Lotti, il Pd e il risveglio del (peggior) provincialismo

Luca Lotti torna in Calabria ed è nuovamente allarme rosso per il Partito democratico, che fin qui non ha tratto grande giovamento dalle comparsate del sottosegretario all’Editoria con il pallino…

Luca Lotti torna in Calabria ed è nuovamente allarme rosso per il Partito democratico, che fin qui non ha tratto grande giovamento dalle comparsate del sottosegretario all’Editoria con il pallino dei servizi segreti, della Finanza (intesa come guardia di finanza), delle infrastrutture, della sanità, delle logge (non di quelle urbanistiche) e ultimamente anche con il pallino delle riforme costituzionali.
Dove è comparso il mitico “Lampadina” il Pd ha perso le elezioni ed è sceso al di sotto di qualsiasi minimo storico. La batosta cosentina, gli incidenti crotonesi, le “gaffe” reggine lo avevano tenuto lontano un paio di mesi ma improvvisamente è ripiombato da queste parti. Lo hanno fatto girare ovunque ma saggiamente è stato tenuto lontano da Catanzaro, prossima tappa elettorale di estrema delicatezza.
Eppure per lui si è arrivati ad invocare la cittadinanza regionale onoraria. Praticamente una onorificenza che non esiste. Stefania Covello preferirebbe assegnargli l’ordine della giarrettiera, ma forse una candidatura al Nobel (per la scienza ovviamente che per la pace non sarebbe il caso) andrebbe meglio.
Peccato, ma è così, quando Luca Lotti scende in Calabria i nostri del Pd cadono nel peggiore provincialismo. Si sgomita per un selfie, si costringe la Covello a passare dal tacco sedici al tacco trentacinque, ci si carica in sette dentro una limousine che manco quando si andava al mare negli anni Sessanta. E poi gara aperta a chi offre di più. Un politico accorto se ne preoccuperebbe, superare certi confini è controproducente. Ma Lotti tutto è tranne che un politico accorto, anzi non è neanche un politico… diciamo che fa politica con lo stesso approccio con il quale Longanesi bruciava il mestiere di giornalista: «Sempre meglio che lavorare». Ben per questo, inevitabilmente, i lecca lecca formato piramide li gradisce e se li gusta fino in fondo. È anche disinvolto, il nostro illustre ospite. Sicuramente quel che basta a stringere qualche mano di troppo, facendo affidamento sulla scorta politica che gli fa anche da codazzo: Magorno, Battaglia, Irto, Covello e compagnia cantante. Brunello Censore, poi, ha superato se stesso, dopo avergli fatto percorrere anche lo sterrato della trasversale delle Serre, ha pensato che sarebbe ora che anche la ‘nduja porti il nome di Lotti. Poco è mancato che ne imponessero la collocazione sulla “Varia” al posto dell’Animella. Si salva l’Amaro del Capo, può continuare a chiamarsi così ma aggiungendo sotto la precisazione che per “Capo” intendasi lui: Lotti.
Povero Censore. Nel centrosinistra il cognome ha fatto sempre brutti scherzi. Chi non ricorda la tagliente stroncatura di Montanelli: «Violante, brutto participio per un magistrato». O la causa intentata contro Giorgio Pisanò (che la vinse) per via del titolone: «Quelli che rubano con la sinistra sono mancini». O l’infelice idea di affidare il patto per l’alta velocità al Sud alla firma del ministro… Burlando o il richiamo alla laicità dello stato pronunciato a Montecitorio dall’onorevole… Preti.
Brunello Censore non sfugge alla regola, tuttavia non sembra essersi reso conto che il suo cognome non va certo bene quando lo si affianca a chi è sottosegretario per l’Editoria. Specialmente se questi si chiama Lotti e ambisce a fare il… censore. E siccome quando uno non si regola… non si regola, ecco il Censore di Vibo discutere con il Censore di Palazzo Chigi di editoria da premiare e di editoria da crocifiggere. Dispensando pagelle e meriti a seconda delle personalissime esperienze marzullianamente riassumibili nel motto «si faccia una domanda e si dia una risposta».
Un assist celestiale per chi intende impegnarsi al referendum sotto il segno del “No”. Ha procurato più consensi, a chi intende impedire che la riforma costituzionale passi, la trasversale delle Serre by Lotti che non dieci tappe “coast to coast” del pentastellato Di Battista.
È così che si sono perse le elezioni, così si perderanno i referendum. E non è detto che sia un male. Anzi…

direttore@corrierecal.it







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