Sanità, tutti gli errori del ministro Lorenzin (e non solo)

Un piano di rientro che tra poco compirà il settimo anno. Un andirivieni di commissari che si sono limitati a gestire le macerie, non disdegnando di esercitare, più o meno…

Un piano di rientro che tra poco compirà il settimo anno. Un andirivieni di commissari che si sono limitati a gestire le macerie, non disdegnando di esercitare, più o meno direttamente, un ruolo politico. Da ultimo, con qualche evidente velleitaria voglia di candidatura.
Dall’altra parte, la politica istituzionale che si è limitata a mal gestire – nella fase di coincidenza Presidente/commissario ad acta – e raccontare frottole nonché a promettere l’irrealizzabile, specie con l’approssimarsi degli appuntamenti elettorali, senza prendere atto del dramma salutare calabrese.
Risultato: la compromissione del diritto alla salute, tanto da rasentare l’incredibile: anziani che muoiono nel disinteresse generale; pronto soccorso letteralmente assaltati con operatori sotto assedio delle quotidiane minacce fisiche; genitori che rinunciano a tutto pur di curare cash i loro figli; una periferia montana che non sa neppure cosa sia l’assistenza. Il tutto dopo le numerose morti colpevoli di ieri, di oggi e di quelle che verranno, nei cui confronti vige la diatriba che ha reso sino a oggi impossibile la convivenza tra l’istituzione regionale e il commissario ad acta Scura.
Finalmente, ci si è accorti che il male è a monte! Da qui, la necessità di riscrivere le regole (rectius, l’Accordo Governo-Regione) messe in piedi, a suo tempo, senza che si fosse minimamente studiato il “malato”. Dunque, un progetto di risanamento dei conti, andato a buon fine solo attraverso i crudeli risparmi determinati dal blocco del turnover e i Lea neppure apparenti, cagionando sacrifici inenarrabili ai calabresi, vittime consuete delle solite gestioni improprie, sia a livello regionale che di aziende della salute. Una inappropriatezza gestionale che continua a causa di scelte non propriamente brillanti che – tra l’altro – non facilitano la ripresa dialettica con l’organo commissariale che, volente o nolente, prescindendo se il preposto si chiamerà Scura o meno, saremo costretti a sopportare per almeno altri due anni. Una previsione felice che, verosimilmente, sarà smentita dai fatti, attese le rigide condizioni obiettive che la legge prescrive per sciogliere la Calabria (e le altre quattro Regioni) dalla catena del commissariamento.
Per altri versi, le condizioni di vita salutare dei calabresi è ai minimi livelli, al di sotto di quelli vitali.
Una mobilità passiva che ci impoverisce sempre di più, con un 20,1% in progressivo aumento, e arricchisce le Regioni resesi forti di una sanità funzionante. Alla Lombardia, che ha investito (quasi cinicamente) ad hoc, il primato di quella attiva, con oltre mezzo miliardo di euro di nuove entrate. Una rete dell’emergenza che impaurisce sempre di più i cittadini residenti con le ambulanze che vanno “a piedi”, con conseguenti pericoli di vita. Una assistenza domiciliare integrata e territoriale neanche a parlarne, con una prevenzione che non c’è. Le liste d’attesa rendicontano oramai tempi biblici, tanto da mettere a rischio concreto la vita di chi ha bisogno di diagnosi e terapie tempestive. Queste sono solo una parte delle criticità rilevate dalla Corte dei conti, Sezioni riunite in sede di controllo, nel Rapporto 2016 sul coordinamento della finanza pubblica reso noto a fine marzo.
Un giudizio severo ma obiettivo, che dovrebbe far vergognare tutti, istituzione regionale e commissario pro tempore. Quest’ultimo, per assurdo, incoronatosi autore di miglioramenti ottenuti sul campo, dei quali nessun si accorge, solo perché inconcepibilmente “graziato” dal ministro. Quella ministra Lorenzin che, invece di restituire ai calabresi l’assistenza che non hanno mai avuto: a) nomina suoi sodali, a prescindere dalle capacità possedute, cui distribuisce medagliette di latta con lauta retribuzione al seguito; b) ha consentito sino ad oggi l’assenza di una progettualità degna di questo nome; c) non impone la rilevazione del fabbisogno epidemiologico reale; d) consente ancora l’esistenza di un advisor, dai costi annui plurimilionari erogati a fronte di nulla, e dei Tavoli romani, veri artefici del fallimento. Non solo. Giorni addietro, l’invenzione di rendersi parte attiva della revisione delle regole del Piano di rientro. Ma quali? C’è tanta curiosità in giro nell’averne conoscenza, con la speranza che siano ben lungi dal realizzare i disastri consuntivati sino ad oggi. Ma mi faccia il piacere! (Totò dixit).
In Calabria c’è bisogno di serietà e, più che altrove, di esigibilità dei diritti sociali. Occorre mettere da parte gli inutili colpi di scena (o di spugna) finalizzati a prendere in giro la collettività. Compito della politica è assicurarli. Per quella che governa, di prendere coscienza delle sue debolezze storiche e di lavorare per la necessaria crescita del personale politico, tanto da renderlo capace di prendere le redini della gestione della res pubblica, sanità in primis.

ps: Quanti dei corrotti, di quelli cui ha fatto stamane riferimento Cantone, inquinano la sanità in Calabria e distruggono le chance di ripresa?

*docente Unical







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