Santelli: «Giusto guardare alle Regioni che hanno fatto bene»

La candidata del centrodestra apre alla collaborazione con altri governatori. Ma sull’autonomia differenziata precisa: «Sfida da cogliere ma ci sono macigni sul divario Nord-Sud». I progetti per la Regione («ha il dovere della trasparenza») e il timore per la politica lontana dai cittadina («alcuni non sanno che si vota»)

CATANZARO Jole Santelli lo sottolinea spesso: se vincerà, non ha ancora in mente nulla per la prossima giunta regionale. Questo nonostante la Lega prema – almeno mediaticamente – da settimane per la delega all’Agricoltura. Si dichiara aperta ad attingere alle esperienze delle altre Regioni «che hanno fatto bene» ma ha ben chiaro che il divario Nord-Sud va ridotto prima di partire con l’autonomia differenziata. La candidata del centrodestra sa anche che la sfida tra le sfide è quella di riavvicinare la politica ai cittadini: «Ho incontrato – dice – persone che non sapevano che il 26 si va alle urne».

La legalità viene spesso declinata in astratto durante le campagne elettorali e rischia di diventare un concetto vuoto. Cosa può fare la Regione nella lotta alla criminalità e qual è il primo atto che pensa di firmare per supportare quella che da molti viene definita una «guerra» alla ‘ndrangheta?
«La Regione ha il dovere innanzitutto della trasparenza. Trasparenza significa non solo legalità nel senso di assenza di corruzione, ma anche rispetto dei tempi, rispetto dei diritti. La Regione appare spesso un pachiderma che, invece di facilitare la vita a cittadini, imprese, enti Locali, gliela complica. La Regione deve riuscire a diventare promotrice della società dei diritti. È questa la precondizione della legalità».

Il regionalismo differenziato viene agitato da mesi: chi lo propone come uno spauracchio, chi ne parla in termini di opportunità. Che tipo di autonomia, anche finanziaria, considera auspicabile per le Regioni?
«Il federalismo è una sfida che si può cogliere solo a condizione che vengano rimossi dei macigni che pesano enormemente sul divario Nord-Sud. A partire dalla spesa storica che non può essere accettata in via transitoria al reale investimento sul Sud; opere e investimenti, fondi non solo sulla carta ma realmente impiegati, alta velocità, aiuto sui trasporti. Io credo che il Sud possa accettare la sfida, ma a patto che realmente lo Stato metta i cittadini del Sud in grado di competere. Al Nord serve un Sud competitivo, l’egoismo fa male all’Italia ed al Nord».

La migrazione sanitaria sottrae risorse per circa 300 milioni di euro all’anno e le strutture del Nord – così denunciano i primari delle tre cardiochirurgie presenti in regione – puntano alla Calabria per colonizzarla e attrarre pazienti. Cosa pensa di fare per interrompere questo schema?
«Il tema della sanità in Calabria ha bisogno di essere affrontato in maniera seria tenendo conto comunque del commissariamento. Se da un lato occorre stabilire un’interlocuzione responsabile col commissario, finché il comparto non ritorna in mano alla regione, dall’altro possiamo impegnarci su aspetti di maggiore impatto sul cittadino. Esistono tantissime eccellenze in sanità nella nostra regione, fior di professionisti, ma anche diverse zone d’ombra. Mi riferisco all’affollamento dei pronto soccorso e al tempo di prenotazione delle visite, alla diagnostica, ai servizi. Al pari della disoccupazione questa è una priorità assoluta. Al centro ci deve essere sempre la persona e questo è possibile se si riesce a innalzare la qualità delle cure e distribuire equamente le risorse».

Alle passate Regionali l’astensionismo toccò il 56%. Le premesse riguardo all’affluenza non sono entusiasmanti. La ritiene una sconfitta per la politica? E dove vanno rintracciate le ragioni di questa disaffezione?
«Per troppo è passato il messaggio che la politica fosse un male dal quale le istituzioni dovevano curarsi. Ora ci preoccupa l’astensionismo. Durante questa campagna elettorale prima ancora che indicare chi votare, abbiamo ricordato che bisogna andare a votare. Sa che ho incontrato anche persone che non sapevano che il 26 si va alle urne? Non so se esiste una cura per la disaffezione alla politica. So che ce la metterò tutta perché questo atteggiamento cambi e che i cittadini si rendano conto di essere parte di un progetto, non spettatori».

Crede di proporre ai calabresi una giunta interamente politica o punterà anche su qualche tecnico? Può anticiparci il nome di qualche assessore o di qualcuno che le piacerebbe fosse parte della sua squadra?
«Non ho mai parlato di composizione di giunta in questa campagna elettorale. Ho detto però che non sono per una squadra di tecnici. D’altro canto sono fermamente convinta che bravi politici debbano circondarsi di bravi tecnici. Poi non si può pretendere di governare da soli una terra come la Calabria, sarebbe da irresponsabili. Avremo bisogno del contributo delle menti migliori, di ascoltare e di prendere il meglio da tutti. I politici non sono tuttologi e chi lo pensa è davvero fuori strada».

Salvini e la Lega hanno indirizzato la scelta del candidato governatore e il Carroccio già si candida in maniera piuttosto esplicita a gestire l’Agricoltura. L’ex ministro dell’Interno ha anche spiegato che, per governare la Calabria, pensa a una sorta di task force assieme ad alcuni presidenti di Regione settentrionali. Non le sembra di trovarsi davanti a un alleato troppo ingombrante?
«Ripeto: non ho mai parlato né con Matteo Salvini né con Giorgia Meloni di deleghe e assessori. L’agricoltura è uno degli asset che reputiamo strategici e sul quale intendiamo far leva per lo sviluppo della Calabria. Parliamo di un patrimonio dal valore inestimabile che aspetta solo di essere valorizzato. Sono d’accordo quando si dice che bisogna guardare ad altre regioni d’Italia che hanno fatto bene e meglio di noi in determinati comparti. Mutuare le buone pratiche non è un segno di debolezza, anzi, la dimostrazione che si hanno le idee chiare in merito alla strada che si desidera intraprendere». (redazione@corrierecal.it)





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