Caccia al tesoro della Fondazione Campanella

CATANZARO Fossero scomparsi oggetti di scarso valore la questione si potrebbe derubricare a ordinaria amministrazione. Potrebbe rientrare nel novero delle cose già viste: una fondazione chiude i battenti e qualcuno porta…

CATANZARO Fossero scomparsi oggetti di scarso valore la questione si potrebbe derubricare a ordinaria amministrazione. Potrebbe rientrare nel novero delle cose già viste: una fondazione chiude i battenti e qualcuno porta a casa un souvenir. Nel caso del polo oncologico “Campanella”, però, le cose non stanno così. La  situazione è grave. E pure seria, tanto per (non) citare Flaiano. Perché il commissario liquidatore Andrea Bonifacio ha cominciato, da più di sei mesi, la caccia a un tesoro scomparso che vale 644mila euro. La faccenda – che è finita in un’interrogazione parlamentare firmata da Dalila Nesci (M5s) – è riassunta in una comunicazione firmata da Bonifacio e inviata all’esponente del Movimento 5 Stelle. È in questo documento che viene riassunto l’iter della caccia, iniziata nei mesi di giugno e luglio, quando il professionista incaricato di liquidare la Fondazione Campanella ha «provveduto a effettuare un inventario analitico di tutti i beni, in quanto dal registro degli inventari e dei beni ammortizzabili della Fondazione non è stato possibile estrapolare la reale consistenza dei stessi alla data più prossima». 
Ci sono parecchi oggetti scomparsi. La sintesi burocratica dice che «non sono state reperite immobilizzazioni materiali». In effetti sono spariti «work station, ecografi portatili, stazioni diagnostiche, computer portatili, monitor e attrezzatura varia» per un valore complessivo di circa 644 mila euro. 
Il commissario ha fatto il possibile: il 3 agosto 2015 ha chiesto notizie ai responsabili delle Unità operative in cui erano allocati i beni. Risultato? «Per quanto mi consta – scrive – su 16 raccomandate inviate 14 sono tornate indietro per compiuta giacenza e solo 2 soggetti hanno risposto». I destinatari delle raccomandate erano tutti impiegati nell’Azienda ospedaliera universitaria Mater Domini, «motivo per il quale sono state inviate le comunicazioni ai suddetti soggetti (tutti individuati nominalmente) presso l’indirizzo dell’azienda ospedaliera». Quei medici si sono “svegliati” solo tra la fine di settembre e i primi d’ottobre per chiedere lumi (e copia della lettera) agli uffici amministrativi della Fondazione. Il resto è ancora avvolto nel mistero: «Successivamente – scrive ancora Bonifacio – sembra siano state depositate presso gli uffici della Fondazione le risposte da parte dei suddetti responsabili, nonostante l’invito a rispondere a mezzo raccomandata e pec certificata, lo scrivente ad oggi non è in grado di poter riferire formalmente circa i beni non reperiti». La caccia continua. Anche in Parlamento, adesso.  

Pablo Petrasso
p.petrasso@corrierecal.it





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