Una piccola rivoluzione contro corruzione e ‘ndrangheta

Su Reggio Calabria sono in arrivo 205milioni di euro di investimenti pubblici e bisogna evitare che la ‘ndrangheta ci metta le mani. È questa consapevolezza ad aver ispirato il Protocollo…

Su Reggio Calabria sono in arrivo 205milioni di euro di investimenti pubblici e bisogna evitare che la ‘ndrangheta ci metta le mani. È questa consapevolezza ad aver ispirato il Protocollo di Azione e vigilanza collaborativa sottoscritto oggi dal presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, dal prefetto di Reggio Calabria, Michele di Bari, dal procuratore capo della Dda di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho e dal sindaco Giuseppe Falcomatà. Un documento che inaugura una stagione di collaborazione forse ad oggi inedita in Italia nella lotta contro le mafie e per questo è stata tenuta a battesimo dal sottosegretario Marco Minniti, in rappresentanza del governo. «La città fanalino di coda in tutte le classifiche – dice Minniti – sul tema del contrasto a mafie e corruzione oggi parla a tutto il paese».

IL PROTOCOLLO La parola chiave è «vigilanza collaborativa». Ed è quella che vede magistratura, prefettura e Comune lavorare gomito a gomito per verificare la legittimità degli atti di gara, il corretto svolgimento della procedura ad evidenza pubblica e l’esecuzione dei lavori messi a bando da Palazzo San Giorgio. Una piccola rivoluzione che passa da una cessione di sovranità da parte dell’amministrazione, disponibile a sottoporre a verifica preventiva buona parte dei provvedimenti licenziati in materia di Lavori pubblici, e da un controllo preventivo di gare e operatori. Un sacrificio cui l’amministrazione Falcomatà non si è sottratta. Al contrario – spiega il sindaco – «ci siamo voluti dotare di questo protocollo di vigilanza collaborativa perché a Reggio sono in arrivo 205 milioni di euro grazie allo sblocco del decreto Reggio e alla firma dei patti per il Sud. Sono fondi destinati ad opere strategiche e non vogliamo che ci siano intoppi nei cantieri che devono assicurare la rinascita della nostra città».

NUOVO METODO Un rischio serio e concreto in una città che ha visto gli investimenti governativi sparire al banchetto organizzato da clan e classe dirigente fin dal Piano per la Calabria del 1905. Più di un secolo dopo, hanno dimostrato le recenti inchieste, la storia non è cambiata. I maggiori investimenti pubblici sono diventati business per la ‘ndrangheta, che oggi come all’inizio del ‘900, ha potuto contare su funzionari, amministratori e imprenditori, legati a doppio filo ai clan da interessi e affari comuni.

CLIMA DI PACIFICAZIONE SOCIALE Un magma – spiega il procuratore Cafiero de Raho – che rimane il più pericoloso nemico della città e della sua comunità. Per questo, il magistrato torna a fare appello ai cittadini, perché senza una reazione «la nuova disciplina sugli appalti approvata da Cantone per quanto sia un passo avanti, è irrilevante in questi territori perché non riesce a incrinare la pacificazione sociale fra imprese e clan. Le indagini dimostrano che la legge non sarà mai sufficiente per individuare i legami fra la ‘ndrangheta e l’imprenditoria».
I clan calabresi – aggiunge il procuratore – nel tempo hanno costruito quella che oggi è la mafia più potente del mondo. E che “a casa” è in grado di imporre il proprio regime.

SCHIAVI «Non voglio offendere i calabresi – sottolinea Cafiero de Raho – ma qui siamo in un territorio in cui si è schiavi. Per aprire un bar, pitturare una ringhiera, aprire qualunque attività bisogna chiedere permesso. Questo implica anche legami con le amministrazioni locali. Basti pensare a quanto emerso con la indagine “‘Mammasantissima”, che ha svelato il volto di quei comitati di affari riservati che per anni hanno governato la città e non solo. Anche senatori della Repubblica erano strumenti dei clan». Per questo, ribadisce Cafiero de Raho, la lotta alla ‘ndrangheta continua ad essere in primo luogo una battaglia culturale e di civiltà. «Se non riusciremo a scrollarci di dosso la cappa della criminalità non saremo mai liberi e la giustizia non sarà in grado di fare quella opera di bonifica che la Calabria merita».

