Lo scontro nel Pd approda in Antimafia

Lo scontro in seno al Pd rischia di trasferirsi in una delle sede istituzionali più delicate, la commissione parlamentare Antimafia. A Palazzo San Macuto, infatti l’accelerazione data dalla presidente Rosy…

Lo scontro in seno al Pd rischia di trasferirsi in una delle sede istituzionali più delicate, la commissione parlamentare Antimafia. A Palazzo San Macuto, infatti l’accelerazione data dalla presidente Rosy Bindi rispetto alla visita a Catanzaro, seguita a stretto giro dalla convocazione in seduta plenaria dell’ex ministro Maria Carmela Lanzetta, ha provocato una presa di posizione di numerosi commissari del Pd, calabresi e no.
Senza giri di parole, hanno contestato alla presidente Bindi, ricordandole la sua militanza nella minoranza del partito e la sua aperta avversione verso Matteo Renzi nel doppio ruolo di premier e segretario nazionale, un uso strumentale della Commissione. Trarrebbero questo convincimento dal fatto che Bindi avrebbe messo come primo punto degli approfondimenti da compiere lunedì a Catanzaro proprio i rapporti tra le cosche di Cutro e il mondo politico e imprenditoriale di Reggio Emilia. In questo contesto è anche collocato il rapporto che da sindaco Graziano Delrio ebbe con alcuni degli odierni indagati e la sua trasferta a Cutro per un gemellaggio con quell’amministrazione comunale e per partecipare alla processione del santo patrono.
Proprio per allontanare questa velenosa chiave di lettura, Bindi avrebbe deciso, subito dopo, di convocare in seduta plenaria l’ex ministro Lanzetta, che di Delrio è amica e sodale politica, dopo avere lasciato Civati che pure la volle nella direzione nazionale del Pd.

La pezza, però, si è rivelata peggio del buco facendo insorgere, questa volta, i parlamentari calabresi del Pd e mettendo tutti d’accordo, sia renziani che cuperliani. Lanzetta, infatti, dovrebbe riferire sulle ragioni che la portarono a non entrare nella giunta regionale, come invece si era impegnata a fare su richiesta di Matteo Renzi e di Mario Oliverio, cioè la presenza in giunta di Nino De Gaetano, i cui “santini” elettorali, nelle regionali del 2010 furono trovati nel covo del superlatitante Giovanni Tegano. Il fatto che quell’appoggio elettorale fosse stato chiesto dal defunto suocero di De Gaetano che del boss era lo storico medico curante, ha risparmiato a De Gaetano guai giudiziari ma non l’attacco di una parte del suo partito e di Lanzetta in particolare.
Contro le ultime esternazioni di Maria Carmela Lanzetta hanno preso posizione i cinque segretari provinciali del Pd, tre dei quali, in verità, dovrebbero essere dimissionari da tempo perché incompatibili essendo stati eletti a presidente della Provincia di Catanzaro (Enzo Bruno) o in consiglio regionale (Seby Romeo e Michele Mirabello). Resta tuttavia il fatto che Lanzetta è riuscita a ricompattare tutte le anime del Pd calabrese in un documento nel quale, alludendo a vicende pregresse di quando questa era sindaco di Monasterace, nonché rapporti di parentela che la legano con un noto faccendiere del centrodestra che portava avanti anche dossieraggio contro i vertici nazionali degli allora Democratici di sinistra, dicono all’ex ministro che da lei non accettano lezioni di moralità.

All’indomani della diffusione del documento dei cinque segretari provinciali, ecco arrivare la convocazione in commissione Antimafia da parte di Rosy Bindi. Il che fatalmente alza il livello dello scontro interno e rischia di portare la resa dei conti all’interno della Commissione antimafia. Un bel regalo per la ‘ndrangheta.





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