una persona con disabilità fisica, sono nata con l’Artrogriposi Miogena e la riabilitazione è l’unica forma di cura che mi consente di rallentare la perdita dei ridottissimi movimenti che ancora mi consentono di digitare la tastiera del computer, di grattarmi il naso, di stare seduta e guidare la carrozzina elettronica con il joystick. A suo tempo ho già fatto la denuncia di abbandono di cura rivendicando il mio diritto di ricevere i trattamenti riabilitativi necessari per poter affrontare la quotidianità con una maggiore autonomia (sempre ridottissima) e da allora il diritto mi è stato riconosciuto e mi ha consentito di vivere la mia vita con protagonismo e serenità.
All’inizio del 2019 sono stata chiamata a visita per la proroga della riabilitazione presso l’Asp di Catanzaro a Lamezia Terme, dove il dottore referente del settore, alla presenza di una dottoressa che mi hanno presentato come fisiatra e l’assistente sociale, mi è stato proposto un nuovo piano riabilitativo di 3 cicli con l’intervallo di un mese ogni ciclo. Da parte mia ho detto che essendo la mia malattia degenerativa questa proposta mi metteva in grosse difficoltà sanitarie e di autonomia, ma il dottore ha insistito dicendo che io ero stabilizzata. L’assistente sociale mi ha fatto la controproposta di fermare le terapie il mese di agosto e dicembre. Dopo aver dibattuto energicamente siamo arrivati all’accordo che avrei provato questa ultima proposta ma se il piano mi comportava dei problemi l’avremmo rivisto.
In questi giorni, la direzione dell’Associazione Comunità Progetto Sud Onlus mi ha comunicato che è arrivata al Centro di Riabilitazione la lettera con cui informano che io ho terminato le terapie e ora si deve attendere la comunicazione dell’Asp per avviare un altro ciclo di terapia. Tutto questo senza aver ricevuta nessuna visita dall’Asp per verificare la gravità della mia malattia. Comunico che da tempo il Fisiatra del Centro di Riabilitazione che mi segue mi informa di un lento ma continuativo aggravamento della malattia fino a che il 28 novembre, il fisiatra, dopo un’accurata visita e dopo diverse chiamate durante l’estate per problemi che si sono presentati, mi ha fatto una relazione in cui evidenzia delle difficoltà che si sono presentate durante questo periodo e sono ancora presenti. Per questo mi ha certificato la necessità di ricevere trattamenti riabilitativi in modo continuato.
A tal proposito mi sono recata presso l’Asp per incontrare il dottor referente e chiedere la rivisitazione del mio piano riabilitativo ma la prima mattina non l’ho trovato, la seconda mattina al telefono mi ha detto che non c’era e questa mattina, la terza, dopo avermi chiuso più volte il telefono, mi ha detto che chiudeva il telefono perché lo disturbavo e comunque questa mattina non era disponibile.
Con la presente comunico che, similmente a tante altre persone che soffrono di malattie con gravità simile alla mia, ritengo mio diritto aver tutelato la salute e anche le mie piccole autonomie residue che mi aiutano a vivere una migliore qualità della vita.
Chiedo che il mio diritto alla cura venga rispettato. Pur ringraziando il centro di riabilitazione della Comunità Progetto Sud, che non mi ha mai lasciato senza la riabilitazione necessaria anche quando non erogata dall’Asp, ritengo però che i miei diritti non devono essere lesi e che io la riabilitazione la devo fare per diritto e non per favore. Sottolineo la illogicità di una sanità che non vuol corrispondere ai miei diritti di salute pretendendo di decidere calendari di terapie quando io ne ho estremo bisogno e diritto. Chiedo, in definitiva, che il mio bisogno di cura sia ripristinato conforme al mio diritto di essere curata. Questa richiesta la voglio fare anche a vantaggio di tante persone con disabilità che come me hanno questo diritto ma non hanno voce.

Nunzia Coppedè





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