LA SPERANZA DI CANTONE Parole dure, che il presidente dell’Anac, Cantone, comprende e condivide. «La ndrangheta – afferma – non solo è l’organizzazione criminale più potente, ma anche quella imprenditoriale per eccellenza, quella che più di tutte ha saputo infiltrarsi nella pubblica amministrazione per accaparrarsi gli appalti». Un ingranaggio vitale nel meccanismo di funzionamento delle mafie e «terreno di coltura tipico, perché sono un modo per dare lavoro, per creare rapporti con le pubbliche amministrazioni». Per questo, le mafie tutte hanno sempre lottato per accaparrarseli. «E la ‘ndrangheta meglio di tutte», dice Cantone. Allo scopo, spesso ha usato come arma la corruzione, che «è uno strumento tipico delle organizzazioni mafiose». Non si tratta – spiega il numero uno dell’Anticorruzione in Italia – del pagamento fatto a questo o quel funzionario, ma di quel progressivo lavoro che permette ai clan di legare a sé funzionari, dirigenti e amministratori, uniti ai clan da interessi comuni. Un dato che emerge – sempre uguale – nelle città del Nord, come in quelle del Sud, ma che a Reggio Calabria si inizia ad affrontare.

CAMBIO DI PASSO La chiave sta nella tempistica dei controlli. Se fino ad oggi, la vigilanza è stata essenzialmente ex post, con la firma del Protocollo, le verifiche diventano preventive. «Nessun codice da solo potrai mai assicurare di tenere lontane le mafie perché i clan sono in grado non solo di aggirare le norme, ma anche di eluderle e di confezionare appalti quasi perfetti dal punto di vista formale. Ecco perché è importante questo protocollo di vigilanza collaborativa che per la prima volta coinvolge il Comune, la prefettura e anche la Dda e consente di analizzare gli atti prima che vengano licenziati». C’è un obiettivo, ed è ambizioso. «Dobbiamo evitare – conclude Cantone – che le mafie ci arrivino agli affari, non limitarci a stanarle quando hanno già iniziato i lavori. I controlli devono arrivare prima. In questo modo daremo speranza ai tanti calabresi onesti».

SFIDA DEMOCRATICA Una sfida che per il sottosegretario Marco Minniti non riguarda solo Reggio Calabria, «ma tutto il Paese». Non si tratta solo di testare un nuovo metodo di lavoro per le pubbliche amministrazioni, ma anche di «affrontare un nodo strategico anche per l’immagine all’estero del nostro Paese. In ogni città, in ogni provincia c’è il problema di garantire che i finanziamenti pubblici vengano utilizzati per quello per cui sono stati stanziati». Al Sud, e in Calabria in particolare, per Minniti il problema è più grave. «A Reggio Calabria c’è l’organizzazione criminale più forte e strutturata del mondo. Se qui non fosse in grado di assicurarsi questo tipo di radicamento, non sarebbe capace di espandersi fuori dalla Calabria come dai confini nazionali. Per questo – afferma – questa è una sfida per la sovranità del Paese. Qui si decide se comanda lo Stato o comanda la ‘ndrangheta. E non ci sono vie di mezzo»

LA REPRESSIONE NON BASTA Un quesito con cui non si può rispondere con la mera repressione. «Oggi – ha detto Minniti – sul tema della lotta alla corruzione e del contrasto alle mafia, Reggio Calabria parla all’Italia, per non voltarsi dall’altra parte e per evitare il più grande regalo che si possa fare alla ndrangheta: l’inevitabilità, sinonimo di invincibilità. La partita si può vincere se riusciremo a suonare in armonia quattro ‘tasti’: momento investigativo, prevenzione, repressione dei reati e partecipazione democratica». Per il sottosegretario, non è battaglia da addetti ai lavori, ma «dipende dall’impegno di tutti i cittadini».

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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