Carbone: «Isoliamo i collusi con le ‘ndrine»

LAMEZIA TERME «L’affondo di Papa Francesco contro la criminalità organizzata durante la messa celebrata sabato scorso nella Piana di Sibari deve sì spronare la Chiesa, ma deve rappresentare una scossa…

LAMEZIA TERME «L’affondo di Papa Francesco contro la criminalità organizzata durante la messa celebrata sabato scorso nella Piana di Sibari deve sì spronare la Chiesa, ma deve rappresentare una scossa anche per le istituzioni». Ernesto Carbone, cosentino e deputato del Pd tra i più vicini al premier Matteo Renzi, concorda, dopo l’anatema del pontefice, con l’analisi fatta dal procuratore di Reggio Calabria Cafiero de Raho: «Ora si può imporre ai sacerdoti che operano nel territorio una regola diversa da quella che finora hanno osservato. Spesso i parroci accettano i mafiosi per le cospicue donazioni e perché gestiscono potere e consenso».

Lei è convinto che finora la Chiesa non abbia fatto fino in fondo il suo dovere contro la criminalità organizzata?

«In alcuni casi poteva fare di più e meglio. Ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Penso ai tanti sacerdoti coraggiosi del Mezzogiorno che non hanno esitato a sfidare a viso aperto i clan».

Dopo la «scomunica» di Francesco, cosa può fare il Parlamento?

«Dobbiamo innanzitutto far comprendere il messaggio che stare dalla parte della ‘ndrangheta non è più accettabile. Per questo motivo bisogna lavorare soprattutto sul fronte dell’educazione alla legalità». 

Faccia qualche esempio concreto, giusto per uscire dalla retorica dell’antimafia parolaia…

«Io credo che in Calabria si debba emulare quanto fatto da Ivan Lo Bello in Sicilia, che non ha esitato un attimo a sbattere fuori da Confindustria le associazioni colluse con la mafia. Qui da noi ciò deve valere non solo per gli industriali ma anche per le altre associazioni produttive, per i sindacati, per tutti i corpi intermedi tra cittadini e istituzioni».

E la politica, nel frattempo, non fa nulla?

«Assolutamente non può restare inerme. Io lavorerò per far sì che il Parlamento prenda in considerazione l’ipotesi di inasprire le pene per il reato di associazione a delinquere».

A che punto è la sua proposta di legge per togliere la potestà genitoriale a chi è stato condannato in via definitiva per alcuni reati di mafia e nello stesso tempo per sottrarre alle cosche quel ruolo di mediazione sociale che ha procurato loro consenso?

«Il testo dovrebbe approdare a breve in commissione Giustizia alla Camera. In questo modo sottrarremo i minori a un destino ineluttabile di degrado criminale. Se questa legge fosse stata già in vigore molto probabilmente non avremmo avuto casi come quello del piccolo Cocò o del bimbo ucciso a Taranto».

Davvero questo può bastare a fare da argine alla tracotanza dei mafiosi?

«Non basterà ma è certamente un forte inizio. È uno strumento che non si limita a colpire la degenerazione del familismo ma anzi mira a mettere in sicurezza il ruolo stesso della famiglia che ha alla base l’educazione dei propri figli. Il principio è semplice: chi si è macchiato di un certo tipo di reato non può educare un figlio».

Teoricamente resterebbe la madre a prendersi cura del piccolo…

«Sì, ma vorrei vedere chi sono le mamme che hanno il coraggio di concepire un bambino con un compagno mafioso, sapendo che con molta probabilità il bimbo crescerà senza un padre».

Cosa cambierebbe a livello normativo con l’approvazione di questa legge?

«Verrebbe introdotto l’articolo 416-quater del codice penale, che prevede la decadenza della potestà genitoriale per chi è condannato in via definitiva secondo quanto previsto dall’articolo 416-bis del codice penale, che è quello dedicato all’associazione a delinquere di stampo mafioso».  

Antonio Ricchio

a.ricchio@corrierecal.it







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