Comunali 2020. D’Ippolito: «Scioglimenti e rielezioni. Le contraddizioni della società calabrese»

Il deputato del Movimento Cinque Stelle commenta le ultime amministrative riguardo alla riconferma, con consensi bulgari, di sindaci di Comuni commissariati per mafia. «Sui social tutti stanno con Gratteri ma nel segreto delle urne la scelta è spesso difforme»

LAMEZIA TERME «Con il 68% dei voti, domenica 24 novembre 2019 Paolo Mascaro veniva rieletto sindaco di Lamezia Terme al turno di ballottaggio. Nel dicembre 2017 il Comune aveva patito il terzo scioglimento per infiltrazioni, nello specifico durante la sindacatura dello stesso Mascaro. Le Comunali del 20 e 21 settembre scorsi hanno sancito la rielezione di altri due sindaci di municipi infine commissariati per motivi di ‘ndrangheta: Rosario Sergi, legittimato dal 78,1% dei votanti, a Platì, sciolto il 27 aprile 2018; Pasqualino Ciccone, eletto con il 97,84% dei consensi, a Scilla, sciolto il 22 marzo 2018. Tali risultati impongono una riflessione, posto che il riferito scioglimento degli enti locali è un tema delicato, da affrontare in primo luogo in Parlamento». È il commento del deputato del M5S Giuseppe D’Ippolito. «Dal 1991 ad oggi, in 19 anni la Calabria ha subito 123 provvedimenti di scioglimento per infiltrazioni, con 8 casi di annullamento e 22 archiviazioni. Questi numeri non si possono sottovalutare né nascondere, anche considerato che l’Asp di Reggio Calabria e l’Asp di Catanzaro sono (ancora) commissariate poiché ritenute infiltrate dalla criminalità organizzata, con tutte le pesanti conseguenze in ordine alla tutela del diritto alla salute». «Il procuratore Nicola Gratteri – prosegue il deputato – ha spesso avvertito quanto la ‘ndrangheta sia capace di condizionare il voto, di alterare le elezioni e di nuocere alla democrazia, alla libertà, all’amministrazione pubblica, all’economia e alla coesione sociale. Non solo: dalle varie inchieste, anche della Dda di Reggio Calabria, è emerso come la ‘ndrangheta sia diventata una fabbrica di politici, che sceglie e prepara con cura per orientare gli appalti e drenare risorse destinate allo sviluppo della collettività. Ora, il dato è che in più casi lo Stato cerca di controllare e salvaguardare il buon andamento delle amministrazioni di fronte a potenziali o sostanziali inquinamenti mafiosi. Poi i cittadini vanno a votare e, non di rado, a larga maggioranza confermano, come negli esempi forniti più sopra, dei sindaci che, se non direttamente coinvolti, hanno comunque governato Comuni con possibili condizionamenti delle cosche». «Si dirà che il voto è l’espressione più alta della democrazia – scrive D’Ippolito – e che il popolo ha sempre ragione. Bisogna tuttavia smontare simili giudizi sbrigativi, atteso che nel luglio del 1932 Adolf Hitler conquistò democraticamente la maggioranza nel Parlamento tedesco; il suo Nsdap ottenne addirittura il 37,8% delle preferenze. Occorre perciò mettere in evidenza le contraddizioni della società e della politica, avvezza a speculare sui bisogni primari delle masse e degli individui, a partire dal lavoro, dal reddito e dunque dalla mera sopravvivenza. In Calabria, in particolare, è ormai acquisita la coscienza della capacità metastatica della ‘ndrangheta, sia in senso stretto sia come forma di pensiero, come pratica di prevaricazione, di disprezzo, di addomesticamento o di rifiuto della legge. Sui social tutti stanno con Gratteri, tutti esprimono aperta vicinanza e solidarietà nei confronti del procuratore, tutti si espongono a sostegno dell’operato del capo della Procura di Catanzaro e delle forze dell’ordine. Ma nel segreto delle urne, lontani dagli sguardi del “Grande fratello” virtuale, la scelta è sovente difforme, diametrale: Gratteri diventa il grillo parlante tacitato e in cabina elettorale prevale il richiamo dell’abitudine, dell’adeguamento, della paura della libertà». 
«Siamo ancora lontani – conclude D’Ippolito –, nell’amata Calabria, dalla vittoria sulla cultura dell’accondiscendenza, alimentata dalla ‘ndrangheta. Siamo lontani dal coraggio di dissentire coi fatti, di valutare a fondo il rischio di votare per candidati vicini alle ‘ndrine o avvicinabili dai loro apparati. Forse bisognerebbe ragionare più in profondità sul concetto di sovranità popolare, non limitandolo a quello, ristretto, su cui poggia l’antieuropeismo delle nuove destre. È un impegno che dobbiamo garantire ai nostri figli, alla nostra terra, soprattutto nelle aule della Camera e del Senato. E magari in quelle scolastiche».





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