«Le camicie di Sala e le gonne di Ceccardi: trova la differenza»

di Mimmo Nunnari*

Sala sindaco Milano

Se Sala Beppe sindaco di Milano avesse la gonna somiglierebbe a Susanna Ceccardi sindaca di Cascina, fresca candidata della Lega Nord a presidente della Regione Toscana. Non mi riferisco ai tratti somatici, naturalmente, ma alle idee “collimanti” tra i due sull’essere cittadini del Nord e cittadini del Sud: calabresi, in particolare, perché è noto che c’è il Sud, ma è meno risaputo che c’è un Sud del Sud [la Calabria] ancora più odioso, fastidioso e insopportabile. Sala, quel gentiluomo delle minacce cortesi ai sardi (“ce ne ricorderemo”) colpevoli solo di giusta prudenza, nel riaprire i confini ai lombardi, in piena crisi Covid, facendo il paio con la collega Ceccardi («È giusto che i medici calabresi siano pagati meno del colleghi del Nord») ha candidamente ammesso che «un dipendente pubblico non può guadagnare gli stessi soldi a Milano e in Calabria».
Signori, abbiamo un problema di razzismo del Nord che non è da imputare a Salvini, erede di Bossi, o a quel simpatico popolo celtico con la faccia dipinta di verde e la corna di bue in testa che si battezza a Pontida. Il problema – che si chiama pregiudizio – è nell’intellighenzia settentrionale e nazionale che lo nasconde sotto una presunta buona educazione e il parlar forbito quantomeno in italiano non sgrammaticato. Ma è una intellighenzia con l’abito della festa sotto il quale cela disprezzo e preconcetto. Pensavamo che le vicende del Covid ci avrebbero reso migliori e invece la pandemia ci ha dimostrato che ogni tentativo di rimuovere incomprensioni rancori, disuguaglianze e pregiudizi è inutile. L’avevamo capito dai piagnistei di Ferruccio De Bortoli: «C’è un inaccettabile spirito antilombardo».
Bugie, fragilità, supponenze. Riflessioni che mettono a nudo le proprie paure. Sala, Ceccardi, e compagnia cantando non fanno altro che immaginare la Calabria come causa dei mali del Paese perché non riescono loro e molti altri come loro a trovare una spiegazione al disordine ed al caos di un’Italia da futuro incerto. L’idea di una Calabria “zona del male”, e di calabresi “inferiori” da trattare “diversamente” da Milano, dal Nord, è sostenuta dalla fabbrica del pregiudizio, dalla paura di perdere quel che si ha (il grasso, l’abbondanza) ma anche dal bisogno di circoscrivere entro certi limiti geografici un male che invece, nelle sue forme molteplici è diffusamente presente al Sud come al Nord. Il pregiudizio storico ha prodotto un “pensiero comune”, nazionale, utile a marchiare alcune regioni del Sud con etichette infamanti, che trovano condivisione ampia sui social, dato che il male, come si sa, è più fotogenico e attrattivo del bene.
Il “pensiero nazionale”, sull’esistenza di un particolare male meridionale, in particolari momenti storici, si è trasformato in “pensiero di Stato”, quando è lo Stato con le sue azioni inadeguate o sbagliate ha dato credito, per convenienza, a categorie di pensiero prodotte prevalentemente allo scopo di giustificare le cause dell’esistenza delle anomale disuguaglianze tra il Nord e il Sud.
Queste forme di pensiero perverso consentono di sbarazzarsi, senza tanti scrupoli, del compito di spiegare la singolare anomalia italiana delle differenze territoriali: piegano la realtà alle proprie esigenze, e danno vita a un immaginario collettivo sul Meridione fonte del male, che poi produce le dichiarazioni di Sala, Ceccardi eccetera eccetera.
*giornalista e autore del saggio “La Calabria spiegata agli italiani”, Rubbettino editore.





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto