Gratteri a Catanzaro, davvero sono tutti contenti?

«Sono tutti contenti? Sono contento anche io!».Non fosse per il mezzo sorriso che, accompagnato a quel sopracciglio leggermente inarcato ed agli occhi che diventano sornioni, sarebbe impossibile a chiunque, anche…

«Sono tutti contenti? Sono contento anche io!».
Non fosse per il mezzo sorriso che, accompagnato a quel sopracciglio leggermente inarcato ed agli occhi che diventano sornioni, sarebbe impossibile a chiunque, anche a chi lo conosce da sempre, cogliere una disincantata ironia nel commento di Nicola Gratteri alle reazioni arrivate dopo che il Consiglio superiore della magistratura, con voto unanime e seguendo una “procedura d’urgenza”, lo ha chiamato al vertice della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Perché Nicola Gratteri è stato sempre caratterizzato, nel bene e nel male, da due aspetti: allergia assoluta a qualsivoglia “appartenenza”; altrettanto assoluta incapacità di unificare i sentimenti nei suoi confronti. Nessuna “appartenenza”. Le correnti in seno all’Associazione nazionale magistrati le ha sempre evitate. Ha ritenuto fossero troppo simili, nei metodi, ai partiti politici e sempre più sganciate dalle loro origini che invece erano caratterizzate da un acceso dibattito sul ruolo della magistratura in uno stato autenticamente democratico. Parimenti si è tenuto alla larga dai partiti, che fossero di governo o di opposizione. In passato, entrambe le scelte, gli sono costate non pochi incidenti e qualche penalizzazione.

IL PRIMO SCONTRO CON LA POLITICA Ai senza memoria che oggi plaudono, più o meno sinceramente, alla nomina di Gratteri, basterebbe ricordare la levata di scudi che seguì la sua prima clamorosa iniziativa per esplorare il voto mafioso. Agostino Cordova era procuratore a Palmi, decise di fare un blitz alla vigilia delle elezioni nazionali per vedere chi veniva sostenuto dai capi ‘ndrangheta del Reggino. Dispose una serie di perquisizioni, per avere un quadro complessivo (le procure distrettuali all’epoca non esistevano) aveva bisogno che qualche collega disponesse analoghe perquisizioni anche nella Locride, culla dei casati mafiosi più importanti. Sparirono tutti.
Firmò quei mandati solo il più giovane dei pm locresi, Nicola Gratteri. Vennero sequestrati, “santini”, fac-simile, liste elettorali. Il Csm di allora aprì una pratica… ma non a tutela dei magistrati inquirenti. Anzi… Inizia così la sua fama di “randagio della giustizia”. Mentre mutano i metodi che i poteri forti mettono in campo per sistemargli la mordacchia. Tutti gli apparati ne parlano bene, ma qualcuno gli piazza una microspia nello stanzino-archivio dove in Procura incontra gli inquirenti per i colloqui più riservati, in uffici che erano diventati un colabrodo dal punto di vista del segreto istruttorio. Tutti ne riconoscono la preparazione, ma lo fanno secco sia quando si candida alla Procura di Reggio che, successivamente, a quella di Catanzaro. Tutti lo invitano alle parate antimafia ma appena entra in rotta di collisione con i vertici dell’Ufficio lo evitano: «Gratteri chi?…».

GRATTERI SI SMARCA DAI POTENTATI Rompe l’accerchiamento scrivendo fortunatissimi libri che spiegano direttamente al cittadino-utente il pianeta ‘ndrangheta ed avviando un pellegrinaggio che per cinque anni gli prosciugherà le ferie… e i fondi per le vacanze ma lo porterà a incontrare migliaia di giovani in centinaia di istituti scolastici. Sorrisi e pacche sulle spalle andranno a triplicarsi, ma nascondono decine e decine di imboscate.
La sua “blindata” misteriosamente va in fiamme mentre sta camminando, i ragazzi della scorta viaggiano invece su auto “civetta” senza alcuna blindatura. Ci vorranno sette interpellanze parlamentari per mettere fine allo sconcio. Sarà una coincidenza, ma il ministro degli Interni che valutava il rischio era al centro delle inchieste della Dda di Reggio Calabria. L’accerchiamento andrà in frantumi perché nel frattempo Fbi, Dea e le maggiori agenzie di contrasto al narcotraffico accettano di collaborare solo a indagini personalmente dirette da Nicola Gratteri. Si sa, gli americani vengono rispettati dal nostro governo…

ISOLARE I PM TOGLIENDOGLI GLI UOMINI La mira viene spostata e si va ad azzoppare sistematicamnte i migliori uomini sui quali Gratteri conta per le sue delicate indagini. Ufficiali dei carabinieri e della Finanza, funzionari di polizia, investigatori dello Sco, del Gico, del Goa, del Ros. Anche semplici agenti e graduati che pur guadagnando poche migliaia di euro resistono alle lusinghe di narcos, come i Pannunzi, che camminano con valigette zeppe di contatti e comprano chiunque gli sia d’intralcio.
Trasferimenti a raffica, cambio di mansioni, intralci della carriera. Diventa quasi un rischio, collaborare con Gratteri. Ne sa qualcosa il colonnello Valerio Giardina che ha diretto il Ros in Calabria lasciandola libera da qualsiasi latitante. Da Pelle “Gambazza” a Condello “il Supremo”. Proprio le microspie in casa di “Gambazza” alla viglia delle elezioni regionali del 2010 e la cattura dell’imprendibile capo clan, con covo pieno di “pizzini” e indirizzi scottanti, stavano per costargli la carriera.

L’INCONTRO CON IL SINDACO RENZI Matteo Renzi (all’epoca semisconosciuto sindaco di Firenze) lo conosce per una mera casualità: presenta il suo libro a Diamante e Gratteri è lì per la stessa ragione. Ernesto Magorno è un ottimo anfitrione. A Renzi piace il progetto di Gratteri per “rottamare” i vecchi riti della giustizia italiana. Qualche anno dopo se ne ricorda e lo vorrebbe ministro. Giorgio Napolitano oppone un secco rifiuto: un magistrato al ministero della giustizia – argomenta – non si è mai visto. Renzi, all’epoca era ancora troppo ingenuo per opporre che ve ne erano già stati almeno due. Ripiega affidandogli una commissione per le riforme delle procedure penali. Successivamente lo vorrebbe candidato a Governatore in Calabria. Questa volta è lo stesso Gratteri a opporre un secco “assolutamente no”. Spiega che è sempre stato pronto a collaborare mettendo le sue idee a disposizione di qualsiasi governo e di qualsiasi partito, a prescindere dalla colorazione, volessero far funzionare la giustizia e combattere le mafie ma non avrebbe abbandonato la magistratura per la politica: “non sarebbe cosa mia”. 

E SIAMO DI NUOVO AL GIRO DI BOA C’è da scegliere il nuovo procuratore di Milano e quello di Catanzaro. Paradossalmente i potentati si allarmano più davanti al rischio di vedere Gratteri a capo della Dda catanzarese che non di quella ambrosiana. C’è un perché. Anzi ve ne sono tanti: Catanzaro è competente sui procedimenti riguardanti i magistrati di Reggio Calabria; gli interessi economici delle cosche reggine più potenti sono da tempo trasmigrati nel cosentino e nel catanzarese; i patti scellerati con la politica vengono “garantiti” da logge massoniche sull’asse Vibo-Cosenza. Rischia di venir giù tutto proprio alla viglia di investimenti per miliardi di euro. «Un altro Cantone tra le palle, assolutamente non possiamo permettercelo», confessava la “cricca” intercettata dai pm di Potenza.

UNA VIGILIA DURA Nicola Gratteri stavolta gioca d’anticipo: «Non accetteremo bocciature ingiustificate, la mia forza siete voi e intendo usarla, anche a costo di andar via dalla magistratura». Tuona davanti ad un migliaio di giovani che incontra alla presentazione del suo ultimo libro. L’esternazione rischia di costargli una censura, l’Associazione nazionale magistrati maldigerisce quella sortita. Al tempo stesso, però, in tanti capiscono l’antifona. Potentati nuovamente in fibrillazione, attenti a non farsi sfuggire qualsiasi occasione per azzoppare la candidatura di Gratteri. L’occasione sembra offrirla una intervista che, il sedici febbraio scorso, Gratteri concede a “Linkiesta” e nella quale ribadisce cose già dette decine di volte. Ad esempio, spiegando le ragioni per le quali occorre evitare le traduzioni dei boss nei processi di mafia, ricorrendo invece alle videoconferenze, dice: «Nel tribunale di Reggio questi detenuti stanno insieme sette-otto ore. Qui hanno il tempo di incontrarsi, parlare, fare affari, trasmettere attraverso gli avvocati messaggi di morte o richieste di mazzette, minacciare i testimoni». Apriti cielo. L’Unione delle camere penali italiane va su tutte le furie: «Gratteri ha offeso l’onorabilità della avvocatura penale. L’offensività della sua affermazione – scrivono – sarà oggetto di richiesta di intervento, anche in via disciplinare, nei confronti del dottore Gratteri». Detto fatto, con grande solerzia il ministero invia al Csm l’esposto delle Camere penali proprio nel giorno in cui la commissione incarichi deve valutare la nomina di Gratteri a procuratore di Catanzaro. La pratica viene rinviata e Gratteri scrive per evidenziare di non avere mai inteso offendere l’avvocatura in generale ma di avere fatto riferimento a casi storicamente avvenuti e giudiziariamente provati. In alcuni di questi c’è stata la condanna di avvocati, in un caso anche la piena confessione. È il caso seguito al suicidio di Giuseppina Pesce dopo una sua iniziale collaborazione con la magistratura reggina. Sarà un altro episodio, invece, a preoccupare Gratteri. Un misterioso avvertimento inviatogli da falsi poliziotti che si presentano a far visita a suo figlio, nell’appartamento che occupa a Messina dove è studente universitario. 

DAVVERO TUTTI CONTENTI? Acqua passata. Oggi sono tutti contenti dell’arrivo di Nicola Gratteri al vertice di una Procura della Repubblica dove un avviso di chiusura indagini è rimasto a prendere polvere per due anni e, insieme ad altri fascicoli riguardanti la burocrazia regionale, ha ripreso la sua corsa proprio in questi giorni di trepidante attesa per l’arrivo del nuovo procuratore. Tutti contenti ma anche tutti avvisati. Come intende operare Gratteri lo ha dichiarato da tempo e con chiarezza. Proviamo un riassuntino?

POLITICI E VOTO DI SCAMBIO «Non posso – spega Gratteri – dare valutazioni politiche, ma registro che ogni volta che ci sono elezioni di qualsiasi genere c’è sempre il solito e stantio ritornello su codici di autoregolamentazione e screening delle candidature. Ma se chi fa le liste conosce chi ci mette, fa un calcolo cinico, mette pregiudicati o faccendieri, ovvero loro figli o affini, e calcola che una fetta di elettorato comunque li voterà. Poi arriviamo noi e ogni volta ci si meraviglia, io invece mi meraviglio che la gente continui a meravigliarsi». 

POTERE ECONOMICO DELLE MAFIE «Abbiamo indagato su agenzie che chiedevano il 5% di provvigione per fare arrivare soldi in Sudamerica e l’agenzia ricevente trattiene un altro 5%”. Solo il 9 per cento di questo denaro sporco torna in Sudamerica, il resto rimane in Europa, e questi narcotrafficanti stanno comprando di tutto in tutta Europa». 

BOSS RICCHI, PICCIOTTI DISPERATI «Noi ci siamo interessati molto della élite della ’ndrangheta. Una grande ricchezza è in mano al 3-4% degli ‘ndranghetisti, gli altri sono utili idioti, portatori d’acqua al pozzo del capo locale. Avevamo un indagato il quale stava comprando due navi dall’Imi, acciaierie a San Pietroburgo. Quando la ‘ndrangheta va in Germania compra alberghi, ristoranti, pizzerie. Qual è il problema? Sfarzo e lusso è riservato ai capi ed al loro famiglio, i picciotti rischiano di essere seppelliti in galera per quattro soldi. Finchè ci sarà disperazione sociale i boss non avranno problemi di reclutamento. E cosa se non la mala politica può garantire l’eternarsi della disperazione sociale?».

EUROPA UNITA CONTRO LE MAFIE «Io quando vado a Strasburgo mi arrabbio e sono un po’ duro, perché vedo e dico che c’è un’Europa solo economica, che s’interessa solo dell’aspetto bancario e di finanza, di quote latte… Ma intanto che cosa sta accadendo? In Europa non c’è cultura del controllo del territorio. L’Unione non è attrezzata per contrastare le mafie. La legislazione antimafia italiana è la più evoluta al mondo, e non basta, ma nel resto d’Europa è peggio. Nell’Ue centrale c’è il nulla, è piena di ‘ndranghetisti e camorristi. Quando li vedete arrestare in qualche Paese del Centro Europa siamo noi, dall’Italia. Ad esempio: in Olanda non si possono fare provvedimenti di ritardato sequestro, appena si sa che c’è qualcuno in possesso di 2 chili di droga bisogna arrestarlo. Figuratevi andare a parlare a Strasburgo di 416 bis: quando al Parlamento europeo ho detto che in Germania c’è la ‘ndrangheta c’erano dei parlamentari tedeschi che mi volevano mangiare, come in Svizzera».

LA ‘NDRANGHETA E’ UNA COSA SERIA, VA COMBATTUTA CON SERIETA’ «Le indagini di mafia necessitano di tempo e di preparazione tecnica, di professionalità e conoscenza del territorio. La metodologia della “caccia alla volpe”, ovvero mandare uomini e mezzi in un posto magari quando c’è una forte pressione mediatica per ‘abbaiare’ il più possibile, non serve: quello che serve è avere sul territorio una struttura fatta da magistrati attrezzati e investigatori capaci. E serietà serve nel settore della confisca e della gestione dei beni confiscati: l’attuale Agenzia nazionale non funziona a causa di un sistema normativo farraginoso, deve essere guidata non da un prefetto o da un magistrato, ma da un manager di comprovata esperienza, e deve essere spostata da Reggio Calabria a Roma per avere rapporti continui con i Ministeri. Le mafie cambiano perché non sono un corpo estraneo alla società, ma camminano e si muovono con noi perché se rimanessero ferme sarebbero facilmente battibili, si nutrono del consenso popolare sennò sarebbe semplice criminalità».

LA FAVOLETTA DELLA ‘NDRANGHETA BUONA «Significativa, al proposito, una intercettazione ambientale di qualche anno fa, in cui un boss cercava di far riappacificare due cosche che avevano avviato una sanguinosa faida avvertendoli: «Se terrorizzate il popolo, il popolo vi abbandonerà e una mattina vi sveglierete e avrete perso tutto quello che avete creato in trent’anni…». Un capomafia vuole che i propri figli frequentino borghesia e aristocrazia, sposino magari la figlia del farmacista e studino nelle migliori scuole perché poi potrà gestirà la cosa pubblica e farlo in modo mafioso. Quindi sta a noi isolarli col nostro comportamento: ai sindaci non chiedo di fare gli eroi, ma solo di non frequentarli, di non prendere caffè al bar con loro. Il mafioso ha bisogno che il sindaco, il medico e il prete del paese si rapportino con lui, ma se questi lo isolano ignorandolo, non combattendolo armati, ma semplicemente non dandogli spazio per interloquire è già grosso risultato».

IL MONITO AI POLITICI «Dovete allenarvi a rispondere subito, automaticamente “no”, perché l’errore più grande che potete fare sarebbe quello di rispondere, alla richiesta di un mafioso, “mò vediamo cosa si può fare…”, così non ve lo toglierete mai di dosso. Dovete dire subito no e non rimanere soli perché da soli non ce la potete fare, avrete paura, dovete creare una rete istituzionale. Perché se il mafioso vi vedrà uniti e intransigenti, capirà che non è aria e desisterà. E alla vigilia delle elezioni, quando avrete paura di non farcela, guardatevi bene dal cadere in tentazione e fare patti con il diavolo…».

L’ANTIMAFIA CON LA PARTITA IVA CHE INSEGNA LA LEGALITA’«Ai ragazzi nelle scuole faccio esempi, parlo della non convenienza a delinquere. Spiego cosa rischia un corriere della droga, cosa accade in carcere o cosa accade ai familiari. Ho scelto da tempo di andare negli istituti di pomeriggio e non di mattina perché le ore di lezione sono diminuite a causa dei progetti, in particolare quelli sulla legalità. Spesso si fa entrare nelle scuole gente improbabile, che nasce dal nulla inventandosi un profilo da persona che combatte la mafia, magari dopo aver fatto da maggiordomo a qualche magistrato, facendosi vedere con lui per un paio di mesi. Iniziando a girare per le scuole si intrufola, si inventa un mestiere e comincia a chiedere dei soldi. Da un po’ di anni dico: nelle scuole andiamo di pomeriggio. E ai politici, regionali, provinciali e comunali dico di non dare soldi alle associazioni antimafia: mettetevi in rete, create un fondo comune, fate dei protocolli con i provveditori agli studi e predisponete delle graduatorie degli insegnanti precari. Durante le ore pomeridiane fate in modo che si ricominci a parlare con i ragazzi, riaccompagnandoli nel mondo reale. Mi si dice che per far questo c’è bisogno di soldi. Ma i soldi ci sono, so di progetti costati 250.000 euro. Non è etico, non è morale, non è giusto. In nome di gente che è morta, che è stata uccisa. Ogni cosa deve avere una proporzione, un limite, un senso. Immaginate con tali cifre quanti insegnanti precari avremmo potuto assumere. Dobbiamo cercare di essere più seri e più presenti e contestare queste cose. Personalmente mi sono rifiutato di partecipare a certi convegni e a certe manifestazioni antimafia perché avevo capito anni prima che c’era qualcosa che non andava».
Questo è Nicola Gratteri. Davvero tutti contenti?

direttore@corrierecal.it







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