Matteo e Mario, la coppia (di fatto)

LAMEZIA TERME «Ciao Mario, sono Matteo. Ti chiamo per augurarti un 2015 ricco di soddisfazioni e di buoni risultati. Non tanto per te ma per la Calabria che ne ha estremo…

LAMEZIA TERME «Ciao Mario, sono Matteo. Ti chiamo per augurarti un 2015 ricco di soddisfazioni e di buoni risultati. Non tanto per te ma per la Calabria che ne ha estremo bisogno». Quando Oliverio risponde al telefono sono da poche passate le 9. Renzi è in volo da Roma verso Tirana, per la visita istituzionale che chiude il semestre di presidenza italiana dell’Ue. C’è ormai feeling tra ‘u lupu (che orgogliosamente continua a professarsi un «non renziano») e il premier. E il governatore non ne fa mistero. A Lamezia Terme, dove i vertici del Pd si sono ritrovati per il tradizionale brindisi di fine anno, Oliverio racconta della telefonata con una punta di orgoglio. Il sottointeso è il seguente: non ho bisogno di intermediari (come Magorno) per interloquire con Renzi

Il problema (per Oliverio) è che il segretario regionale non intende cedere terreno sul versante dei rapporti con il leader dem. E non a caso, quando prende la parola, lo fa per ribadire che quella ottenuta il 23 novembre «è una vittoria di tutto il Pd» e che adesso «non ci sono più campi diversi». Postilla finale: «Il partito deve restare unito per aiutare Oliverio e la giunta a lavorare bene». 

Excusatio non petita accusatio manifesta, sostenevano i latini. E allora più di uno insinua che il passaggio di Magorno non sia stato casuale. Cosa si cela dietro tali parole? Qualcuno, dietro la garanzia di rimanere anonimo, sussurra che il segretario non abbia preso benissimo il rinvio del primo consiglio regionale. «Non ci presteremo a trucchi e trucchetti del passato», assicura il segretario. Che non molla per un attimo Nicola Irto. 

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Si vede Vincenzo Ciconte, che in molti indicano come favorito per la corsa allo scranno più prestigioso di Palazzo Campanella. Antonio Scalzo sull’argomento se la cava con un laconico «no comment». Sebi Romeo non lascia per un attimo il cellulare. 

Doris Lo Moro sorride quando le fanno notare che lei ormai si è quasi convertita al renzismo imperante: «Io? Ma andiamo. Non cambio mica idea solo perché ho un buon rapporto con Matteo. È in gamba, ha grinta, sta facendo bene per il Paese. Ma gli fa ancor più bene se qualcuno lo fa riflettere». Nel quartier generale dei dem fa capolino pure Franco Bruno, ex segretario regionale della Margherita, che ha votato contro la legge di Stabilità approvata di recente dalla Camera: «Si tagliano soldi alla Calabria e tutti restano in silenzio. Non si può dire sempre sì solo per disciplina di partito». Lo ascolta attento Carlo Guccione, che è accompagnato dal fido Giuseppe Mazzuca: «Io assessore? Decide Mario. Certo, io sono il primo eletto…». Nicola Adamo non c’è, trattenuto a Cosenza da una ricorrenza particolarmente importante. 

Bruno Censore entra ed esce dalle stanze avendo dietro sempre Michele Mirabello: «Abbiamo fatto una grande battaglia per stabilizzare i precari e possiamo dire di averla vinta».

I più tranquilli sono Gigi Meduri e Pietro Midaglia. «Se Oliverio volesse accettare consigli noi potremmo fornirgliene diversi», scherzano, ma fino a un certo punto, i due. Mimmo Battaglia, Arturo Bova e Giuseppe Aieta preferiscono restare defilati. 

Il coupe de theatre lo regala Maria Carmela Lanzetta. Lei parla, gesticola, illustra i «risultati ottenuti» da quando guida il ministero per gli Affari regionali, quando si illumina il display del telefonino. Lei, come se fosse tutto preparato, non fa una piega: «Scusate, vi devo lasciare un attimo. È un sindaco calabrese che mi chiama per una questione amministrativa che sto seguendo con molta attenzione…».

Antonio Ricchio

a.ricchio@corrierecal.it





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